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Marina Sereni
Una strada obbligata
18 Agosto 2005
Una strada obbligata
La responsabile della politica estera dei DS illustra i limiti del mandato del delegato dell'ONU in Iraq e spiega perche bisogna andar via. Da l'Unità del 11 maggio 2004

Ai morti in combattimento, agli attentati terroristici per le strade e nei quartieri di Bagdad, all'angoscia per gli ostaggi, alle vittime civili a Falluja e in ogni parte del paese si aggiunge oggi un orrore che nessuno di noi avrebbe mai voluto vedere e immaginare. Quello delle torture sui prigionieri iracheni: una tragedia immane di cui non è possibile delimitare la gravità. Certo non siamo di fronte a casi isolati, frutto della follia di singoli carcerieri.

Siamo piuttosto alla negazione sistematica di qualsiasi valore umano. Siamo di fronte alla barbarie allo stato puro.

Cambia qualcosa questo nello scenario del già disastroso “dopoguerra” iracheno? Cambia. Sotto il profilo morale i paesi che hanno condotto la guerra e sono oggi in Iraq come forze occupanti hanno perso irrimediabilmente ogni credibilità. Nessuno potrà d'ora in poi sostenere che, alla fine - pur in assenza delle armi di distruzione di massa e di una minaccia terroristica reale - la guerra ha “liberato” l'Iraq e aperto le porte alla democrazia.

Abbiamo duramente combattuto l'idea che la democrazia potesse espandersi attraverso la guerra. Ma oggi c'è qualcosa di più: i valori della libertà e della democrazia sono negati, vilipesi, orrendamente deturpati dalla cruda realtà di quelle foto, dalle bugie e dalle ammissioni che quella realtà stanno accompagnando. Macchiarsi di delitti contro l'umanità in nome di una “civiltà superiore” e della lotta al terrorismo internazionale è una sconfitta morale totale e inappellabile.

Non meno gravi sono le conseguenze sul piano politico. La situazione in Iraq è andata seriamente deteriorandosi negli ultimi mesi. Il malessere e l'insofferenza della popolazione irachena verso l'occupazione militare e verso l'assenza di un reale miglioramento delle condizioni di vita sono enormemente cresciuti. Gli episodi di violenza, in particolare nelle aree a maggioranza sciita, non sono più riconducibili esclusivamente a gruppi terroristi o ad elementi del vecchio regime.

L'assedio delle città sante di Falluja e di Najaf ha segnato una pericolosa escalation del conflitto. È in questo contesto che giunge l'agghiacciante conferma della pratica, ripetuta e sistematica, della tortura esercitata da forze occupanti in diverse carceri.

Siamo tra quanti hanno in ogni sede e con grande testardaggine sollecitato una svolta che affidasse alle Nazioni Unite la responsabilità politica e militare nella conduzione della transizione in Iraq. Oggi - dopo le torture - è ancora più evidente che solo una drastica rottura, una netta discontinuità con l'attuale stato di occupazione potrebbe riaprire qualche spazio ad un'effettiva stabilizzazione e pacificazione. L'orrore dei crimini di cui le forze occupanti si sono macchiate non consente di immaginare passaggi meno radicali. Perciò ritengo che si debba guardare con attenzione ma anche con realismo al tentativo in corso alle Nazioni Unite e al piano Brahimi.

Le questioni all'ordine del giorno per quanto riguarda il ruolo dell'Onu in Iraq sono a ben vedere più d'una. La prima riguarda il potere di scelta dei componenti del governo provvisorio iracheno che dal 1 luglio dovrebbe subentrare all'Autorità provvisoria della Coalizione di Bremer. La seconda attiene più complessivamente alla guida dell'intero processo di transizione, inclusa l'assistenza tecnica e soprattutto “politica” al governo provvisorio per tutte le materie legate all'approvazione della Costituzione e all'organizzazione di libere elezioni, alla gestione della sicurezza, all'uso delle risorse derivanti dalla vendita del petrolio e alla ricostruzione. La terza riguarda infine il raccordo tra il Consiglio di Sicurezza e la forza multinazionale che dovrebbe essere dispiegata in Iraq in funzione di stabilizzazione, la sua composizione, il suo comportamento, le sue regole d'ingaggio.

Il piano su cui sta lavorando Brahimi in effetti si occupa soltanto del primo aspetto e, assai parzialmente, del secondo. L'incarico ricevuto dal diplomatico algerino infatti è limitato al punto strettamente politico del passaggio dei poteri al 30 giugno mentre, nell'ipotesi presentata al Consiglio di Sicurezza, resta del tutto aperto il nodo dell'equilibrio di poteri che dovrebbe verificarsi tra il governo provvisorio iracheno, le Nazioni Unite e la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Infine non viene neppure presa in considerazione l'ipotesi che siano le Nazioni Unite - e non gli Stati Uniti - a determinare con il governo provvisorio iracheno le modalità di presenza di una forza multinazionale in Iraq.

Indicare con franchezza i limiti del mandato di Brahimi non significa sminuire il valore della sua iniziativa che peraltro è destinata ad incontrare innumerevoli ostacoli. È piuttosto vero che per sostenere fino in fondo il tentativo che il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il suo inviato speciale stanno conducendo occorre mandare agli Stati Uniti un segnale forte ed inequivocabile. Soltanto un passo indietro della coalizione che ha condotto questa sciagurata guerra può consentire alla comunità internazionale di assumere una responsabilità verso l'Iraq e il popolo iracheno.

Oggi, di fronte all'indicibile vergogna di quei corpi nudi e di quelle violenze, il governo italiano deve affrontare la realtà. Non abbiamo mai auspicato un semplice disimpegno dell'Italia nel devastato scenario iracheno. Ma il dubbio che non sussistano più le condizioni politiche e morali per essere d'aiuto al popolo iracheno e che, dunque, non resti che dissociare la nostra responsabilità da tanto orrore è ormai più che fondato. Anche per mantenere aperta la possibilità di una diversa soluzione nelle mani delle Nazioni Unite. È bene che su questo il Parlamento possa presto discutere ed esprimersi, per dare voce allo sgomento e alla volontà di pace dei cittadini e delle cittadine italiane.

* Responsabile per la politica estera dei DS

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