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Filippo De Pieri
Tre urbanisti con la schiena dritta
18 Luglio 2010
Recensioni e segnalazioni
Tre libri di urbanisti, commentati in relazione ai loro tempi e ai nostri. Da Il Giornale dell'Architettura, luglio-agosto 2010

Quanto è vecchia una disciplina? Quando per riflettere sul suo statuto e il suo ruolo comincia a privilegiare lo strumento dell'autobiografia?

Giuseppe Campos Venuti, Edoardo Salzano e Vezio De Lucia sono tre tra i più noti urbanisti italiani. Il primo è nato nel 1926, il secondo nel 1930, il terzo nel 1938. Appartengono a una generazione di urbanisti che ha cominciato la propria carriera nel secondo dopoguerra: una generazione cresciuta sulle pagine dell'«Urbanistica» di Astengo, in un paese segnato dalle trasformazioni accelerate degli anni del boom.

Gli autori sono tre ma i libri si prestano a essere letti a coppie: due contro due. Da un lato vi sono Salzano e De Lucia: amici dichiarati, vicini per esperienze e convinzioni. Le loro autobiografie possono a essere lette quasi in sovrapposizione, con continui rimandi reciproci (accadeva già con i loro libri precedenti, per esempio Fondamenti di urbanistica e Se questa è una città). Sostenute da una qualità di scrittura non comune, associano un tono molto personale a un'impostazione del racconto che segue da vicino la successione delle loro esperienze formative e professionali; biografie pubbliche, più che private.

Quella di Campos non è un'autobiografia ma un'intervista, che s'inscrive pienamente dentro la tradizione illustre delle «interviste» laterziane. A condurla è uno tra i più influenti allievi dello stesso Campos, Federico Oliva, con un linguaggio asciutto e divulgativo che lascia spazio a un bilancio retrospettivo ma punta anche a portare in primo piano alcuni temi e proposte di stretta attualità. Ciò che accomuna Campos, Salzano e De Lucia è senz'altro più di ciò che li divide: tutti e tre hanno militato nel Pci, il che rende questi libri interessanti anche per una storia della sinistra italiana scritta dal punto di vista dei rapporti con il territorio e con la cultura amministrativa. Tutti e tre hanno avuto ruoli di rilievo all'interno dell'Inu. Tutti e tre credono da sempre nel valore del «piano» urbanistico, inteso come strumento principe per esercitare un controllo pubblico sulle trasformazioni del territorio. Tutti e tre ritengono che il mancato controllo della speculazione edilizia (e in particolare della rendita fondiaria) sia stato un problema cruciale per le trasformazioni territoriali dell'Italia contemporanea.

Oltre a questi punti comuni, vi sono alcune differenze. Campos (e Oliva) si presenta come il difensore di un'urbanistica «riformista», attenta alle norme ma anche ai valori del mercato e «pragmaticamente operativa», Interessata a strumenti negoziali come quelli della perequazione fondiaria. Salzano e De Lucia difendono un'idea più forte del ruolo del piano e dei poteri pubblici, del valore in primo luogo prescrittivo dei documenti urbanistici, visti spesso in contrapposizione con gli interessi privati.

Tutti e tre hanno avuto, in momenti diversi, incarichi di primo piano in altrettante città italiane di rilievo: Campos come assessore a Bologna tra il 1960 e il 1966 (e come consigliere comunale fino al 1970), Salzano come assessore a Venezia negli anni delle giunte rosse (1965-1975), De Lucia come assessore a Napoli con l'inizio della stagione dei sindaci e la prima giunta Bassolino (1993-1997). Sono esperienze che vengono raccon" tate nei volumi, con le loro luci e talvolta le loro ombre, spesso al" lo scopo di rivendicare il valore del lavoro quotidiano compiuto sul territorio; lavoro attraverso cui l'urbanista può influenzare il modo di progettare e trasforma" re lo spazio, contribuire a salva" guardare equilibri territoriali e sociali, costruire nel tempo una città più «bella».

È interessante anche, nelle tre biografie, il modo in cui viene raccontata l'articolazione e la contaminazione tra diversi livelli di pianificazione. Tutti i protagonisti hanno lavorato su piani e politiche a diverse scale, dal piccolo comune fino ai grandi organi statali di controllo e d'indirizzo, e i volumi contengono spunti utili per una discussione del rapporto reciproco tra queste esperienze. Particolarmente rilevante è l' attenzione riservata a un organismo di grande importanza come la Direzione generale dell'urbanistica, retta negli anni sessanta e settanta da Michele Martuscelli presso il ministero dei Lavori pubblici, dove sia De Lucia sia Salzano svolgono una parte significativa della propria carriera.

Non vi sono rivoluzioni, nelle interpretazioni della storia dell'urbanistica italiana che vengono proposte dai tre libri, ma qualche sfumatura interessante sì. Le riforme legislative, fatte o mancate, continuano a rappresentare altrettanti momenti chiave della scansione cronologica.

Eppure i pochi anni di differenza tra gli autori e i diversi percorsi individuali introducono lievi variazioni nei pesi e nei punti di vista. Campos dedica molto spazio al fallito tentativo di riforma Sullo del 1963, vedendo in quell'esperienza un'occasione storica perduta ma anche giudicando a posteriori alcune scelte, (per esempio quella d'insistere sulla questione del diritto di superficie, come un «grave errore tattico». De Lucia e Salzano tendono a insistere di più sui processi di riforma cui hanno potuto contribuire in prima persona, in particolare quelli di fine anni sessanta e inizio settanta, a cominciare dalla definizione degli standard urbanistici (1968).

Vi è un rischio dietro questi libri: quello di comunicare l'impressione che l'urbanistica, in Italia, sia qualcosa di cui si può parlare soprattutto al passato. Almeno Asor Rosa, nella prefazione a Le mie città, scrive che De Lucia è un «urbanista all'antica», forse senza sospettare quanto l'espressione rischi di suonare tautologica. Campos dedica l'intero ultimo capitolo del suo libro-intervista a una serie di proposte legislative e operative, ma aggiunge in un amaro poscritto che forse queste non sono «in sintonia con l'interesse prevalente dell'opinione pubblica».



Davvero, nell'Italia di questi anni, parlare d'interesse collettivo e di pianificazione del territorio può suonare terribilmente out of date. Eppure proprio questi tre libri, con la loro forza narrativa e la loro singolare lucidità e precisione, mostrano anche fino a che punto l'urbanistica, intesa come impegno sul campo e come insieme di strumenti intellettuali, abbia permesso a una generazione di coltivare uno sguardo complesso e raffinato sui cambiamenti in cui è stata coinvolta. Ed è ancora da dimostrare che l'età migliore, per gli urbanisti di questa generazione, non cominci intorno agli ottant'anni.

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