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Massimo Villone
Via libera al regime renzusconiano, tra i mugugni della Sinistra tremula
11 Marzo 2015
Democrazia
Una giornata memorabile. Con tristezza per oggi, e timore per domani.Articoli di Massimo Villone, Andrea Fabozzi, Daniela Preziosi.
Una giornata memorabile. Con tristezza per oggi, e timore per domani.Articoli di Massimo Villone, Andrea Fabozzi, Daniela Preziosi.

Il manifesto, 11 marzo 2015

UNA COSTITUZIONE DI MINORANZA

di Massimo Villone, 10.3.2015

Un brutto giorno per la Repub­blica. Come era nelle pre­vi­sioni, la Camera approva la riforma costi­tu­zio­nale Boschi-Renzi, già votata in Senato. 357 sì, 125 no, 7 aste­nuti, che alla Camera non con­tano. Movi­mento 5 Stelle fuori dall’Aula. Numeri certo favo­re­voli a Renzi. Ma è facile vedere, richia­mando il con­senso ai sog­getti poli­tici real­mente espresso nel voto del 2013, che una Camera depu­rata dalla droga del pre­mio di mag­gio­ranza dichia­rato ille­git­timo con la sen­tenza 1/2014 della Corte costi­tu­zio­nale oggi avrebbe boc­ciato la pro­po­sta. Non è la Costi­tu­zione della Repub­blica. È la costi­tu­zione del Pd con escre­scenze. Una costi­tu­zione di minoranza.

Que­sto con­ferma tutte le cri­ti­che sulla man­canza di legit­ti­ma­zione a rifor­mare la Costi­tu­zione di un par­la­mento ful­mi­nato nel suo fon­da­mento elet­to­rale. E dun­que non abbiamo affatto un paese più sem­plice e giu­sto, come esulta Mat­teo Renzi. Invece, abbiamo in pro­spet­tiva una Costi­tu­zione che non riflette la realtà del paese.

Il voto della Camera ci con­se­gna quel che sarà, molto pro­ba­bil­mente, il testo defi­ni­tivo della riforma. Si richiede un nuovo pas­sag­gio in Senato per chiu­dere con l’approvazione di un iden­tico testo la fase della prima deli­be­ra­zione richie­sta dall’art. 138 della Costi­tu­zione. Ma è ragio­ne­vole pre­ve­dere che Renzi alzerà bar­ri­cate con­tro ogni ulte­riore modi­fica, che potrebbe del resto toc­care solo le parti ora emen­date dalla Camera.

Immu­tata la sostanza. Lie­ve­mente miglio­rata la “ghi­gliot­tina” per cui il governo poteva pre­ten­dere a data certa il voto su un testo di sua scelta. Un vero e pro­prio potere di vita o di morte sui lavori par­la­men­tari. Ora rimane solo la data certa, e non è poco. Fino ad oggi sarebbe stata mate­ria riser­vata all’autonomia delle Camere attra­verso i rego­la­menti par­la­men­tari. Da domani — scritta in Costi­tu­zione — sarà invece un vin­colo sul par­la­mento nei con­fronti del governo. Peg­gio­rata la riforma del Titolo V, dove viene annac­quato con ine­dite com­pli­ca­zioni il pro­po­sito — in sé apprez­za­bile — di una sem­pli­fi­ca­zione del rap­porto Stato-Regioni.

Ma su tutto pre­vale la inac­cet­ta­bile scelta — che rimane — di un Senato non elet­tivo, di seconda mano e di dop­pio lavoro, tut­ta­via inve­stito di poteri rile­vanti, tra cui spicca quello di revi­sione della Costi­tu­zione. Man­ten­gono piena vali­dità le cri­ti­che più volte espresse su que­ste pagine. Soprat­tutto per la siner­gia con l’Italicum, che va colta in tutto il suo signi­fi­cato. E se ne accen­tua il rilievo nel momento in cui la riforma costi­tu­zio­nale rimane pes­sima, e l’Italicum peg­giora. Al già inac­cet­ta­bile impianto di base, inos­ser­vante dei prin­cipi posti con la sen­tenza 1/2014, si aggiun­gono ora il pre­mio alla sola lista, la beffa dei capi­li­sta bloc­cati e can­di­da­bili in più col­legi, il bal­lot­tag­gio. Il colpo alla rap­pre­sen­ta­ti­vità delle isti­tu­zioni e ai pro­cessi demo­cra­tici si aggrava.

La fine dichia­rata da Ber­lu­sconi del patto del Naza­reno aveva susci­tato qual­che spe­ranza. La let­tera dei “ver­di­niani” — Ver­dini è noto­ria­mente in odore di ren­zi­smo — fa nascere dubbi sul con­trollo di Ber­lu­sconi sul par­tito. Forse una parte dei suoi si appre­sta a cam­biare padrone, se non casacca. Nel pros­simo voto in Senato — ancora in prima deli­be­ra­zione — non sarà pre­scritta una par­ti­co­lare mag­gio­ranza. Ma sarà una prova gene­rale per la seconda deli­be­ra­zione ex art. 138, per cui si richiede il voto favo­re­vole della metà più uno dei com­po­nenti l’assemblea. In Senato il dis­senso potrebbe allora essere deci­sivo. E affos­sare la riforma tra­sci­ne­rebbe con sé anche l’Italicum, che nulla pre­vede per il Senato assu­men­done il carat­tere non elettivo.

Sapremo dun­que già nel voto che si avvi­cina se la sini­stra del Pd ha numeri e attri­buti. Sapremo se il patto del Naza­reno è dav­vero morto. Ber­lu­sconi ha inteso fare a Renzi lo stesso sgam­betto che fece a D’Alema nel 1997, quando affossò in Aula la pro­po­sta che Fi aveva votato in Com­mis­sione bica­me­rale Allora, pur avendo i numeri, la mag­gio­ranza di cen­tro­si­ni­stra si fermò. Que­sta volta non gli è riu­scito. In Senato pro­vaci ancora, Sil­vio. Magari faremo il tifo per te.

Nel frat­tempo, biso­gnerà spie­gare al popolo sovrano che nelle isti­tu­zioni si for­giano le poli­ti­che di governo. Per le donne e gli uomini di que­sto paese le scelte isti­tu­zio­nali non sono indif­fe­renti. Isti­tu­zioni sem­pli­fi­cate e poco rap­pre­sen­ta­tive, assem­blee elet­tive con la mor­dac­chia, governi che fun­zio­nano come giunte comu­nali (for­mula ren­ziana), par­titi della nazione pro­du­cono poli­ti­che con­ser­va­trici, disat­tente verso i diritti, subal­terne ai poteri forti, sorde alle diver­sità, e invece tol­le­ranti verso le dise­gua­glianze. Già accade.

Con pen­sosa paca­tezza Ber­sani final­mente avverte che l’Italicum non è vota­bile per la siner­gia per­versa con la riforma costi­tu­zio­nale. Corra ai ripari. Qual­cuno dovrebbe spie­gare a lui e all’evanescente sini­stra Pd che la ditta li ha già messi in cassa inte­gra­zione a zero ore. Anche il nuovo par­tito non più leg­ge­ris­simo di cui Renzi favo­leg­gia li met­te­rebbe in mobi­lità. Per loro, solo con­tratti a tutele decrescenti.

RIFORMA, NON È FINITA MA QUASI
di Andrea Fabozzi

La pre­si­dente Bol­drini, la mini­stra Boschi, il sot­to­se­gre­ta­rio Scal­fa­rotto, trenta depu­tati e nes­sun altro alle dieci alla camera, quando si aprono le dichia­ra­zioni di voto sulla riforma costi­tu­zio­nale. Aula vuota, sei­cento assenti per una seduta che durerà solo due ore e mezza. Par­tenza lenta di una gior­nata non memo­ra­bile, eppure deci­siva per la legge che riscrive 47 arti­coli della Costi­tu­zione. Epi­logo (quasi) di trent’anni di chiac­chiere, secondo la nota rico­stru­zione ren­ziana offerta in replica dal vice Gue­rini. Per il voto i ban­chi si riem­piono, e anche con il no di Forza Ita­lia la riforma figlia del patto del Naza­reno con­qui­sta una comoda mag­gio­ranza asso­luta: 357 sì.

Ai gover­na­tivi man­cano una qua­ran­tina di voti; 21 sono del Pd dove in tre si asten­gono (Capo­di­casa, Galli e Vac­caro), 7 sono assenti giu­sti­fi­cati e 11 non par­te­ci­pano per­ché in dis­senso. Una mino­ranza, que­sti ultimi, della mino­ranza; il dis­senso era stato più forte al senato nel primo pas­sag­gio sette mesi fa. La gran parte dei ber­sa­niani vota sì: rico­no­scono nella riforma un peri­co­loso «cam­bia­mento pro­fondo della forma di demo­cra­zia par­la­men­tare» (Bindi) eppure valu­tano che «non si può far fal­lire il per­corso» (Cuperlo). Dicono un altro sì, ma assi­cu­rano che «è l’ultima volta» se «non si ria­prirà il con­fronto» se «non ci sarà equi­li­brio» con la legge elet­to­rale. Cioè l’Italicum che Renzi ha detto e ripe­tuto di non voler cam­biare.

Due spic­chi dell’emiciclo restano vuoti anche al momento del voto, sono quelli del Movi­mento 5 Stelle che non rinun­cia all’Aventino. Appare solo il dele­gato Toni­nelli e la sua dichia­ra­zione di voto comin­cia con «fasci­sti» e fini­sce con «diso­ne­sti». Ma in mezzo ha una cita­zione impor­tante: le parole di fuoco con­tro la riforma costi­tu­zio­nale impo­sta dal governo Ber­lu­sconi, discorso del 2005 di Ser­gio Mat­ta­rella.

Sel invece torna in aula, depu­tati e depu­tate quando con una mano votano (no) con l’altra alzano una copia della Costi­tu­zione. Ora la legge costi­tu­zio­nale torna a palazzo Madama. Se il senato appro­verà l’identico testo della camera, da ieri si pos­sono comin­ciare a con­tare i tre mesi di «pausa di rifles­sione» prima che Mon­te­ci­to­rio possa dare l’ultimo sì a mag­gio­ranza asso­luta: dun­que nel caso più favo­re­vole al governo il 10 giugno.

È dif­fi­cile, dal momento che ci sono le ele­zioni regio­nali die­tro l’angolo: saranno giorni di con­trap­po­si­zioni accese e di pause nei lavori par­la­men­tari. Ma non impos­si­bile, visto che al senato spetta adesso un com­pito assai limi­tato. Solo gli arti­coli che la camera ha modi­fi­cato rispetto al testo votato dai sena­tori potranno essere rimessi in discus­sione. E solo gli emen­da­menti stret­ta­mente legati alle novità potranno essere ammessi.

È diret­ta­mente il rego­la­mento dell’assemblea a rispon­dere alle spe­ranze ecces­sive della mino­ranza Pd. Meglio dimen­ti­care da subito gli «ulte­riori miglio­ra­menti al testo di riforma costi­tu­zio­nale» in cui dicono di con­fi­dare i ber­sa­niani. I sena­tori potranno rimet­tere mano solo a una decina di arti­coli. Il dop­pio voto con­forme esclude modi­fi­che alla com­po­si­zione del nuovo senato, alla moda­lità di ele­zione di secondo livello, alla gra­tuità del man­dato, al fatto che la fidu­cia sarà votata solo alla camera, al potere di ini­zia­tiva legi­sla­tiva, al nuovo quo­rum del refe­ren­dum… C’è spa­zio solo per rive­dere le fun­zioni di quello che sarà il nuovo senato e per poche altre que­stioni. Alcune effet­ti­va­mente miglio­rate dalla camera, dun­que da maneg­giare con cura: le regole del pro­ce­di­mento legi­sla­tivo, le moda­lità di ele­zione dei giu­dici costi­tu­zio­nali, la pos­si­bi­lità di esame pre­ven­tivo della Con­sulta sulla leggi elet­to­rali. Altre al con­tra­rio modi­fi­cate solo in appa­renza, come i quo­rum per l’elezione del pre­si­dente della Repub­blica e per la dichia­ra­zione di stato di guerra: due pas­saggi deli­cati che restano sostan­zial­mente nella dispo­ni­bi­lità del primo par­tito. Sarà pos­si­bile anche inter­ve­nire sugli elen­chi delle mate­rie di com­pe­tenza sta­tale e di com­pe­tenza regio­nale, le modi­fi­che della camera sono state all’insegna del centralismo.
Ma a que­sto punto sarà più facile sabo­tare la riforma che cor­reg­gerla. Ecco allora l’incognita: visti i numeri del senato, se Ber­lu­sconi non rien­trerà nella par­tita e i suoi lo segui­ranno ancora, i dis­si­denti del Pd (che ad ago­sto furono 16) potreb­bero essere deci­sivi. La trat­ta­tiva si gio­cherà in paral­lelo con l’Italicum che dopo le regio­nali dovrebbe appro­dare alla camera. Renzi vuole che sia appro­vato defi­ni­ti­va­mente a Mon­te­ci­to­rio, ma è una legge che, accanto ai difetti strut­tu­rali, con­tiene un certo numero di errori tec­nici che andreb­bero (almeno quelli) cor­retti. La mino­ranza Pd dovrebbe però muo­versi tra camera e senato in maniera com­patta. Quello che è suc­cesso ieri porta a escluderlo.

BERSANI: COSÌ SIAMO ALL’IMPENSABILE.
«L’ULTIMOSÌ» DELLA SINISTRA PD. FORSE
di Daniela Preziosi


«La riforma costi­tu­zio­nale è nel campo del pen­sa­bile. Ma se la si abbina al modello dell’Italicum, un modello iper-maggioritario con par­la­men­tari per lo più nomi­nati e senza che si capi­sca chi sia il nomi­nante, si entra nel campo dell’impensabile. E non ci può essere disci­plina di par­tito che tenga». Fac­cia scura, tono alte­rato, Pier Luigi Ber­sani esce dall’aula e si sfoga con i cro­ni­sti. In mat­ti­nata è stato rice­vuto dal pre­si­dente Mat­ta­rella.
«Que­sto è l’ultimo sì», giura in Tran­sa­tlan­tico. «Il patto del Naza­reno non c’è più, ora non si dica che non si tocca niente. O si modi­fica in modo sen­sato l’Italicum o io non voto più sì sulla legge elet­to­rale e di con­se­guenza sulle riforme per­ché il com­bi­nato dispo­sto crea una situa­zione inso­ste­ni­bile per la demo­cra­zia». Poi l’offerta a Renzi: «Se accetta di modi­fi­care l’Italicum chi dis­sente come me gli garan­ti­sce che al senato i voti ci saranno tutti». Ma l’offerta cade nel vuoto. La mino­ranza Pd chiede meno nomi­nati e pre­mio di mag­gio­ranza alla coa­li­zione (e non alla lista) e appa­ren­ta­menti al secondo turno. Ma in molti si accon­ten­te­reb­bero di un gesto: come sul jobs act. Per ora avver­tono, si appel­lano, si aggrap­pano alla spe­ranza che Renzi ’apra’. C’è chi dà per pros­simo «un tavolo con Gue­rini». Ma in serata la mini­stra Boschi è sprez­zante: «Se chi ha vinto il con­gresso non può dare dik­tat, non lo può fare nem­meno chi l’ha perso».

Ren­zi­sem­bra irre­mo­vi­bile: il merito della riforma per lui non il punto, il punto è la sua deter­mi­na­zione a non ripor­tare l’Italicum al senato, camera infida da quando Forza Ita­lia nega i voti. Dun­que la legge non si tocca «nean­che di una vir­gola». Così l’ex area Cuperlo, che pre­para la «reu­nion» per il 21 a Roma (il 14 a Bolo­gna però Spe­ranza riu­ni­sce l’ala ’dia­lo­gante’) vede deli­nearsi all’orizzonte la scom­messa finale: o un ’ser­rate i ran­ghi’ o il defi­ni­tivo ’si salvi chi può’.

Le cin­quanta sfu­ma­ture della mino­ranza Pd pra­ti­cano tre voti diversi. In tre si asten­gono (Capo­di­casa, Galli e Vac­caro), in sette non par­te­ci­pano al voto (fra gli altri Fas­sina, Boc­cia, Civati, Pasto­rino), gli altri votano sì turan­dosi il naso. La dichia­ra­zione a nome del gruppo è affi­data a Lorenzo Gue­rini, non a Spe­ranza, pre­si­dente dei depu­tati. Per Alfredo D’Attorre que­sto sì è «l’ultimo atto di respon­sa­bi­lità». In aula prima di lui Rosy Bindi parla di «ultimo voto favo­re­vole» per­ché senza modi­fi­che «nelle vota­zioni pre­ce­denti», vuole dire ’suc­ces­sive ma è un lap­sus rive­la­tore, «non par­te­ci­però al voto e nel refe­ren­dum starò dalla parte dei cit­ta­dini». Il refe­ren­dum con­fer­ma­tivo è uno degli spet­tri: «Che faremo, una cam­pa­gna con­tro le riforme di Renzi?», è il rovello di molti. Gianni Cuperlo annun­cia il sì ma avverte che «senza modi­fi­che cia­scuno si assu­merà le sue respon­sa­bi­lità». Più tardi la sua area Sini­stra­dem riba­sce l’ultimatum in un docu­mento fir­mato da 24 par­la­men­tari (fra gli altri Amici, Argen­tin, Bray, De Maria, Fon­ta­nelli, Miotto, Pollastrini).

Ste­fano Fas­sina non par­te­cipa al voto e dichiara, rivolto più ai suoi che all’aula: «Abbiamo appreso dal pre­si­dente del Con­si­glio l’indisponibilità a cor­reg­gere la legge elet­to­rale». Come dire: è inu­tile pro­met­tere bat­ta­glia se poi alla fine vi alli­neate sem­pre. Pippo Civati lo dice espli­ci­ta­mente: «Dopo il voto di sta­mani quasi l’intero testo della riforma risulta inat­tac­ca­bile. Chi ha votato a favore con­di­vide le scelte com­piute e ne porta la respon­sa­bi­lità». Dal senato Chiti prende atto che «nella cosid­detta mino­ranza Pd ci sono dif­fe­renze poli­ti­che profonde».

Che la mino­ranza sia spap­po­lata e che la gran parte avrebbe votato sì lo si è pla­sti­ca­mente visto alla riu­nione di lunedì sera. Cuperlo è orien­tato per il non voto, ma a deve pren­dere atto che le sue truppe si stanno sfi­lac­ciando, per attra­zione verso Renzi ma anche per mani­fe­sta impo­tenza dell’opposizione interna. Idem Ber­sani. Il risul­tato è la solita pro­messa: la bat­ta­glia è riman­data alla pros­sima volta. Oggi tutti giu­rano che sull’Italicum andranno fino in fondo.
Ma sono in pochi a cre­dere di impres­sio­nare Renzi. Ci crede Davide Zog­gia: «Renzi non è sicuro di avere i voti sull’Italicum, lo dimo­stra il fatto che ha riman­dato il voto a dopo le regio­nali». Anche per­ché, spiega D’Attorre, «per la psi­co­lo­gia del par­la­men­tare medio una nuova legge elet­to­rale equi­vale a ele­zioni anti­ci­pate, anche se nella realtà non è così». Quindi sull’Italicum i più agguer­riti della mino­ranza si sono auto­con­vinti che non saranno soli. «Vi vedo per­plessi», dice D’Attorre ai cro­ni­sti allon­ta­nan­dosi. Poi si ferma un attimo: «Lo sono anche io»
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