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Una speranza per Venezia
15 Dicembre 2010
Vivere a Venezia

Cristiano Gasparetto Una speranza per Venezia

Due proposte alternative per rinnovare la legislazione per la salvaguardia di Venezia in un articolo pubblicato (parzialmente) sul quotidiano Terra, 14 dicembre 2010

Quattro Novembre 1966: condizioni meteorologiche avverse, con piogge torrenziali in tutto il Veneto e maree con venti eccezionali sulle coste dell’alto Adriatico, fanno entrare dalle tre bocche di porto della laguna di Venezia un’ altrettanto eccezionale quantità d’acqua. I fiumi attorno alla laguna rompono in più punti gli argini come le enormi onde marine quelli, naturali ed artificiali, che separano il mare dalla laguna ed altra acqua entra. Sei ore dopo, la marea uscente non riesce a scaricarsi in mare perché bora e scirocco, i venti dominanti, tappano le bocche portuali e la marea successiva entra, sommandosi alla precedente. Centonovantaquattro centimetri sul livello medio del mare la marea che sommerge Venezia e i centri lagunari abitati in quella aqua granda, come poi verrà chiamata quella catastrofe sfiorata.

L’Italia e il mondo, la cultura e la politica si interrogano su come sia potuto succedere. Il dibattito è lungo e complesso, centrato più sul che fare che sulla prioritaria ricerca delle cause. Comunque, soprattutto per una particolare congiuntura politica (Venezia apriva la pista del primo centrosinistra tra Dc e socialisti) e, forse, per le sensibilità personali di deputati e senatori locali, con la collaborazione di tutte le forze politiche, nel 1973 col numero 171 viene approvata una legge che ancora oggi, per antonomasia, viene chiamata la legge speciale per la salvaguardia di Venezia alla quale altre due, con lo stesso spirito, seguiranno (798/1984 e 139/1992). Senza enfatizzare e con il distacco anche del tempo, possiamo oggi dire che senza quelle leggi speciali Venezia non si sarebbe salvata fino ad oggi: per la prima volta, anche rispetto a leggi speciali precedenti che il Parlamento aveva adottato, nella 171/1973 si inseriva la città di Venezia nel suo contesto territoriale (il comprensorio lagunare) e si coglieva il decisivo nesso tra la società formata dalle popolazioni di quello specifico territorio e le sue condizioni di vita: di fatto tra condizioni occupazionali e servizi al vivere sociale. Ciò che rende ancora oggi non solo importante questa legge ma imprescindibile, anche per una sua revisione, è stato l’ inserimento di Venezia per un verso nel sistema ambientale di cui essa stessa è divenuta parte - come una antropizzazione virtuosa e salvifica testimonia-; per un altro, l’ inserimento della città nel più ampio e complesso contesto sociale dei suoi abitanti. Abitanti per i quali, condizioni di lavoro e di vita associata diventano garanzia, necessaria anche se non sufficiente, di presidio e controllo delle strutture che costruiscono la città fisica. Inevitabilmente ne consegue che ogni salvaguardia reale (come il nome delle legge recita) comporta che, per intervenire in questo territorio, vengano istituite norme, indicazioni, indirizzi come pure proibizioni e incentivi. Questo di fatto è contenuto nelle tre leggi speciali. E sono disposizioni tutte ancora valide oggi, anche se le mutate condizioni possano suggerirne l’aggiornamento. Ciò non significa che tutti gli interventi attuati siano stati giusti e virtuosi ma certamente il contrario: tutti gli interventi che in questi anni hanno modificato dannosamente l’ambiente e peggiorato i modi di vivere si sono realizzati aggirando, eludendo e, spesso, violando la legge. L’esempio più eclatante è stata la decisione di passare alla realizzazione del MoSE (lo sbarramento mobile alla bocche di porto che dovrebbe evitare le acque alte) senza le procedure e le verifiche che la legge imponeva.

All’inizio dell’estate, il Ministro Brunetta ha deciso che la legge speciale andava rifatta perché superata dai fatti e quindi solo appesantimento burocratico alla procedure d’intervento. E’ un classico: per smantellare norme e procedure di salvaguardia si inizia sempre a dire che sono superflue e che rallentano il fare. La realtà è che il Ministro in due riunioni di un’ora (!) “ha sentito” le Istituzioni, le corporazioni dette portatrici d’interessi e qualche Associazione; a tutti ha chiesto di esprimersi sulla sua nuova strategia per Venezia, perché prima dell’inverno voleva portare in Parlamento una nuova proposta di legge. Ecco la nuova strategia proposta. La salvaguardia della città e della laguna è ormai raggiunta con la costruzione del MoSE (sorvolando, tra l’altro, che il MoSE non è ancora cominciato e sono state realizzate solo le sue opere complementari). Rimane “solo” il problema economico costituito essenzialmente da uno Stato non assistenzialista che non vuole e non può più dare finanziamenti alla città e da una zona ex industriale e operaia (Porto Marghera) che, una volta bonificata dai veleni sepolti dalle industrie del passato, deve rinascere rilanciando soprattutto la sua vocazione portuale. Venezia oggi ha la sua nuova opportunità, pari se non maggiore di quella che nel passato l’ha resa grande sui mari: è lo snodo dei traffici del “mondo che conta” nel terzo millennio e che dalla Cina risalgono Suez fino all’alto Adriatico, per incrociarsi, appunto, a Venezia con il grande asse Est-Ovest (TAV Barcellona Kiev). Grande occasione da non perdere e dalla quale un nuovo e travolgente sviluppo garantirà tutte le ricadute economiche che serviranno, appunto, a società e città.

La bozza di legge che il Ministro ha già presentata alla stampa, articola questa strategia. Strategia che in realtà è una sbornia visionaria perchè vuole rilanciare lo stesso sviluppo che ha degradato e avvelenato il territorio di Porto Marghera, allo stato attuale inutilizzabile. Sviluppo che ha profondamente modificato l’ecosistema lagunare fino a ridurlo quasi a un braccio di mare e che ha aumentato frequenza e altezza delle acque alte che sommergono sempre più spesso i centri abitati. Sviluppo, ancora, che ha ridotto l’economia veneziana a una monocultura turistica “mordi e fuggi” ma che ha, nel frattempo, svuotato la città dei suoi abitanti (da 150.000 del dopoguerra ai 59.000 attuali) facendo entrare 21 milioni e mezzo di visitatori e promettendone altri. Sviluppo, infine, che per cercare di risolvere le acque alte, prodotte dalle precedenti trasformazioni “produttive” della laguna, inventa la megaopera “salvifica”, il MoSE. Opera dalla costosissima realizzazione (il prezzo “chiuso” previsto di 4,27 miliardi di euro è ad oggi lievitato a 5,49, con un aumento di 1,22 miliardi) e gestione (60 milioni di euro ogni anno). Opera comunque inefficace a proteggerci dalle acque alte dopo la sua realizzazione - la cui data rimane tra l’altro problematica - perché con particolari condizioni di altezza e frequenza di onde in mare, l’acqua più alta del mare entrerà comunque in laguna, provocando ancora quelle acque alte che si sarebbero dovute evitare. Ad un aumentare del livello marino esterno per l’effetto serra di “soli” anche 30-35 cm. (dati considerati come molto probabili nei prossimi anni dagli scienziati più seri), le paratie del MoSE dovrebbero chiudere anche per 150-200 giorni all’anno, vanificando così ogni possibilità di rilancio portuale per Marghera. E, con questo, una possibile economia per Venezia, alternativa a quella turistica.

Venerdì 10, ospitato in una sala del Municipio di Venezia, il Senatore Felice Casson del Partito democratico, in una conferenza stampa appositamente convocata, ha comunicato che, due giorni prima, aveva depositata alla Camera un disegno di legge per la riforma della legislazione speciale per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna e ne ha brevemente illustrato scopo e contenuti.

Lo scopo è stato quello di dimostrare che una strategia alternativa non solo è possibile ma che solo una alternativa reale al tipo di sviluppo, presente nella “Bozza Brunetta” vuole normare, è realistica perché ripropone l’intuizione della Legge Speciale 1973: il legame stretto tra territorio e società per cui o entrambi si salvano o entrambi si disgregano

Il disegno di legge presentato da Casson è stato elaborato con il contributo di esperti, universitari (era presente il rettore Amerigo Restucci dell’Università Iuav di Venezia) e non, che in questi anni si sono molto impegnati sui temi della salvaguardia del territorio e dei suoi abitanti e con quello di molte associazioni vitali e vigilanti nell’analisi delle trasformazioni.

A breve entreremo nel merito dei contenuti di questa nuova proposta e delle modalità che prevede perché ci sembra decisivo per la salvezza di Venezia ricercare quell’ unità che già in passato si era trovata. Conoscenza della complessità del territorio e limpido confronto sulla proposta ne sono comunque la condizione. A tal fine gli antefatti che qui abbiamo ripreso, ci sono sembrati opportuni.

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