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Emanuele Piccardo
Troppe minacce all'orizzonte di Olivetti City
18 Aprile 2006
Beni culturali
Ivrea: un prototipo dell'idea di sviluppo sostenibile, un museo a cielo aperto che rischia di essere snaturato. Da il manifesto, 18 aprile 2006 (m.p.g.)

In Italia il movimento moderno si è sviluppato per frammenti: edifici singoli o tutt'al più quartieri residenziali o zone industriali, dotati comunque di confini ben precisi. Soltanto a Ivrea - esempio unico in Europa - ci troviamo di fronte a un vero esempio di «città moderna» fatta di residenze, fabbriche, servizi per la comunità. Per circa trent'anni Ivrea ha rappresentato un luogo privilegiato per la sperimentazione in ambito architettonico, urbanistico e culturale, grazie alle innovazioni introdotte fra il 1933 e il 1960 da Adriano Olivetti nella impresa fondata nel 1908 dal padre Camillo, eclettico ingegnere e inventore, che alla fine del XIX secolo aveva soggiornato per qualche tempo a Londra e negli Stati Uniti e che negli stessi anni aveva aderito al partito socialista.

La scelta della trasparenza

Affermando che «la fabbrica è per l'uomo e non l'uomo per la fabbrica», fu proprio Adriano Olivetti a introdurre un modo radicalmente nuovo di abitare lo spazio del lavoro. Fondamentale, per questa trasformazione del concetto di modello industriale, non fu solo il viaggio che il giovane Adriano - nato nel 1901 - effettuò negli Usa nel '25 e nel corso del quale visitò decine di fabbriche fra le più avanzate del tempo (fra cui gli stabilimenti Ford), ma anche, o soprattutto, la sua attenzione verso i nuovi linguaggi espressi dall'architettura razionalista. La vicinanza d'età e l'affinità intellettuale con gli architetti milanesi Luigi Figini e Gino Pollini convinsero Olivetti ad affidare loro l'ampliamento dello stabilimento in mattoni rossi costruito dal padre Camillo a fine Ottocento. Nacque così il primo edificio modernista con la facciata libera in vetro che si raccordava alla struttura esistente con un passaggio sopraelevato. Una scelta, quella della trasparenza, che va letta (non solo architettonicamente) per il significato che essa ha assunto nel tempo, come principio etico nei confronti del lavoro svolto all'interno della fabbrica e visibile dalla strada: una forma di democrazia - e, appunto, di trasparenza - nell'agire quotidiano della Olivetti.

L'aspetto etico sarà la base su cui verrà fondata la «comunità» di Adriano, all'interno della quale l'attenzione verso la qualità comprende tutti gli ambiti, dall'organizzazione del lavoro al progetto degli spazi industriali, dall'abitare ai servizi sociali. Allo stesso modo, anche l'inserimento delle architetture nel loro contesto, rivela - a Ivrea come a Pozzuoli - l'attenzione e il rispetto di Olivetti per il paesaggio. «Gli ambienti in cui si viveva e si lavorava erano immersi nella luce naturale, e la progettazione avveniva soltanto dopo indagini molto approfondite - studi che investivano da un lato l'aspetto geologico e ambientale, in modo da costruire su terreni salubri, dall'altro il profilo sociologico, tenendo conto delle esigenze pratiche delle persone che avrebbero dovuto abitare quel luogo» ricorda Laura Olivetti, figlia di Adriano e presidente della fondazione che porta il nome del padre e che si è data l'obiettivo di riflettere, attraverso mostre e convegni, sulle problematiche della società contemporanea.

Grande merito va dunque riconosciuto a tutti quei progettisti che, attraverso le loro opere, seppero contribuire alla costruzione di un paesaggio fatto di architetture moderne, innovative sia nella tecnologia costruttiva sia nel linguaggio architettonico adottato. Fu grazie soprattutto al loro lavoro che si rese possibile la realizzazione del sogno di Olivetti di una città a misura d'uomo. E ancora oggi l'attualità del progetto olivettiano trova riscontro nella sua visione strategica e lungimirante della città, il cui esito è un modello sociale equo, dove il ruolo dell'architettura condiziona positivamente il vivere quotidiano.

Razionalismo mediterraneo

Se Figini e Pollini - autori fra gli anni Trenta e i Cinquanta delle nuove officine e dei successivi ampliamenti ma anche delle residenze per operai e impiegati e di tutti i servizi sociali - furono gli architetti prediletti da Adriano, molti altri progettisti vennero coinvolti con il passare degli anni nella trasformazione di Ivrea in una città compiutamente «moderna»: da Fiocchi, Bernasconi e Nizzoli, che nel 1955 progettarono il Palazzo Uffici 1, a Ignazio Gardella, che nel 1958 realizzò la mensa dai chiari richiami linguistici wrightiani, da Ludovico Quaroni, che lavorò nel quartiere di Canton Vesco sul tema della scuola confrontandosi, negli stessi anni (1955-62), con l'asilo di Ridolfi e Frankl, a Eduardo Vittoria, che fu uno dei progettisti più attivi e firmò, insieme a Marco Zanuso, i quattro fabbricati dello stabilimento di Scarmagno (1968) e realizzò anche il Centro Studi ed Esperienze Olivetti a Ivrea. E ancora, Cappai & Mainardis realizzarono l'hotel La Serra a forma di gigantesca macchina da scrivere pop, mentre Gino Valle fu il progettista di Palazzo Uffici 2 e della Mensa a Burolo. Nel golfo di Napoli, la fabbrica Olivetti di Pozzuoli venne invece costruita su progetto di Luigi Cosenza e divenne una delle espressioni più originali di una certa idea di razionalismo inserito in una dimensione mediterranea.

Il progetto di città moderna infatti non riguardava solo Ivrea, ma si estendeva agli stabilimenti realizzati altrove, e dunque anche delle sedi e dei centri di ricerca all'estero, progettati in Sudamerica da Marco Zanuso, in Giappone da Kenzo Tange, in Pennsylvania da Louis Kahn, in Inghilterra da James Stirling. O ancora dei negozi realizzati per commercializzare le produzioni delle macchine per scrivere e dei calcolatori elettronici: da quello firmato da Carlo Scarpa a Venezia nel 1958 (e divenuto oggi, nell'indifferenza generale, un negozio per turisti), alla Hispano-Olivetti dei Bbpr nel 1964 a Barcellona, dagli uffici Olivetti progettati da Egon Eiermann a Francoforte nel 1972 agli showroom parigini progettati da Albini e Helg (1958) e da Gae Aulenti (1967). Nel complesso, uno straordinario esempio di mecenatismo «rinascimental-contemporaneo» che ha individuato nella rivoluzione della modernità una possibile chiave di sviluppo economico e sociale per la comunità, basata sul concetto di condivisione del sapere.

Questa lunga premessa è necessaria per comprendere come è nato il mito di Ivrea e l'importanza stessa della città di Adriano Olivetti a cui la rivista internazionale di architettura e urbanistica Parametro, che recentemente ha festeggiato i trentacinque anni, ha dedicato l'ultimo numero monografico curato da Patrizia Bonifazio e da Enrico Giacopelli. Dai contributi che compongono la rivista, emergono tuttavia anche i nodi irrisolti del fenomeno Ivrea, e innanzitutto la vastità del patrimonio immobiliare esistente che comprende non solo gli edifici industriali delle vecchie e nuove officine Ico di Figini e Pollini o il Centro studi esperienze di Eduardo Vittoria, ma anche lo stabilimento di Scarmagno di Marco Zanuso o la mensa a Burolo di Gino Valle.

Il riconoscimento della eccezionale qualità architettonica della Ivrea moderna non appare purtroppo scontato da parte delle proprietà che si sono susseguite dagli anni Novanta a oggi, unendo il destino di Olivetti prima a De Benedetti, poi al gruppo Telecom (Colaninno) e infine a Pirelli Real Estate. Oltre tutto, a rendere più complessa la situazione, il problema delle destinazioni d'uso delle ex officine si è protratto per decenni e ancora oggi si assiste a un profondo mutamento nella distribuzione delle funzioni: laddove si producevano macchine per scrivere ora vi è il call center di Vodafone e l'università di Torino, mentre il centro ricerche Olivetti di Eduardo Vittoria - occupato dall'Interaction Design Institute voluto da Colaninno come centro di ricerche interattive tra information technology e design - attualmente è vuoto.

In questo modo anche gli sforzi dell'amministrazione comunale rischiano di rimanere vani, nonostante sia stato realizzato - su proposta di un gruppo di progettazione di cui hanno fatto parte Bonifazio e Giacopelli, e con il contributo economico dell'Unione Europea - il Maam (Museo a cielo aperto dell'architettura moderna).

Un museo a cielo aperto

Primo importante risultato dell'iniziativa è stato un lavoro di schedatura delle oltre duecento architetture (186 case di abitazione, otto edifici industriali, sei edifici per uffici, tre edifici per servizi sociali, tre scuole, due edifici religiosi, un residence e un edificio multifunzionale) su cui si articola la «Olivetti city» di Ivrea, un catalogo aggiornato che fornisce informazioni su ciascun edificio e sul suo stato di conservazione all'epoca del censimento. Inaugurato al pubblico nel 2001, il Maam offre oggi ai suoi visitatori un itinerario scandito attraverso stazioni tematiche di sosta in prossimità degli edifici realizzati dai maestri dell'architettura italiana del Novecento, allo scopo di preservare la memoria storica della cultura industriale di un territorio, il Canavese, che per mezzo secolo ha vissuto di una monoeconomia, alternando il lavoro in fabbrica a quello tradizionale nei campi.

Nel 2004 è stato adottato il nuovo Piano regolatore generale di Ivrea che individua nella trasformazione della città esistente l'obiettivo primario, ma che soprattutto - e per la prima volta in Italia - propone una «Carta della qualità» negli interventi che pone sullo stesso livello di importanza gli edifici storici della città antica (di origine romana) e quelli realizzati nell'ultimo secolo. All'interno di questo quadro, il Piano individua tre tipologie qualitative: la qualità del contesto che considera la forma degli isolati urbani, la qualità dell'architettura, attraverso aspetti formali e funzionali dei singoli edifici, e infine la qualità dell'ambiente paesistico in cui le architetture sono collocate. Il concetto di qualità si lega così non a definizioni astratte e individuali ma a un forte legame con il territorio in cui la catalogazione del patrimonio immobiliare realizzata dal Maam ha fornito indicazioni utili per la definizione stessa della Carta. È in questo contesto normativo che si inserisce il problema del restauro delle architetture moderne di Ivrea, soggette spesso - come si è detto - a un cambio radicale di funzioni, ma anche a una serie di manomissioni e stravolgimenti architettonici legati all'azione di una pluralità di committenze con esigenze e obiettivi non più omogenei: ne sono esempi, fra l'altro, l'inserimento della facoltà di Scienze della Comunicazione nelle Nuove Officine Ico o la destinazione a spazi polifunzionali per la città delle Officine H.

«Il caso di Ivrea - osserva su Parametro Enrico Giacopelli - sembra infatti dimostrare che nel restauro degli edifici industriali moderni non è concretamente possibile occuparsi solo della "materia", in quanto è sempre in gioco un uso nuovo che impone le sue regole. Dimostra però anche la necessità di salvaguardare l'idea, facendo governare il processo dal principio di "fedeltà al progetto originale" che, con tutta la sua ambiguità, è forse l'unico criterio utile per valutare la correttezza di un intervento di restauro anche di un edificio moderno. Un aspetto determinante nella salvaguardia dell'idea originale è certamente costituito da una corretta scelta della nuova destinazione d'uso».

Ridisegnare il futuro della città

Questo tuttavia può avvenire solo se Pirelli Re comprende che la città di Olivetti non rappresenta semplicemente il 2 per cento del suo portfolio immobiliare ma è in grado di diventare - attraverso una rilettura del progetto culturale di Adriano Olivetti - una risorsa da cui attingere per concepire un nuovo modo di fare impresa. Da parte sua, l'amministrazione comunale della città dovrebbe ridisegnare il futuro di Ivrea proprio a partire dal patrimonio architettonico moderno, concepito come antesignano e prototipo dell'idea di sviluppo sostenibile. Per raggiungere questo obiettivo è però necessario fare rete con città che nel mondo presentino caratteristiche analoghe, progettando e programmando una serie di azioni capaci di coinvolgere il territorio, in termini culturali e imprenditoriali. Di queste iniziative, il primo passo potrebbe essere l'avvio (come pare si stia già facendo, sia pure con lentezza italica) di una pratica per far entrare Ivrea e le sue architetture nella lista Unesco del patrimonio mondiale dell'umanità.

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