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Franco Girardi
Un libro saggio e ardito
6 Aprile 2011
Recensioni e segnalazioni
Turbolenze globali e crisi del welfare, volontariato capitalismo d’oggi, centralità del lavoro e reddito di cittadinanza: temi in discussione, nella recensione di un libro di Auser. Scritto per eddyburg

Stili di vita. Economia, filosofia, democrazia, a cura di Auser, Carocci, Roma 2010.

Auser (Associazione per l’autogestione di servizi e la solidarietà), nata nel 1989 per iniziativa del Sindacato pensionati italiani SPI – CGIL, arrivata ai suoi vent’anni, ha voluto celebrarli in maniera che si può dire saggia e insieme ardita (il che non deve stupire, attesi i bianchi capelli dei suoi soci) interrogandosi sullo stato del Welfare, sui suoi problemi di sempre, appesantiti ora dalla crisi, e sui progressi auspicabili che sembra possibile tentare nel prossimo futuro. Su questi temi ha prima convocato un convegno, che si è tenuto il 25 settembre 2009 a Firenze, nella sala dei cinquecento in Palazzo Vecchio con il patrocinio di Regione, Provincia e Comune ospite. Ha poi pubblicato il libro che si presenta, composto con i testi recitati o presentati al convegno: l’introduzione del presidente di Aser Michele Mangano, la relazione introduttiva di base tenuta da Alessandro Montebugnoli, e gli interventi, commenti e testi aggiunti che ne sono seguiti. Di notevole spessore culturale e scientifica (come promette il termine di filosofia riportato nel sottotitolo del libro) la relazione di Montebugnoli porta l’accattivante intitolazione di “Capitalismo e società all’inizio del ventunesimo secolo”. Affronta diversi lati problematici dei sistemi di Welfare, traendo spunto e confrontandosi con la letteratura economica e sociale attuale, senza trascurare le storiche e consolidate lezioni dei classici, ove il loro monito torna ancor oggi opportuno, e ne deduce le prospettive che meritano di essere tentate da chi come Auser opera nel cosiddetto Terzo settore. La relazione si articola in quattro capitoli. Nel primo vengono considerati i “Quarant’anni di turbolenza globale” che hanno connotato il mondo economico dalla crisi petrolifera degli anni ’70 a oggi, e sembrano ripetersi in forme ancora più estreme e bellicose; e ne spiega le ragioni non contingenti, bensì strutturali, i cui effetti si sono ripercossi sui capitali e sul lavoro (i due attori principali della scena economica) e sui rispettivi mercati: sul primo generando affollamento di capitali e quella diffusa finanziarizzazione dell’economia che ha privilegiato gli investimenti patrimoniali a scapito di quelli produttivi di beni e di servizi; sul secondo, del lavoro, contrassegnandolo di insicurezza e disoccupazione, che minacciano chi rischia di perdere il lavoro (adulti) e chi lo cerca (giovani); e piegandolo a una generale subordinazione agli interessi del capitale; il tutto in misura via via crescente e apparente-mente irreversibile. La chiara ed evidente spiegazione di tutto questo si trova nella rinuncia a ogni forma di guida dell’economia, proclamata e attuata con la politica neoliberistica, imposta al mondo dai paesi dominanti con la denuncia degli accordi sottoscritti alla fine della seconda guerra mondiale.

Nel mondo del Welfare sono emersi gli aspetti di debolezza e in-sufficienza che lo avevano segnato fin dal suo nascere, nei quali però si possono ritrovare (ed una qualificazione specifica della relazione di Montebugnoli) i suggerimenti di quale via tenere per superarli. In questo senso nel secondo capitolo sotto il titolo di “argomenti critici” sono trattati diversi aspetti del Welfare. A cominciare dalla differenza tra reddito, come misura del benessere, e benessere effettivamente percepito, il quale dipende anche dalle diverse condizioni ambientali e di partenza dei diversi soggetti, come è provato dalle apposite ricerche. Ma soprattutto (ed è la tesi centrale e rilevante della relazione) molta parte di questo benessere può derivare dalla capacità degli stessi soggetti di attivarsi e contribuire al suo conseguimento. Come si evidenzia e trova conferma in diversi casi specificamente considerati: della salute e della cura, al fine tra l’altro di colmare lo scarto tra quantità di risorse pubbliche impegnate e risultati conseguiti, anche delle varie forme di intrattenimento e svago. In definitiva, a conclusione di questo capitolo ancora prevalentemente analitico, la relazione arriva a postulare un sostanziale rinnovamento dei sistemi di Welfare e cita a esempio il caso dei programmi di riqualificazione urbana concernenti in modo speciale le periferie metropolitane nelle quali, avverte l’autore, è stata riconosciuta una delle maggiori emergenze della nostra epoca. In questi casi, che interessano particolarmente il lettore urbanista del libro, sono ben noti l’esperienza, e anche i problemi, della partecipazione dei residenti alla elaborazione dei progetti, nei quali essi possono apportare il contributo delle loro conoscenze acquisite in prima persona con le esigenze e le aspettative loro proprie. Viene così a determinarsi un rapporto con i tecnici e le pubbliche amministrazioni che tutt’ora presenta aspetti delicati e significativi per ulteriori perfezionamenti nel concreto operare, che si mostreranno generalmente stimolanti e utili per tutti i casi di partecipazione attiva dei cittadini.

A questo punto, esaurito il capitolo delle argomentazioni critiche e preso atto dei problemi che ci sono giunti con l’esperienza del passato, la parola (e l’azione concreta) potrebbe passare a chi come Auser ha il compito di dare corpo a nuove e più avanzate forme di Welfare, e ci si deve augurare che in questo senso si eserciti da parte di tutti l’impegno largo e intelligente sulla quasi infinita serie di questioni che via via si presenteranno. Ma qualcosa c’è ancora da dire sulle condizioni alle quali il percorso da intraprendere sia il più aperto possibile e sgombro di appesantimenti derivanti da posizioni di principio vecchie e ostacolanti. La relazione introduttiva, dal canto suo, non ha mancata la sua parte. Chi conosce l’autore sa che per sua natura è solito tenersi prudentemente discosto da formulazioni che possano apparire, come mordacemente le chiama Marx, ricette confezionate per le cucine dell’avvenire. Nel seguito della relazione l’impegno di Montebugnoli si appunta su temi comportanti questioni di principio, che si presentano però fin ‘ora come fattori condizionanti per raggiungere la qualità di benessere che sul piano dell’analisi si è dimostrata possibile e proponibile. SI tratta di argomentazioni che a qualche lettore potranno apparire provocatorio, come sicuramente saranno risuonate all’orecchio di qualche uditore presente al convegno di Firenze, ma che nella loro semplice e chiara evidenza concettuale appaiono passaggi opportuni se non forse necessari, per raggiungere le finalità di un aumento del benessere accompagnato e sostenuto dalla capacità degli stessi beneficiari di attivarsi per ottenerlo.

Un primo passaggio è espresso nel titolo stesso del seguente capi-tolo terzo “la centralità del lavoro riconsiderata”. Il tema è sicuramente arduo e si estende ben oltre il solo mondo del lavoro per interessare l’ambito complessivo dell’economia e della società arrivando ai loro fon-damenti quanto meno antropologici. Basta pensare al ruolo che ha avuto il lavoro nella nostra società borghese capitalista, che ha dato il nome di “secolo del lavoro” a quello del suo massimo sviluppo, o per noi al primo articolo della nostra Carta costituzionale. Il tema però non viene qui presentato per la prima volta nel dibattito europeo dove si è parlato di “società multi attiva”; ma come si premura di precisare il relatore, l’attributo va pensato ed esteso non all’intera società nel suo complesso (tornando a far capo su principi di per sé irrinunciabili come la divisione del lavoro) ma bensì compresso nel concetto della medesima persona in cui devono essere presenti più centri di riferimento per attuarsi secondo il proprio genio e stile di vita (che nel mondo sociale saranno quindi molti e diversi e perciò nel libro sono vengono sempre scritti al plurale). Per dare concretezza a questa idea tanto seducente quanto ardita bisognerà pensare a nuovi e appropriati mezzi materiali economici. Per questo si prospetta l’idea (pure essa non peregrina) di un “reddito di cittadinanza” corrisposto a tutti i membri di una comunità in quanto tali, indipendentemente dal loro livello di reddito economico. Su questo tema si completano e concludono le questioni proposte dalla relazione; le quali a noi paiono travalicare l’interesse del mondo presente al convegno, e giustificano l’attributo di alto spessore che fin dall’inizio si è voluto riconoscere al discorso di Montebugnoli. Il mondo proprio del convegno sembra chiamato direttamente in causa nell’ultimo capitolo dove sotto il titolo “per una società più civile” si argomenta su un tema che risale a Toqueville quando si soffermava a considerare i caratteri della società americana, e la relazione ripropone quasi con le sue medesime parole di “arte di associarsi nella vita ordinaria”, sottolineando particolarmente i riflessi che esso comporta sul mondo del volontariato proprio di Auser e in genere del cosiddetto Terzo settore. Il relatore parla di “eccedenza del volontariato” intendendo che esso dovrebbe trascendere la figura e i compiti dell’assistenza sociale nelle sue varie forme, che restano proprie della sfera pubblica, per diventare anch’esso uno stile di vita e una figura della vita sociale che esprimendosi in forma autonoma e indipendente deve essere praticata e letta (con le parole dell’autore) come un “giacimento di capacità innovative rispetto ai punti di equilibrio sui quali si assestano via via le preferenze della collettività”, affrontando e realizzando cose “che spostino in avanti la frontiera della soddisfazione dei bisogni” ai cui limti si è voluto affacciare Auser con l’iniziativa che si è presentata.

Gli interventi al convegno, riportati nell’ultima parte del libro sot-to il titolo di “commenti” rappresentano un primo valido contributo allo sviluppo di questa iniziativa. Il primo di Mario Reale conferma la portata generale delle culturale delle questioni affrontate da Auser, che le colloca nell’ambito di interesse della filosofia. I seguenti riportano l’assenso e alcune puntualizzazioni a sostegno delle argomentazioni della relazione introduttiva, dovute a due economisti: il nostro Paolo Leon e l’inglese e anziano Ronald Dore. Donatella Della Porta estende l’attenzione dall’ambito sociologico che le è proprio a quello generale politico e della democrazia ai quali inducono le suddette argomentazioni. L’ultimo commento di Paul Ginsborg vuole ricordare il quadro non confortante che la scena dei fatti offre all’occhio dello storico.

A fine del libro è aggiunto un breve e denso saggio di Giorgio Ce-sarale il quale, ritornando su un tema trattato nel capitolo primo della relazione introduttiva al convegno, mette in evidenza il nesso tra il feno-meno economico-finanziario della sovraccumulazione (distinta dalla so-vrapproduzione capitalistica) e i mutamenti di potere (e, aggiungiamo, di stili di vita) in atto nel mondo.

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