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Guido Crainz
Un passo avanti ma serve di più
2 Aprile 2015
Articoli del 2015
«Lo storico di domani farà qualche fatica a comprendere le differenti fasi della perversa escalation che abbiamo vissuto: dall’apparente ritorno alla normalità dopo Mani pulite sino al riemergere e all’esplodere di fenomeni che hanno offuscato quelli precedenti. Fenomeni che evocano una colossale e diffusa metastasi nazionale, quasi senza rimedio agli occhi di molti cittadini».

La Repubblica, 2 aprile 2015
C’È POCO da aggiungere a quello che ha dichiarato nei giorni scorsi Raffaele Cantone, le norme approvate al Senato sono utili ma solo una parte di quel che sarebbe necessario. Non c’è da attendersi miracoli insomma da norme varate dopo un iter tormentatissimo. Difficile nascondersi poi un altro aspetto: non è più rinviabile il risanamento radicale e drastico di un partito che troppo spesso, da Roma a Ischia, a quel futuro sembra attentare più che contribuire. Forse l’indagine svolta nella capitale per il Pd da Fabrizio Barca andrebbe conosciuta meglio ed estesa ad altre realtà: solo per iniziare.

Un iter di oltre due anni e con il governo spesso in grave rischio. Norme, comunque: torna — per un soffio — il falso in bilancio cancellato negli anni berlusconiani ma sono state escluse le intercettazioni per le società non quotate in Borsa. E aumentano le pene per i reati di mafia e per la corruzione nella pubblica amministrazione, e al tempo stesso i poteri dell’Authority. Forse era difficile aspettarsi di più e in questo Parlamento poteva davvero andare peggio, con il Nuovo centrodestra di Alfano (Angelino, lo stesso del lodo) obbligatoriamente all’interno del governo e un Movimento cinquestelle perso nelle sue onnipotenti impotenze.

È evidente la sproporzione fra quel che è rimasto del testo originario e il salto di qualità, lo scatto morale e legislativo che sarebbe necessario. Sulle misure legislative possibili pesano ancora una volta i risultati delle elezioni del 2013, un caso probabilmente unico: con il partito di maggioranza che perde più di sei milioni di voti e il partito di opposizione che non ne guadagna neppure uno ma ne perde a sua volta oltre tre milioni (conseguenza quasi inevitabile di una campagna elettorale totalmente incapace di rivolgersi agli italiani).

Per il Partito democratico, costretto ad innaturali alleanze (anche — di nuovo — per il nullismo grillino), erano le condizioni peggiori per ripartire e non è possibile dimenticarlo.

Anche per questo, leggi inevitabilmente monche devono esser accompagnate e integrate dal centrosinistra con scelte nettissime e costanti sul terreno della moralità e delle regole della politica. Scelte generalissime ma innervate da decisioni quotidiane, da gesti limpidi e da comportamenti coerenti, in un Paese travolto periodicamente da ondate di spaventosa corruzione. È difficilissimo oggi anche solo indicare gli ambiti risparmiati sin qui dai miasmi. O ricordare quanto spesso riemergano quelli già noti, a partire dalle Regioni o dal mondo delle cooperative.

In questo scenario anche le scelte meno rilevanti sono significative, e se ne consideri una non proprio marginale: è una vera indecenza la candidatura in Campania del condannato De Luca, che in base alla legge Severino non potrebbe neppure esercitare il suo mandato. In Campania, luogo non irrilevante nella guerra alle corruttele: e la vicenda suona al tempo stesso come irrisione all’abituale “decisionismo” di Renzi, che in questo caso è apparso afasico e in balia degli eventi. È difficile chiedere disciplina di partito quando si tollera un vulnus così grave, e si consideri anche il coinvolgimento di alcuni sottosegretari in differenti indagini.

Certo, nella normalità della democrazia l’avviso di garanzia non è una condanna (eppure un avviso di garanzia segnò la fine del regno craxiano) ma l’Italia vive da anni una situazione totalmente anomala. È sommersa quotidianamente da scandali che crescono costantemente di intensità. Una anormalità normale, e non ha avuto sufficiente rilievo una notizia di cronaca che sembra segnare negativamente un cambio d’epoca (e speriamo davvero che non sia così): un giudice ha appena assolto i consiglieri regionali della Valle d’Aosta perché... non sapevano di commettere reato usando denaro pubblico per ragioni privatissime (feste, viaggi di familiari, divise da calciatore, cene, modesti gioielli e così via). Andrebbe riletto ogni giorno un lucidissimo articolo di qualche anno fa di Roberto Saviano che indicava proprio nella “corruzione inconsapevole” il salto di qualità che si era compiuto: corruzione inconsapevole, praticare la anormalità come se fosse normale. Smarrire l’idea stessa di confine. Non è una bella notizia che un tribunale della Repubblica la assolva.

Lo storico di domani farà qualche fatica a comprendere le differenti fasi della perversa escalation che abbiamo vissuto: dall’apparente ritorno alla normalità dopo Mani pulite sino al riemergere e all’esplodere di fenomeni che hanno offuscato quelli precedenti. Fenomeni che evocano una colossale e diffusa metastasi nazionale, quasi senza rimedio agli occhi di molti cittadini. Questa era la prima realtà che Renzi doveva “rottamare” e anche su questa base aveva costruito il suo consenso, ma da tempo quella battaglia sembra sbiadita e appannata. Inadeguata. Non assente, certo, e corroborata da scelte importanti come quella dell’Authority anti-corruzione. Non sostenuta però da un tessuto quotidiano di decisioni, dalla riconquista continua dei cittadini alla fiducia nella democrazia: eppure essa è un obbligo assoluto in un Paese che ha visto crollare la partecipazione al voto e quasi trionfare guitti di quart’ordine. Il crescere dell’astensione e il poco declinante credito di Beppe Grillo dovrebbero essere per Renzi un drammatico segnale di sconfitta. Dovrebbero imporre una decisa volontà di rivincita su questo terreno, ma troppo spesso essa sembra latitare: eppure proprio su questo, non sulle preferenze, si gioca il futuro della democrazia italiana.

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