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Sandro Roggio
Tuvixeddu bene pubblico: un grande entusiasmo civico si fa strada
6 Aprile 2010
Sardegna
Il commento all’iniziativa del 27 marzo a Cagliari, “Tuvixeddu: bene comune o attività edilizia?”, su sardegnademocratica.it (m.p.g.)

Tuvixeddu bene pubblico, un grande entusiasmo civico si fa strada finalmente per un’idea di spazio condiviso. Ma chissà.

Lo ha spiegato Salvatore Settis il significato attualissimo di “pubblica utilità” del paesaggio, valore di lunghissimo corso: già negli statuti comunali, sancito da editti di camerlenghi e dalle leggi (delle destre) nella storia d'Italia. E' dalla parte delle comunità questo orientamento: sarebbe logico che prevalesse sempre, ma ci sono eccezioni, non ci vuole molto a scoprirlo. E a volte le eccezioni sembrano particolarmente estranee al buon senso.

Per questo appaiono sempre più strampalate, distanti da qualsiasi idea di città civile – come è Cagliari – le tesi alla base di quell' “accordo di programma” che subordinava la sorte di Tuvixeddu a interessi imprenditoriali. Nei più la convinzione di agire nell'interesse della comunità, qualcuno convinto di essere ascritto tra i benefattori, prima o poi.

Un malinteso di proporzioni inaudite, lo ha notato Settis. Una dannazione quel titolo, “accordo di programma”, riferito a quel luogo incorrotto per secoli. Ci voleva l'ostinazione degli uomini del nostro tempo, senza memoria: che si accordano per rimediare a quello stato di mesto isolamento. La città-merce si impossessi di ogni spazio libero! Si contengano le distanze di rispetto. Ma guarda un po': “fascia di rispetto” è espressione dell'urbanistica e richiama un sentimento alla base della convivenza. Rispetto appunto, come quello che si ha dei propri cari, dei maestri di vita, di principi e diritti, e pure di luoghi e monumenti.

Questa separatezza di Tuvixeddu confermata nei secoli è un valore. Ma del compassionevole reiterato ossequio verso un antichissimo cimitero certa caricaturale modernità se ne infischia. Tuvixeddu, d'altra parte, non è più un cimitero. Il lutto è stato abbondantemente elaborato avrà pensato il fautore dell' “accordo di programma”. Il paesaggio, che quell' altro accordo tra vivi e morti ha sancito per secoli, può essere stupidamente triturato in qualche anno. Non dice nulla che quell'area sia stata lasciata in pace fino a ieri?

I tempi nuovi, ci ha spiegato una sentenza, reclamano che ogni parte della città si conformi al ritmo prevalente, da ingranaggio macinatore alla Chaplin. Si consegni Tuvixeddu ai nuovi riti. Omogenizzare tutto nel frullatore delle urbanizzazioni, antiche tombe e palazzine e strade e canalizzazioni. Tutta mia la città. Eppure le pause nelle città non sono mai state inutili, avulse disarmonie. Sono nella sintassi urbana in quanto valori radicati, spesso intangibili (come gli 80 ettari del parco romano di Villa Borghese, i 40 del Valentino a Torino, i 110 delle Cascine di Firenze e così via). Come sarebbero quelle città senza i loro vuoti? Meglio così o abolire le pause, accerchiare i monumenti per metabolizzarli, tutto nel vortice del nuovo già vecchio che avanza?

Una maledizione che si riassume in quel curioso slogan negli ambienti dell'avanpoltica: “rivitalizzare la necropoli” (lo racconta Giorgio Todde). E' passata l'idea che una antica necropoli debba stare nella cerchia degli esseri viventi (!) adeguandosi alle regole del mercato, anzi conformandosi (ricordate l' avviso: il morto non afferri il vivo?) Passa facilmente, perché è nel cortocircuito di questa temperie. Tanta gente trascorre negli ipermercati le sue serate libere per combattere la noia delle vecchie strade. “Andiamo all'ipershop perché in centro è un mortorio”.

“Accordo di programma”: la sponda è nell' urbanistica contrattata per cui ti do una volumetria x e tu mi dai un'area y che in realtà si poteva/doveva acquisire, con un atto trasparente, al patrimonio pubblico moltissimo tempo fa. Pagando il dovuto, beninteso.

Così oltre la linea dell'ultima tomba accertata ( accertata?) si può fare. Si faccia, come dice pure l'organo di tutela. Una nuova fascia di rispetto mortificante, no grazie. E via libera alla serie edilizia vista sulla necropoli, anzi a contatto con la necropoli. L'interesse pubblico? Lo spiega l'agente immobiliare all'acquirente indeciso, “guardi che il fascino delle tombe sottocasa è qualcosa di unico”. Emozionante. Ed esclusivo, molto esclusivo secondo come organizzi gli accessi.

L'idea di parco archeologico rimpicciolisce di senso, assume le sembianze di giardinetto pubblico e insieme di pertinenza condominiale. “Jogging nel parco” – dice la réclame (sarà sembrato eccessivo dire “jogging tra le tombe”). Dalle terrazze ai piani alti si continua a vedere l'orizzonte splendido che sollevava gli addolorati parenti di Tizio e di Caio, quella vista che a terra troverà oggi impedimenti impietosi. A terra, dove la signora del terzo piano ha già immaginato di portare le bambine (Gavina di quattro anni, Katiuscia di sei) a giocare a nascondino perché quelle curiose cavità nella roccia sembrano fatte apposta. O saranno trincee per giochi militareschi di ragazzi. E' la poetica del riuso.

Gavina e Katiuscia adolescenti potranno esercitarsi sotto le guide amorevoli degli esperti a coltivare l'hobby dell'archeologia sottocasa, passione che certamente svilupperanno stando in cotanto posto. Un posto po' troppo arcigno però, e piatto. Brullo, disse il Tar. Una sensazione da alleviare specie nell'epicentro della necropoli.

Per questo hanno ben pensato di contraddire la monotonia di quelle fredde tombe, accomodare il loro misterioso disordine, rivitalizzare, sì rivitalizzare. Ed ecco le imponenti fioriere (non guasta un po' d'ombra per il visitatore che faticosamente arriva dal basso). Antidoti futuristi alla overdose di antico fenicio-punico e a quella malinconia che non se può più. Le fioriere circoscrivono non si capisce bene cosa (ma non importa) e si sovrappongono e si impongono ( questo si capisce) su quei tristi buchi nel calcare privi di vera forza scenica. Aiuterà, se sarà scelto con cura, il colore delle cascate di gerani.

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