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Etienne Balibar
Tre parole per i morti e per i vivi
13 Gennaio 2015
Articoli del 2015
L'articolo del filosofo francese, pubblicato da
Libération (9 gennaio) e ripreso da il manifesto (13 gennaio 2015), riflette su tre parole chiave: comunità, imprudenza, jihad
Un vec­chio amico giap­po­nese, Haru­hisa Kato, già pro­fes­sore all’Università Tôdai, mi ha scritto: «Ho visto le imma­gini della Fran­cia intera in lutto. Ne sono rima­sto scon­volto. A suo tempo ho molto amato gli album di Wolin­ski. Sono abbo­nato da sem­pre al Canard Enchaîné. Ogni set­ti­mana ho apprez­zato le vignette del Beauf di Cabu. Ho sem­pre a fianco del mio tavolo di lavoro il suo album “Cabu et Paris”, che com­prende schizzi ammi­re­voli di ragazze giap­po­nesi, turi­ste rag­gianti sugli Champs-Elysées». Ma subito dopo, una riserva: «L’editoriale di Le Monde del primo gen­naio comin­ciava così: “Un mondo migliore? Que­sto sup­pone, in primo luogo, l’intensificazione della lotta con­tro lo ‘Stato isla­mico’ e la sua cieca bar­ba­rie”. Sono rima­sto molto col­pito dall’affermazione, abba­stanza con­trad­dit­to­ria mi sem­bra, che per avere la pace biso­gna pas­sare per la guerra!».

Altri mi scri­vono da vari luo­ghi: Tur­chia, Argen­tina, Stati Uniti…Tutti espri­mono com­pas­sione e soli­da­rietà, ma anche inquie­tu­dine: per la nostra sicu­rezza, demo­cra­zia, civiltà, direi quasi per la nostra anima. È a loro che voglio rispon­dere, cogliendo l’occasione dell’invito di Libé­ra­tion.
È giu­sto che gli intel­let­tuali si espri­mano, senza pri­vi­legi, soprat­tutto senza pre­ten­dere una par­ti­co­lare luci­dità, ma senza reti­cenze e senza cal­coli. È un dovere fun­zio­nale, affin­ché la parola cir­coli nell’ora del pericolo. Oggi, nell’urgenza, non voglio enun­ciare che tre o quat­tro parole.

Comu­nità

Sì, noi abbiamo biso­gno di comu­nità: per il lutto, per la soli­da­rietà, per la pro­te­zione, per la rifles­sione. Que­sta comu­nità non è esclu­siva, in par­ti­co­lare non lo è rispetto a coloro fra i cit­ta­dini fran­cesi o immi­grati che una pro­pa­ganda sem­pre più viru­lenta, che ricorda i più sini­stri epi­sodi della nostra sto­ria, assi­mila all’invasione e al ter­ro­ri­smo per farne i capri espia­tori delle nostre paure del nostro impo­ve­ri­mento o dei nostri fantasmi.

Ma non lo è nep­pure rispetto a coloro che cre­dono alle tesi del Fronte nazio­nale o che si lasciano sedurre dalla prosa di Houel­le­becq. Essa deve dun­que spie­garsi con se stessa. Non si arre­sta alle fron­tiere, dal momento che è chiaro che la con­di­vi­sione dei sen­ti­menti, delle respon­sa­bi­lità e delle ini­zia­tive evo­cate dalla “guerra civile mon­diale” in corso deve farsi in comune, su scala inter­na­zio­nale, e, se pos­si­bile (Edgar Morin ha per­fet­ta­mente ragione su que­sto punto), in un qua­dro cosmopolitico.

Per que­sto motivo la comu­nità non si con­fonde con l’unione nazio­nale. Que­sto con­cetto non è in pra­tica ser­vito ad altro che a scopi incon­fes­sa­bili: imporre silen­zio alle domande sca­brose e far cre­dere all’inevitabilità delle misure d’eccezione. La stessa Resi­stenza (per buone ragioni) non ha invo­cato que­sto ter­mine. E abbiamo già visto come, pro­cla­mando il lutto nazio­nale in base alle sue pre­ro­ga­tive, il Pre­si­dente della Repub­blica ne abbia appro­fit­tato per giu­sti­fi­care di sop­piatto i nostri inter­venti mili­tari, che pro­ba­bil­mente hanno con­tri­buito a far sci­vo­lare il mondo sulla china attuale. Dopo di che ven­gono tutte le discussioni-trappola sui par­titi che sono “nazio­nali” o meno, anche se ne por­tano il nome. Si vuol far con­cor­renza alla signora Le Pen?

Impru­denza

I vignet­ti­sti di Char­lie Hebdo sono stati impru­denti? Sì, ma la parola ha due sensi, più o meno age­vol­mente distri­ca­bili (e qui c’entrano certo valu­ta­zioni sog­get­tive). Sprezzo del peri­colo, gusto del rischio, eroi­smo se vogliamo. Ma anche indif­fe­renza per le con­se­guenze even­tual­mente disa­strose di una pro­vo­ca­zione: magari il sen­ti­mento di umi­lia­zione di milioni di uomini già stig­ma­tiz­zati, abban­do­nati alle mani­po­la­zioni di fana­tici organizzati.

Credo che Charb e i suoi col­le­ghi siano stati impru­denti nei due sensi del ter­mine. Oggi che que­sta impru­denza è costata loro la vita, rive­lando allo stesso tempo il peri­colo mor­tale che corre la libertà di espres­sione, non voglio pen­sare che al primo aspetto. Ma domani e dopo­do­mani (que­sta sto­ria non si esau­rirà in un giorno) pre­fe­ri­rei che si riflet­tesse sul modo più intel­li­gente di gestire il secondo e la sua con­trad­di­zione con il primo. E non si trat­terà neces­sa­ria­mente di viltà.

Jihad

Di pro­po­sito pro­nun­cio solo alla fine la parola che fa paura, per­ché è tempo di esa­mi­narne tutte le impli­ca­zioni. Ho appena uno spunto di idea in mate­ria, ma ci tengo: la nostra sorte sta nelle mani dei Musul­mani, per impre­cisa che sia tale denominazione.

Per­ché? Per­ché è giu­sto, certo, met­tere in guar­dia con­tro gli amal­gami e con­tra­stare l’islamofobia che pre­tende di ritro­vare l’appello all’omicidio nel Corano o nella tra­di­zione orale. Ma que­sto non basterà. Allo sfrut­ta­mento dell’Islam ope­rato dalle reti jiha­di­ste –di cui, non dimen­ti­chia­molo, i Musul­mani ovun­que nel mondo e anche in Europa sono le vit­time prin­ci­pali– non può rispon­dere se non una cri­tica teo­lo­gica e, da ultimo, una riforma del “senso comune” della reli­gione, che fac­cia dello jiha­di­smo una con­tro­ve­rità agli occhi dei cre­denti. Altri­menti saremo tutti presi nella morsa letale del ter­ro­ri­smo, capace di atti­rare a sé tutti gli umi­liati e offesi della nostra società in crisi, e delle poli­ti­che sicu­ri­ta­rie, liber­ti­cide messe in opera da Stati sem­pre più militarizzati.

C’è dun­que una respon­sa­bi­lità dei Musul­mani, o piut­to­sto un com­pito che tocca loro. Ma è anche il nostro, non solo per­ché il ‘noi’ di cui parlo, qui e ora, include per defi­ni­zione molti Musul­mani, ma per­ché le pos­si­bi­lità, già esili, di tale cri­tica e di tale riforma diver­reb­bero fran­ca­mente nulle se noi ci con­ten­tas­simo ancora a lungo di discorsi di iso­la­mento di cui essi, con la loro reli­gione e la loro cul­tura, sono gene­ral­mente il bersaglio.

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