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Cristiano Gasparetto
Villa Heriot e Venezia in svendita
4 Gennaio 2015
Venezia e la Laguna
Un pezzo alla volta Venezia diventa merce. Ciò che non ha avuto il coraggio di fare un sindaco troppo debole con il Consorzio Venezia nuova lo fa il burocrate inviato da Renzi a sostituire la democrazia.

Un pezzo alla volta Venezia diventa merce. Ciò che non ha avuto il coraggio di fare un sindaco troppo debole con il Consorzio Venezia nuova lo fa il burocrate inviato da Renzi a sostituire la democrazia.

Continua la svendita comunale della città, questa volta tocca a due pregevoli edifici a villa della Giudecca. Su progetto di Mainella, sono stati costruiti, come a volte usava negli anni venti, in stile neobizantino, immersi nel verde di un giardino aperto, in maniera affascinate come altri mai, sulla laguna sud. Prima era stata la volta di Ca’ Corner della Regina (Prada), del Fondego dei tedeschi (Benetton), dell’Ospedale al mare del Lido (Cassa Depositi e Prestiti dopo le opache vicende che ci hanno lasciato anche il “buco” al Casinò del Lido). L’altro giorno non ci si è riusciti con Ca’ Diedo e Palazzo Gradenigo solo per mancanza di offerte.

“Per far fronte al patto di stabilità” veniva detto alla fine dell’anno passato quando si vendeva, e per di più anche sotto costo, il Fontego dei tedeschi e come recita il mantra odierno. Peccato che da queste liquidazioni il Comune non abbia incassato ancora un euro!

Mercoledì il Commissario ha portato in Consiglio Comunale – Consiglio si fa per dire, in questa democrazia surrogata, perché oltre a lui c’erano solo alcuni dirigenti dell’apparato - una delibera per mettere all’asta una delle due ville con metà del giardino. Era talmente indecente che, ad una diffida di Veneziacambia2015 e al rumoreggiare della sala strapiena di cittadini, è stato costretto a sospendere la seduta per ritornare poi con la delibera integrata alla meglio. E’ stata inserita la necessità di seguire le procedure di legge per una variante al PRG, necessaria comunque prima della formalizzazione della vendita. Il Commissario e i tecnici se ne erano “dimenticati”. Ora c’è tempo per gli acquirenti fino al 30 dicembre per depositare il valore minimo valutato, 10 milioni di euro e fare il giorno dopo un contratto, necessariamente preliminare perché, se la variante non trasformasse la destinazione urbanistica come sperato o la Direzione Regionale del Ministero dei beni culturali non desse l’autorizzazione alla vendita, il Comune dovrebbe rendere i quattrini.

Una procedura tutta illegittima ma, verrebbe voglia di dire, anche da “peracottari al mercato” se non fossimo di fronte ad una farsa grottesca per la città.

Ogni anno il Comune accumula un deficit economico terribile, certo a causa dei mancati conferimenti statali, assolutamente necessari per una città complessa come Venezia, dirottati tutti sul MoSE per il quale, il Comune, non solo non ha protesto ma ha avuto anche il Sindaco coinvolto. Certo per un patto di stabilità iugulatorio che lo costringe a rivalersi sui servizi ai cittadini e sul suo stesso personale ma anche per non mettere finalmente mano per sgrovigliare le municipalizzate, spesso parcheggio di amici e amici di amici con bilanci di difficile trasparenza, dove grandi potrebbero essere i risparmi.

E’ in forza di queste semplici ragioni –che nei fatti chiedono una politica economica diversa- che la nostra opposizione alla messa all’asta di villa Hériot e del suo giardino, si rafforza. Ma, rivolgendoci anche a coloro che la pensano diversamente, chiediamo loro un aiuto solidale per la difesa della legalità e del rispetto delle procedure.

E’ illegittimo mettere all’asta un bene pubblico e, nell’eventualità di un esito positivo, formalizzarne l’acquisto in un contratto preliminare senza che prima la Direzione regionale del Ministero dei beni culturali ne permetta l’alienazione perché non di “interesse artistico, storico o etnoantropologico” ( Codice dei Beni Culturali). E’ illegittimo nel Bando d’Asta non evidenziare che il giardino è paesaggisticamente vincolato nella sua interezza dal 1948 e, perché di interesse pubblico, non può essere frazionato. E’ illegittimo fare un’asta pubblica di un bene che, se necessita di una variante urbanistica, questa non è stata ancora approvata con le preliminari osservazioni dei cittadini. Recentemente la nostra Soprintendente ai beni culturali, la dott.sa Codello, ha presentato al Palazzo Ducale il libro Venezia fragile condividendone le tesi. Ma è impedendo lo smembramento dei giardini vincolati delle ville della Giudecca, che onorerà il suo mandato istituzionale operando per difendere la fragilità della città in corpore vivi. La qualità architettonica delle ville, il loro grado di conservazione, la loro storia ed il contesto di cui sono parte rappresentano proprio il valore che il Direttore regionale ai beni culturali del Veneto dott. Ugo Soragni (o il suo nuovo sostituto) al quali rappresenteremo con decisione la questione, dovrà certificare. Sarà opportuno farlo subito per le modalità irrituali –chiamiamole così - dell’asta pubblica attivata da Zappalorto.

Rivolgendoci a questi due primi livelli istituzionali, locale (Codello), Regionale (Soragni), abbiamo richiamato norme, leggi e compiti ispettivi conseguenti. Ci pare peraltro opportuno rivolgerci anche al livello superiore richiamando l’attenzione del Ministro Franceschini proprio perché, nella catena di comando nell’ambito culturale, rappresenta la politica. L’alienazione di un bene pubblico in una comunità anche se sempre non opportuna, può essere attribuita ad una condizione talmente particolare da poter essere, se non condivisa, compresa. Ma questo, signor Ministro non è più il caso di Venezia. Come ricordato in premessa, questi ultimi anni hanno evidenziato che, nel tentativo di far cassa, è il patrimonio complessivo della città che si sta dilapidando. Lei ha tutti gli elementi per capire cosa significhi. Vogliamo però rimarcare che la quantità e le modalità delle alienazioni hanno già fatto cambiare il piano su cui le ricadute operano. Dal livello culturale si è passati a quello sociale anche perché il fenomeno si inserisce in una città la cui popolazione e enormemente squilibrata: 57.000 residenti, 33 milioni di turisti. La disgregazione della comunità è già iniziata. Grande ne è il pericolo e ogni ulteriore perdita di un bene per distruzione, alienazione o utilizzazione impropria, contribuisce a indebolire l’identità propria di una comunità storicamente costituitasi come città. Salvatore Settis, proprio qui a Venezia l’altro giorno, ha ricordato il pericolo per una città rappresentato dalla perdita di memoria di sé stessa. Ma memoria sono anche le cose, le case, i territori, i paesaggi del nostro ieri: le due ville della Giudecca sono state comperate, nel 1947, da un Sindaco di una città che, benché impoverita dalla guerra, vedendo lungo, ha voluto destinarle a fini educativi e scolastici. E oggi ancora ospitano una Casa della Memoria e della Storia (IVESER), bambini di una scuola materna, l’Università dell’Arte specializzata in restauro e la Società Europea di Cultura.

L’altro ieri la centinaia di persone presenti in Comune, al cospetto di un Consiglio formato dal solo Commissario e tre tecnici, hanno rappresentato con decisione la coscienza dei bisogni di una popolazione a fronte di un Consiglio renitente, ridotto a vuota crisalide priva di rappresentanza.

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