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Marco Cicala
Ultime da Pompei: in coda per vedere la rovina delle rovine
18 Dicembre 2010
Beni culturali
La situazione, tuttora drammatica, del sito archeologico più importante d’Italia, ad oltre un mese dai crolli. Da Il Venerdì di Repubblica, 17 dicembre 2010 (m.p.g.)

Metti un sabato di fine autunno. Dopo Cristo. Arrivi agli scavi di Pompei, che magari non rivedevi dalla gita scolastica, e già t'hanno scavato via 71 euro. Undici il biglietto d'ingresso e vabbè; sessanta di taxi dall'aeroporto di Napoli. Venti minuti scarsi di tragitto. Ma come, chiedi all'autista, il tassametro segna 29... Lui ti dettaglia tutta una serie di esoteriche maggiorazioni. Non solo. Dice che devi ritenerti fortunato. Perché, nel giro, c'è chi spinge sul pedale tariffario sino a ottanta, novanta pezzi. Con gli stranieri. Scendi senza chiedere lumi aggiuntivi e quasi contento che, per una sorta di stravolto patriottismo, ti sia stato praticato lo sconto.

Tempo pochi minuti, e Pompei riprende il lavoro di scavo. Per una visita di circa due ore - è una tabella ad avvisarti - una guida autorizzata costa 106 euro. Ma ottanta con lo sconto. Pagamento informale. Che oltrettutto, spiega l'autorizzato, ti permette di non fare file e vedere posti particolari. In che senso? Normalmente chiusi. Ergo: in forza di una stravolta sofistica, se paghi di più vedi meno e male, da livido uomo massa; se invece paghi meno, vedi meglio e di più: scorci, emozioni, intérieurs (pseudo) esclusivi.

Se è così, perché diamine pagare di più? Finisce che rifiuti ogni Führer. Tua unica guida sarà quella cartacea portata da casa. Al limite il formidabile libretto Pompei com'era/com'è, con le foto delle vestigia alle quali sovrapponi i disegni delle ricostruzioni stampati su fogli trasparenti. Effettaccio artigianale che tanto ci faceva fantasticare da ragazzini e che nemmeno le magie del digitale son riuscite a scalzare dal commercio: il volume è ancora in vendita.

Ma oggi a Pompei le attrazioni sono altre. Non tanto le rovine, quanto le rovine delle rovine. Senti turisti italiani chiedere ai custodi: Scusi, vado bene per il crollo? Sempre dritti. Per vedere cosa? Alte transenne e, in lontananza, una triste duna di detriti. Quanto resta della Domus dei Gladiatori, venuta giù il 6 novembre, e della contigua Casa del Moralista, sei-sette metri di opus incertum collassati cinque giorni dopo. Davanti alle domande dei visitatori, un guardiano nicchia omertoso. Minimizza: "Bondi? Macché, qui i crolli ci sono sempre stati". "Sì, il primo nel 79 dopo Cristo" lo sfotte un collega. Eppoi ti spiega che i cumuli di terra smottano sulle vestigia perché si gonfiano d'acqua piovana. Mancano le canalizzazioni per farla defluire. Ma la pioggia esiste da prima di Bondi, gli fanno notare. "Sì, però un tempo c'era almeno una squadra di manutenzione permanente. Muratori, fabbri, idraulici... Una trentina di persone esperte. Funzionavano come una specie di pronto soccorso. Via via sono andate in pensione. Nessuno le ha sostituite". Quanto alla preparazione del personale, aggiunge: "Per i custodi non c'è uno straccio di corso di lingua. Io l'inglese l'ho studiato da me. Perché ce le vorrai rispondere due parole a uno che ti chiede Where is the house of Polibio? O no?".

A proposito della Casa di Polibio. È tra le più famose. Ma oggi è chiusa (come il 95 per cento delle altre): visitabile solo su prenotazione. Eppure negli ultimi anni è diventata un posto animato. Con tanto di animatore vestito da antico pompeiano, che accoglie i turisti dicendo: Benvenuti. Io sono Polibio e questa è la mia casa. Poi fa strada tra i vani. "Una versione nostrana di centurioni e gladiatori che trovi davanti al Colosseo" sorride Luigi Garzillo, autoctono, da poco a riposo, ma per oltre trent'anni dirigente a Pompei dell'Azienda di cura, soggiorno e turismo. "C'è stata una deriva "Eurodisney". Fatta di folklore, operazioni di facciata. Mentre l'area archeologica avrebbe innanzitutto bisogno d'un minimo di buon senso. A partire dalle guide. Oggi sono gestite da un manipolo di società, più o meno ammanigliate con le amministrazioni. E tra loro è guerra fra bande. Corsa all'accaparramento del turista appena si materializza ai cancelli. Non c'è uno sportello, un servizio prenotazioni per lingue. A lungo abbiamo proposto di disciplinare le visite guidate: dalla Regione nessuna risposta. Qui sbarcano due milioni e mezzo di persone l'anno, nei mesi di punta ottomila al giorno. Ma il visitatore è abbandonato a se stesso". In più, i guardiani (quelli ai quali sganciavi un'umanissima mancetta per farti aprire qualche lucchetto) sono sempre meno. Adesso, di turno in tutta l'area - 66 ettari - ce ne saranno una trentina. In quattro, cinque ore di visita li incontri praticamente tutti. Stanno in capannelli, soprattutto lungo via dell'Abbondanza, a sorvegliare il neoturismo del crollo (l'altro giorno, in sopralluogo, c'era una delegazione della Cgil capitanata dal segretario Susanna Camusso, che interveniva al poco rassicurante convegno: Pompei, tra crisi e degrado).

Oppure i custodi li trovi dalle parti del Foro, in prossimità dell'unico bar ristorante dell'intera zona archeologica. Un posto moderno. Ci si mangia come in autostrada. Se non altro perché l'hanno dato in concessione alla società Autogrill. Fuori, sonnecchiano alla spicciolata alcuni cani. Randagi ma con collare. Sono, notoriamente, i nuovi abitanti della Pompei antica. Quando a sera le rovine chiudono, loro restano. Padroni del buio. Qui li chiamano cani archeologici. O archeo-cani. Li hanno dipinti come ringhianti fiere da spettacoli gladiatori. Esagerando. Se lo incontri da solo, mentre girella e grufola tra le vestigia, l'archeo-cane è generalmente mansueto. Ti sgancia occhiate gandhiane. Seguendoti o tirando dritto per i suoi oscuri destini. Casomai il bullismo scatta in presenza del branco. Il quale si forma senza preavviso, come uno scroscione d'estate. Una prova? Tra le bancarelle all'entrata, assistiamo alla scena di sei o sette bestie che, con sguardo da Arancia meccanica, costringono alla ritirata un paio di zampognari colpevoli solo d'una sciancata esecuzione di Tu scendi dalle stelle.

Anche per scoraggiare simili soperchierie è stato varato il piano (C)Ave Canem. Che con un astuto gioco di parole tra ammonimento e benvenuto, ha portato al "censimento, vaccinazione, cura e sterilizzazione" della popolazione quadrupede. Nonché all'adozione, presso famiglie, di alcuni dei suoi esponenti. Ma di animali a zonzo ne restano. E ogni tanto tornano a cedere all'hoolicanismo. Talvolta, chissà perché, innescato dalla musica: "Anni fa, una bestia salì sul podio di Riccardo Muti al Teatro Grande. Non voleva andarsene. Lui fu costretto a interrompere il concerto. Era seccato assai" ricorda Luigi Garzillo. E rilancia: "Perché, invece di un cane, non facciamo adottare una casa pompeiana, magari a fondazioni e università straniere? Qui sono sempre mancati i soldi. Non è forse venuto il momento di rendere Pompei una questione internazionale, tipo Venezia o Firenze?".

Malgrado tutto, seguiti ad aggirarti tra i ruderi con l'intatta emozione della prima volta. Quando posti come il lupanare erano ancora vietati ai minori, per via dei porno murales. La censura è ovviamente decaduta. Epperò il bordello non smette di esercitare sui visitatori una fascinazione piccantina. È forse l'angolo più richiesto di Pompei. Vedi ciceroni additare i giacigli in pietra annunciando: "Qui gli antichi lo facevano" (gridolini di stupore); poi indicare il buco della vetero-latrina: "Qui gli antichi la facevano" (risatine). All'entrata c'è scritto che nel lupanare possono entrare solo dieci turisti alla volta e che i flash sono proibiti. Dentro contiamo però una ventina di persone. Tra i lampi fotografici.

Proseguendo troviamo una strada sbarrata da transenne pre-crolli. A un signore, che non è una guida ma ha l'aria disinvolta, chiediamo: Come si fa a passare di là? Lui: "Così". Apre le transenne e ci scorta dall'altra parte. Telecamere? A Pompei non è che non ce ne siano. Ma sempre meno che in un qualunque shopping center. Poche settimane fa, un giornalista del Mattino ha raccontato di essersi portato via un bel po' di tessere del mosaico ittico che decora la fontana del Vigneto del Triclinio Estivo, vicino alla Palestra Grande. Stavano ammucchiate in un angolo. Poi le ha restituite. Perché non si fa. Ma anche a scanso d'altre rogne: sui profanatori di Pompei pende infatti una specie di maledizione alla Tutankamon. "Non sa quanti stranieri impauriti mi rimandavano indietro, per posta, le pietruzze che avevano sgraffignato" racconta Garzillo.

Fra ataviche querelles, s'è fatta ora di pranzo. E qua si disegna un dilemma. Se non vuoi mangiare all'Autogrill, che fai? Il biglietto d'ingresso non dà diritto a rientrare. Almeno in teoria, argomenta un usciere. Nella pratica, ti spiega che puoi farlo. Ma attenzione: Solo per un panino. Insomma, 'Na cosa ambress. Domanda: se non ti rilasciano una contromarca né ti timbrano l'avambraccio tipo all'uscita dalle disco, come fanno a distinguere chi s'è fatto un panino da quello che s'è attardato in crapule di paccheri e delizie al limone? Risposta: Tu nun t'a preoccupà. Ci ricordiamo le facce. Perciò usciamo facendo un'espressione "da panino". Mentre, sotto l'usato Borsalino, il dottor Garzillo ha il volto amaro del vecchio umanista meridionale smarrito in un evo incertum.

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