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Barbara Spinelli
Tramonta l'impero dei consumi
21 Novembre 2008
Capitalismo oggi
Un appello ad Obama e all'Europa perchè si risveglino dall'ubriacatura di un'economia fondata sull'inganno e responsabile di una politica di sopraffazione. Da La Stampa, 9 novembre 2008 (m.p.g.)

Tra le molte leggende sprofondate il giorno della vittoria di Barack Obama, c’è quella della maggioranza silenziosa, che Nixon invocò nel 1969 per opporsi alle idee del Sessantotto e alla sua sete di mutamento. È una leggenda che faticava a morire, perché calmava le paure di una parte dell’America spesso inascoltata anche se estesa, e perché un elettorato che tace è sempre comodo per chi comanda.

La maggioranza silenziosa era contro le riforme brusche dei costumi, e in genere difendeva lo status quo. Negli Stati Uniti coltivava sogni di egemonia nazionale, per i quali tuttavia non voleva pagare prezzi economici. Il sogno era quello seicentesco della nazione eletta: la nuova Israele, la «città sopra la collina» proposta ai primi coloni americani da John Winthrop, governatore del Massachusetts. Il sogno era talmente spazioso che tutto il resto - quadrare i conti, ad esempio - pesava come piuma.

Qui è il cuore delle smisurate illusioni che ultimamente si sono infrante, prima nelle guerre di Bush, poi nel mondo della finanza, infine nel voto a Obama. Essere una superpotenza, o meglio l’unica potenza globale, significava precisamente questo: l’espansione dell’America - la sua natura di «nazione indispensabile» - esentava gli Stati Uniti dall’essere, oltre che indispensabile, solvibile. La maggioranza silenziosa, che per definizione non ha nulla da dire, consumava intanto soldi, petrolio, case e chimere. Il culmine lo raggiunse Dick Cheney, vicepresidente. Interrogato sulle guerre che Bush iniziò senza chiedere sacrifici ma anzi tagliando le tasse, replicò: «Deficits don’t matter». Che ce ne importa dei deficit.

Nell’era Bush i deficit erano addirittura benvenuti. Appena due settimane dopo l’11 settembre, il presidente incitava i cittadini a consumare di più: «Andate a Disney World in Florida, portatevi le famiglie, godetevi la vita!». La guerra contro il terrore diventava una condizione permanente dell’esistenza americana, il presidente ne profittava per indebolire giudiziario e legislativo, la Costituzione e le leggi internazionali venivano violate, la minaccia climatica ignorata, ma l’americano poteva continuare come se niente fosse, comprando a credito. La guerra illimitata e la presunzione della nazione eletta servivano a nascondere il fatto che l’America era ormai a corto di risorse, dipendente dall’estero per petrolio e finanze, senza i mezzi della sua mondiale supremazia. Lo storico Andrew Bacevich spiega con lucidità questa follia di grandezza fondata sull’insolvenza e il simulacro (The Limits of Power - The End of American Exceptionalism, New York 2008). Eisenhower riteneva che non c’è sicurezza senza solvibilità: una verità ricordata a Obama e McCain dal moderatore dell’ultimo dibattito televisivo. Nessuno dei candidati ha osato discuterla, osserva giustamente il commentatore del sito di Contropagina (www.contropagina.com).

La maggioranza silenziosa è stata d’un tratto svegliata dalla crisi finanziaria, fiutando l’immenso inganno. Ma per tanto tempo s’era autoingannata, e non sarà facile condurla a nuovi ragionamenti. Da questo punto di vista non è così vero che Wall Street ha tutte le colpe e Main Street nessuna. Main Street è stata per decenni incapace d’articolar verbo: è stata passiva, al tempo stesso impaurita e compiaciuta. Non meno di Cheney, ha ritenuto che il debito fosse un’opportunità, più che un imbarazzo. Ha accettato quel che il ministro della Difesa Rumsfeld disse sette giorni dopo l’11 settembre: «La scelta è questa: o cambiamo il nostro stile di vita, il che è inaccettabile, o cambiamo il modo in cui vivono gli altri, che è l’unica cosa da fare».

La grande menzogna (la bolla) comincia in America con l’abitudine a un’abbondanza sempre più ampia e fittizia: comprarsi un’abitazione senza avere i soldi era la stessa cosa che comprarsi un impero senza possedere capacità e mezzi. Così è avvenuto, secondo Bacevich, che cita lo storico Charles Maier, il passaggio degli Stati Uniti dall’Impero della Produzione all’Impero dei Consumi. Ci fu un momento in cui i politici sentirono scricchiolare il Titanic: accadde il 15 luglio ’79, quando Jimmy Carter fece un discorso sullo stile di vita che doveva cambiare, dipendere meno dal petrolio, risparmiare più che consumare. La risposta fu il discorso di candidatura di Reagan, il 13 novembre ’79, che venne eletto promettendo ben altro: prodigalità e primato imperiale sarebbero continuati, e anche deficit e sprechi. La maggioranza aveva scelto un cambiamento che assicurava, con altri metodi economici, un Impero dei Consumi ancor più smisurato.

La vittoria di Obama non significa per forza abbandono dell’inganno. La storia di Carter dimostra che denunciare il simulacro e l’insolvenza è avventura scabrosa. Ma il disastro odierno è vasto, e l’appello ripetuto al cambiamento lascerà tracce nelle menti, così come lasceranno tracce la speranza rimessa in moto da Obama, il senso che l’impossibile può divenire possibile, che il difficile va tentato: tutte cose cui la maggioranza silenziosa, oscillando fatalisticamente fra rassegnazione e presunzione, non era abituata. Oggi il vizio fatalista si stempera, e assieme a esso forse l’egoismo di chi non vuol dar soldi al bene comune: è il motivo per cui Paul Krugman chiede a Obama di «non pensare in piccolo», di osare l’assistenza sanitaria per tutti che l’America non possiede. Sarà costoso: non di più, tuttavia, delle somme abnormi spese in guerre fallite o impantanate.

La fede di Obama nell’eccezionalismo Usa è intensa, e ha le sue giustificazioni ma anche i suoi tranelli. Solo lì, è vero, un meticcio ha dimostrato di poter divenire capo dello Stato («un incrocio come me», ha scherzato venerdì coi giornalisti, paragonandosi al cane bastardo che vuol comprare). Ma la presunzione imperiale non è da lui denunciata e nei discorsi manca l’appello alla sobrietà dei consumi, anche se la dipendenza energetica è il suo cruccio. Al Gore è più sensibile all’appello, e sarà importante vedere se nella futura amministrazione avrà uno spazio. Il nuovo presidente ha criticato sin da principio l’intervento in Iraq, ma non sembra riconoscere che la guerra è uno strumento forse inadeguato: le guerre di Bush hanno provocato caos anziché ordine, non solo in Iraq ma in Afghanistan e Pakistan. Il risultato che dopo sette anni tarda a venire in Afghanistan inficia alle radici la scelta di militarizzare la lotta al terrore.

L’Europa è figlia dell’Impero dei Consumi. Non ha il vizio dell’indebitamento né la mania di grandezza, avendo abbattuto dentro di sé la bestia nazionalista, ma da quel modello d’impero è affascinata, e anch’essa ha trovato il modo di profittarne ricavandone sicurezza e autoinganni. Quel che rischia, oggi, è di esser trascinata nel gorgo, e di restare afasica il giorno in cui Washington dovesse cambiar politica sul serio. Dovrà trovarle dentro di sé, le parole per dire e fare quel che vuole, senza attendere un alleato intento a curare le proprie storture.

Dice ancora Bacevich che i grandi americani sono di rado ascoltati, perché dicono cose realiste e per questo sgradite. Non sarebbe male che quella tradizione rivivesse. Che Obama riscoprisse il realismo di Reinhold Niebuhr, il teologo profeta che nel secondo dopoguerra mise in guardia contro l’eccezionalismo e contro «il sogno di manipolare la storia, nato da una peculiare combinazione di arroganza e narcisismo: una minaccia potenzialmente mortale per gli Stati Uniti». Che consigliò ai Figli della Luce di non credersi votati alla luce, di non rispondere ai «figli di questo mondo» e al loro cinismo con la follia dell’immaginazione, il sentimentalismo e la stupidità. Niebuhr era un cristiano nemico del messianesimo politico: dopo anni di ubriacatura fondamentalista, l’America e anche l’Europa hanno bisogno di questa disintossicazione.

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