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Paolo Berdini
Una città a misura della grande distribuzione
5 Luglio 2008
Roma
L’analisi di un’ulteriore effetto della devastante politica urbanistica dei Re di Roma. La prima parte su il manifesto del 5 luglio 2008

In otto anni a Roma sono stati aperti ventotto giganteschi centri commerciali. Altri quattordici sono in corso di realizzazione. Nessuna altra città del mondo è stata sottoposta ad una così irresponsabile politica commerciale per numero e dimensione. Roma è stata colonizzata dai grandi monopoli della distribuzione internazionale, Panorama, Auchan, Mediaword, Ikea, Ipercoop e tanti altri. Questa follia è avvenuta soltanto a Roma perché la capitale ha decretato la morte dell’urbanistica e di ogni forma di programmazione. Si è affermato che la città doveva diventare nel suo complesso “offerta di mercato”. Coerentemente con questo assunto, i responsabili dell’urbanistica romana hanno spensieratamente frequentato in questi anni le maggiori fiere della speculazione immobiliare internazionale, affittando stand giganteschi rispetto alle altre capitali europee.

Oggi la città raccoglie i frutti di questa irresponsabile politica. I centri commerciali sono nati e nasceranno dovunque, sfruttando le infrastrutture stradali che esistono o che vengono finanziate con soldi pubblici proprio per mitigare gli effetti di quelle aperture. Lungo l’autostrada per Fiumicino per far funzionare i giganti del commercio nati nella zona di Ponte Galeria –oltre che la limitrofa nuova Fiera- sono stati realizzati chilometri di nuove autostrade, svincoli e cavalcavia. I soldi per realizzare quelle opere li ha messi la collettività. Lungo il tratto urbano dell’autostrada per L’Aquila i centri commerciali aperti –per collegare uno di questi sono state aperti svincoli in una curva autostradale!- si sta per realizzare una gigantesca viabilità complanare. I soldi li metterà la collettività.

E’ scontata, a questo punto, la rituale obiezione degli ex amministratori severamente puniti nella recente tornata elettorale comunale. Roma ha approvato un nuovo piano regolatore e fa dunque parte dei comuni virtuosi che programmano il territorio. Sono i quarantadue giganteschi centri commerciali a rappresentare la più clamorosa smentita di questa tesi: negli elaborati del nuovo piano non c’è una riga sul fatto che si voleva realizzare un così insostenibile numero di centri commerciali. Nessuno ha potuto mai vedere esplicitato questo folle disegno. Come sono stati dunque realizzati i grandi centri commerciali? E’ naturale: attraverso lo strumento dell’accordo di programma che, al riparo di ogni procedura trasparente, ha cambiato volta per volta le regole che il consiglio comunale tentava faticosamente di approvare.

Questo modo di procedere ha posto una incalcolabile ipoteca sul futuro della città. A vederli sulle foto satellitari, i centri commerciali realizzati sembrano infatti corpi alieni calati a forza sul tessuto della città. Non hanno alcuna relazione con i tessuti urbani circostanti e si caratterizzano per la enorme dimensione di fabbricati circondati da un mare di posti auto. Essi sono stati dunque pensati per l’automobile. Mentre il petrolio si avvia a superare il valore di 150 dollari al barile, a Roma si è disegnata la più insostenibile città dal punto di vista della mobilità. Anche questa prospettiva non era contenuta negli elaborati del piano regolatore, dove invece abbondava una vuota retorica sul “primato del trasporto su ferro”. Nei fatti si è invece condannata una città intera a dipendere dall’automobile per compiere anche le normali azioni quotidiane come fare la spesa.

Ma non basta, perché in tempi brevi si produrrà anche una seconda gravissima conseguenza. Se si aprono grandi superfici commerciali che possono, come è ampiamente noto, praticare prezzi minori rispetto ai “normali” negozi di quartiere, è evidente che tra poco tempo chiuderà qualche migliaio di piccole botteghe. Il presidente di Confcommercio ha lanciato un drammatico allarme proprio in questi giorni, stimando in diecimila il numero dei negozi di vicinato che a Roma chiuderanno tra breve tempo i battenti. E’ del tutto evidente che la fascia di popolazione anziana, quella che ha le maggiori difficoltà nell’uso dell’automobile, subirà le maggiori conseguenze di questo inevitabile fenomeno. I responsabili dell’urbanistica romana nel loro delirio mercatistico non avevano pensato a questa prevedibilissima conseguenza mentre parlavano diffusamente della riqualificazione dell’immensa periferia romana? Tra non molto avremo periferie sempre più povere di funzioni e di complessità urbana. Più insicure e tristi. Altro che recupero delle periferie.

E infine un ragionamento più generale che riguarda le caratteristiche delle derrate alimentari che arrivano sulla tavola dei romani. E’ nella logica delle imprese transnazionali privilegiare le produzioni provenienti dal proprio paese d’origine e da quelli con cui si sono instaurate convenienti relazioni economiche. La prevalenza dei colossi del settore commerciale romano è francese. Ovvio che molti prodotti vengano da quel paese a tutto detrimento di quelli italiani. Non ne faccio, ovviamente, una vuota questione di bandiera. Dietro a questo modello produttivo c’è un insostenibile modello di alimentazione: si privilegia la filiera lunga e si mettono in ginocchio le produzioni locali. Le derrate alimentari arrivano sulle nostre tavole dopo un impressionante tragitto che utilizza – anche in questo caso con costi sempre crescenti - il trasporto aereo. Seppure ricchi, siamo parte integrante della rapina che si sta perpetrando verso i paesi poveri del mondo spingendoli verso la fame.

La vicenda dei quarantadue giganti del commercio internazionale nati alla chetichella in questi anni sono la più evidente dimostrazione del fallimento del pensiero debole dell’urbanistica romana di questi anni. Mentre le altre città europee programmano .con tutti i limiti che ciò comporta- lo sviluppo del proprio territorio, a Roma con l’ossimoro del “pianificar facendo” si è tolto ogni freno alla speculazione fondiaria. Mentre nelle altre città europee il mondo sviluppato tenta di sostenere con adeguate politiche le produzioni alimentari di prossimità, tentando così di arginare i processi economici globalizzati, da noi il tanto “modello romano” ha guardato al passato ed ha prodotto un risultato di grave arretratezza culturale e urbana. E mentre nelle altre città d’Europa si tenta –sulla base di mirate politiche- di arginare il consumo di suolo agricolo, a Roma è stato compiuto il più grande sacco urbanistico della storia della città.

E non c’è all’orizzonte alcun barlume di ripensamento. I quartieri centrali di Roma sono tappezzati di manifesti del centro destra che parlano di una città più sicura. Tanto entusiasmo, spiega il manifesto, deriva dal fatto che non solo sono stati identificati molti pericolosi clandestini, ma sono state sequestrate merci contraffatte. Niente paura: potremo trovarle in offerta speciale nei quarantadue mostri di cemento.

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