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12 Luglio 2009
Italiani brava gente
Il primo passaggio è colpa della civiltà del Primo mondo, gli altri tre degli italiani. Articoli di M. Smargiassi e E. Bianchi da la Repubblica, 12 luglio 2009

"Ero straniero e mi avete accolto"
di Michele Smargiassi

CASTEL VOLTURNO (Caserta) - Più conosce l’italiano, più Mary odia quella parola. «Clandestino. Mi fa orrore». Non è solo questione di brutti ricordi, è proprio un odio semantico. «Clan/destino: il tuo destino è il clan, non sarai mai un cittadino vero». L’etimologia di Mary è bizzarra, ma suggestiva. «È l’unica vera parola che troppi italiani hanno per noi. Anche quando dicono regolari, pensano clandestini: restate al vostro posto, nel vostro clan, non siete come noi».

A volte Mary si sente ancora clan/destina come all’inizio. Venne dal Ghana col visto turistico e, quando scadde, restò. Ha avuto fortuna: prese al volo una delle ultime sanatorie. Ora fa l’interprete per un’associazione che assiste i rifugiati politici, ha due figlie, una casa dignitosa e paga un affitto. Ma non ce l’avrebbe mai fatta se un buon samaritano, senza frugarle le tasche in cerca di documenti, non l’avesse ospitata e aiutata. Mary è stata la prima tra le migliaia di immigrati che padre Giorgio ha accolto da quando, tredici anni fa, reduce dalle missioni africane, scelse di farsi missionario nell’Africa nostra, la gran piana dei pomodori e dell’illegalità, il primo girone dell’inferno migrante italiano: Castel Volturno.

E padre Giorgio dov’è? «In stanza». Quella che sulla porta ha una foto di Auschwitz. Bussiamo. Eccolo: barba, camiciona arancione, sta timbrando permessi di soggiorno. Col timbro del Signore. Non può certo usare quello del ministro. «Ma stiamo parlando di dignità umana, no? E allora è chiaro, tra le due, quale sia l’Autorità più Competente». Compila, controfirma il foglio azzurrino: ecco, un altro permesso di soggiorno in nome di Dio è pronto. Lui e i suoi confratelli ne hanno rilasciati a centinaia: protesta beffarda e amara, ribellione simbolica e un po’ goliardica. A prima vista sembrano quelli veri, però è difficile che un questore li prenda per buoni. Ma valgono qualcosa dinanzi a un Giudice più alto.

Per qualcuno, pochi, è un profeta in sandali. Per altri, tanti, è quello che «ci porta in casa i negri». Per se stesso Giorgio Poletti, 67 anni, comboniano e sacerdote, è «un devoto della Legge», occhio alla maiuscola, a costo di sfidare la legge, occhio alla minuscola. «Non denuncerò nessuno straniero senza documenti. Una legge contraria ai diritti umani e all’insegnamento di Cristo, io non la servo. Mi mettano pure in galera. E guardi che io non ho nessuna voglia di andare in galera. Non sono un incendiario. Sono figlio di povera gente che aveva soggezione e rispetto per l’autorità. Quel rispetto ce l’ho dentro. Ma c’era da scegliere, e io ho scelto».

La chiesa di Santa Maria dell’Aiuto è una gabbia di cemento armato tamponata di mattoni, ma dentro è sorprendentemente luminosa. Di fianco all’altare una batteria e un set di tamburi afro. «Le nostre messe durano un paio d’ore. Anche adattare il nostro stile liturgico è accoglienza». Sulle pareti intonacate, affreschi a vivi colori. «Li ha dipinti un ungherese. Non è Caravaggio, ma dà l’idea». Un Gesù biondo lava i piedi a un san Pietro nero. Un Samaritano nero soccorre un viandante bianco. E l’Ultima Cena è una mensa multietnica. È la parrocchia degli immigrati: il vescovo di Capua l’ha affidata a padre Giorgio e ai suoi due vicari, padre Antonio e padre Claudio. Forse è l’unica in Italia a non avere un territorio ma solo un gregge, il più disperso, anonimo e mutevole. Lavorano alla raccolta dei pomodori, nei cantieri, «arrivano, restano un po’, spariscono. Di molti neanche ho mai saputo il nome». Sul sagrato, sotto lo sguardo preoccupato di una madonnina di pietra, due ragazzi color ebano tirano rigori con un pallonaccio giallo. Altri si stanno preparando il giaciglio nel parcheggio, tra panni stesi e vecchi materassi. «Adesso fa caldo, ma quest’inverno li ho fatti dormire in chiesa. Il Signore avrà gradito la compagnia, di notte è sempre solo là dentro».

Quando arrivò a Castel Volturno, nel ‘93, padre Giorgio dovette trovare una mezza dozzina di case d’emergenza. Solo qualche anno fa la Caritas lo ha seguito aprendo un centro d’accoglienza, che però è sempre pieno. Quanti avranno i documenti, di questi? «Io non li chiedo a nessuno. Così evito di sapere chi dovrei considerare un delinquente». Chiediamo a caso: ecco Joe il senegalese, sbarcato a Lampedusa in marzo lasciando in Libia moglie e due figli, arrivato chissà come fin qui a far lavoretti. Carte non ne ha, ma padre Giorgio gli ha trovato un riparo: «Sono un cristiano», dice in un inglese cantilenante, «lo ero anche prima. Ma qui ho capito cosa vuol dire».

L’opposizione alla «legge del dolore», al reato di clandestinità, soffia all’ombra di centinaia di campanili come questo. Il ministro può far arrestare l’istigatore, è molto noto, si chiama Matteo e il suo proclama sta al capitolo 25, versetto 35 del suo Vangelo: «Ero straniero e mi avete accolto». La disubbidienza matura sottovoce dove la porta non si chiude neanche per ordine di legge. «Dovrei chiudere anche questo?»: il cancello dell’asilo dei comboniani immette in un cortile gremito di bambini color cioccolata tra casette di plastica e scivoli. Sono una cinquantina: ben pochi dei loro genitori hanno il permesso di soggiorno. Con la nuova legge sarebbero ignoti all’anagrafe, figli di nessuno. I rari italiani che passano davanti al recinto, sorridono e fanno smorfiette ai bimbi. Allora non siamo tutti malati di cattivismo. «I bimbi africani sono bellissimi», sospira padre Giorgio, «ma hanno un difetto: crescono. E da grandi nessuno li trova più così teneri».

Da grandi sono i clandestini, appunto. Moderna icona della paura, reincarnazione dell’eterno barbaro, del turco predatore. E voi, padre, siete i protettori di quell’icona terrificante. «Mi chiamano ‘il nemico numero uno di Castel Volturno’. Ma mi rispettano, perché sanno che non mangio sugli immigrati». Ma ora il suo aiuto è illegale. «Una condizione anagrafica non può essere un reato». Il reato veramente sarebbe entrare in casa d’altri senza bussare. «Ma cosa credono, i ministri? Che basti alzare il ponte levatoio? Anche se si potesse, che vita sarebbe, chiusi nella fortezza, armati, terrorizzati dall’arrivo dei tartari ogni santo giorno, schiavi dei riti della nostra paura?».

In cornice, una foto con papa Wojtyla che stringe la mano a un irsuto Rasputin in saio nero: era lui, Giorgio, nel 1989, missionario a Beira in Mozambico. «È un’illusione pensare di poter fermare le migrazioni. Le abbiamo coltivate noi. So quel che dico. Ho visto arrivare i televisori con la parabola e il generatore nei villaggi, e scodellare là il nostro finto benessere. Chi può impedire loro di venirlo a cercare? Bisogna regolare l’accoglienza, io dico: organizzare l’ibridazione. Ma vedo solo una gran fretta di organizzare l’esclusione».

Non ce la farete, padre. Vi faranno passare come amici dei delinquenti. «In chiesa io grido contro gli spacciatori di droga. Chi sbaglia, pagherà. Io sono contro l’illegalità. Ma non capisce che è proprio questo il problema? Venga con me». Saliamo in macchina. La via Domiziana è il museo dell’orrore di un sogno balneare abortito. Ventisette chilometri di palazzine cadenti, alberghi chiusi, acquaparchi fatiscenti, cassonetti sventrati, sporcizia, spiagge deserte in pieno luglio: sembra Rimini dopo un bombardamento. Ed ecco la saracinesca, ora chiusa, dietro cui in settembre sei ghanesi furono falciati dalle mitragliette della camorra. «Non c’è quasi edificio che non sia abusivo, perfino quella chiesetta lì. Potrei citarle a quale clan fa capo ogni isolato. Il bene pubblico qui non esiste. In questo scenario, però, gli illegali sarebbero questi uomini che inseguono un sogno di vita migliore. Vuol dire consegnarglieli in regalo, all’illegalità».

La vera, segreta speranza di padre Giorgio «è l’ipocrisia del potere. Che sia solo una esibizione di muscoli per propaganda, che non stiano davvero per rastrellare migliaia di poveri. Perché allora bisognerebbe fare qualcosa di più eclatante». Sicuro che Dio voglia questo, padre? «Gesù di Nazaret fu ammazzato per aver amato gli ultimi. Se il Padre somiglia al Figlio…».

Quando un forestiero bussa alla porta

di Enzo Bianchi

«Ero straniero e mi avete ospitato», oppure no? È questo l’interrogativo che non cessa di risuonare da quando l’evangelista Matteo l’ha posto in bocca a Gesù nella sua descrizione del giudizio finale, descrizione che non mira tanto a raccontare quanto accadrà alla fine dei tempi, ma piuttosto a plasmare l’atteggiamento quotidiano dei discepoli e a fornire loro un criterio di giudizio sul proprio e l’altrui comportamento. Del resto, fin dall’Antico Testamento, la categoria dello straniero era quella che meglio raffigurava il bisognoso: lontano dalla propria casa, lingua e cultura, privo dei diritti legati all’appartenenza a un popolo, sovente lo straniero finiva per cadere ben presto nelle altre situazioni di emarginazione e sofferenza: malato, carcerato, affamato..., condizioni non a caso citate anch’esse da Gesù nel suo racconto sul giudizio. Nella tradizione veterotestamentaria la cura e il rispetto per lo straniero si fondavano su una memoria esistenziale prima ancora che storica: l’invito «amate il forestiero perché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto» (Deuteronomio 10,19) risuona pressante e attuale anche per generazioni ormai da tempo insediate nella terra promessa. A questa consapevolezza si aggiunge nei Vangeli l’inattesa identificazione di Gesù con lo straniero che attende accoglienza e che incontra rifiuto: ciò che si fa o non si fa al «più piccolo», al più indifeso, è dono elargito o negato a Gesù, come se egli fosse presente e recettivo ogni giorno al nostro agire.

In questo senso un dato complementare emerge con forza dalle pagine del Nuovo Testamento: Gesù stesso, il Gesù storico che ha abitato tra gli uomini come uno di loro, è percepito e narrato come uno straniero, in quanto ha vissuto «altrimenti», manifestandosi come «altro» agli occhi di chi lo ha incontrato e ne ha poi raccontato l’esistenza. Dall’infanzia come profugo in Egitto alla sua provenienza dalla Galilea, tutto lo rendeva marginale nell’ambito di Gerusalemme, cuore culturale e religioso di Israele: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? [...] Non sorge profeta dalla Galilea!» (Giovanni 7,41.52). Inoltre, il suo essere dotato di un’autorità carismatica fuori dell’ordinario suscitava una dura opposizione sia da parte dei sacerdoti che governavano il Tempio, i quali lo consideravano pericoloso, sia da parte dei maestri della Legge, invidiosi della sua conoscenza della Scrittura.

Gesù, con la sua missione e la sua esperienza di estraniamento che lo accomuna ai profeti, assume il volto dell’«altro»: altro rispetto alle attese del suo maestro Giovanni Battista, altro rispetto alla famiglia che lo giudica «fuori di sé» e vorrebbe riportarlo a casa con la forza, altro rispetto alla sua comunità religiosa che lo considera «indemoniato» (cf. Marco 3,21 e 22). Egli è altro anche rispetto ai suoi concittadini di Nazaret: è significativo che proprio là dove dovrebbe attivarsi il meccanismo del riconoscimento e dell’accoglienza, nella sua patria, avviene il rifiuto, e Gesù diviene estraneo, fino ad essere nemico. L’incomprensione di questa alterità conoscerà il suo culmine quando il Figlio sarà «ucciso dai vignaioli» - quelli a cui era stato inviato - «e gettato fuori della vigna»!

Paradigmatica è la presentazione di Gesù quale straniero fatta da Luca nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cf. Luca 24,13-35): il Risorto, con i tratti di un viandante, si accosta a due discepoli e cammina con loro, mentre essi parlano con tristezza della morte del profeta Gesù di Nazaret. Alla sua domanda sull’oggetto del loro discorrere, ribattono: «Tu solo sei così forestiero da non sapere ciò che è accaduto in questi giorni?»: egli è lo straniero che cammina con gli uomini, che resta nascosto fino a quando, invitato a tavola, viene riconosciuto nel gesto di condividere il pane. Sì, nella condivisione del pane, nello stare a tavola insieme, nel conversare, nel fare memoria di ciò che si è vissuto, avviene il riconoscimento e lo straniero si rivela.

Forse possiamo allora cogliere meglio tutta la pregnanza di un ammonimento come quello che Gesù rivolge ai suoi discepoli: se egli può identificarsi con lo straniero fino a considerare come rivolta a se stesso ogni cura prestata - e ogni offesa arrecata - a uno straniero nel bisogno è perché ha voluto vivere nella carne l’esperienza di estraneità, il venire in mezzo ai suoi e non essere riconosciuto, il vedersi negata quella dignità fondamentale di ogni essere umano. Perché, come ha ben ricordato papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate, «ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione». Di questo rispetto la coscienza ci chiede conto qui e ora, di questo rispetto un giorno verrà chiesto conto a ciascuno.

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