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Riccardo Conti
Toscana, la verità del satellite
15 Novembre 2007
Toscana
La Toscana di Conti si difende dalle critiche e accusa chi non è d’accordo di fornire cifre sbagliate e di nutrire ambizioni politiche. Da L’Unità, 15 novembre 2007

Continuo a non capire un certo accanimento contro la Toscana portato avanti anche da Vittorio Emiliani. In questi giorni si è tenuto banco con la divulgazione di dati Istat, ci pare non sempre correttamente interpretati, sul consumo di suolo in Italia, con una particolare enfasi nella nostra regione. Dati che poi, con qualche variazione contingente, vengono replicati su interventi, comunicati e siti web. In quei dati la Toscana risulta al dodicesimo posto nella classifica nazionale. Non è una posizione che dovrebbe far gridare allo scandalo.

Capisco però ancora meno quell’accanimento alla luce dei dati che abbiamo a disposizione sul reale uso del suolo nel nostro paese. E questi di più corretta interpretazione.

C’è un programma di rilevamento satellitare infatti, si chiama Corine, che trasforma in statistiche ragionate i dati forniti dal satellite riguardo l’uso del suolo.

Sono così difformi e incommensurabili rispetto a quelli dei comitati e di Vittorio Emiliani, da averci indotto a fare diverse verifiche prima di uscire con questo commento.

La rilevazione satellitare compiuta sulla Toscana nel 1990 e nel 2000 (altre più recenti non se ne danno: è imminente quella di aggiornamento alla situazione attuale) ci dice che il «consumo di suolo» tra il ’90 e il 2000 è stato di 8135 ettari. Che sono tutto meno che pochi: ma non sono i 150 mila denunziati da Emiliani. Una discrasia enorme. Che il satellite sia passato per sbaglio da un’altra parte? Ma ci dice anche che il peso dell’urbanizzato in Toscana è pari al 4.1% dell’intero territorio regionale molto al di sotto della Lombardia (10.4%) e del Veneto (7.7%) solo per prendere due regioni di un certo rilievo nel Nord.

L’uso del suolo al 2000 vede infatti una Toscana con 2 milioni e 298 mila ettari di superficie, 1 milione e 37mila ettari di territori agricoli, 1 milione e152 mila ettari di territori boscati, 8.297 ettari di corpi idrici, 6.017 ettari di zone umide, e finalmente i famigerati spazi, suoli e terreni destinati all’edificazione: cioè 93.657 ettari di territori «edificati» a vario titolo (case, villette, certo, ma anche centri commerciali, zone industriali, reti di comunicazione, zone estrattive, discariche e cantieri cosi come tutto il verde urbano) che corrispondono al 4% del totale del territorio toscano.

Ciò detto, nulla toglie al fatto che anche la Toscana sia stata coinvolta, tra il 2000 e il 2005, nel boom edilizio che ha caratterizzato l’economia italiana in questi anni: ma con una incidenza che non ha mai comunque superato il 5% dell’intera edificazione nazionale. Inoltre, fatto 100 lo stock di edificato esistente in Italia, la Toscana vi contribuisce per il 6,6% (analisi dei dati Istat sui permessi a costruire). Fatto 100, invece, lo stock di nuova edificazione, la Toscana vi contribuisce per meno del 5%. Questo vuol dire che la Toscana non registra una particolare accelerazione negli ultimi cinque anni rispetto al resto d’Italia, anzi evidenzia il contrario.

E confermerebbe invece certe critiche che ci vengono rivolte dall’Ance Toscana che accusa il Piano di indirizzo territoriale regionale (Pit) approvato a luglio, di troppo conservazionismo. La critica non ci pare fondata. Infatti di un Piano approvato a luglio non si vede come già a settembre si possano registrare effetti sulla congiuntura edilzia! Ma, a parte le critiche di chi vorrebbe edificare troppo a ruota libera, ci viene fatto presente anche da alcuni investitori importanti, non solo toscani, che la nostra troppa attenzione al territorio allunga qualsiasi procedura rispetto ad altre regioni. Allora dico a tutti che la linea di pianificazione certamente non va abbandonata ma semplificata, all’insegna di un criterio, mutuato dal mio amico Pierluigi Bersani che potremmo riassumere in «quando, dove, come si può, si fa», che poi altro non è una sintesi del concetto di moderno sviluppo sostenibile.

Apro una parentesi. Mi pare ingeneroso e basato su dati non corrispondenti alla realtà, l’attacco rivolto alla mia amica sindaco di Montaione Paola Rossetti, alla quale va riconosciuto il merito di aver spalancato porte e finestre prima di decidere sulle proposte avanzate da un investitore importante e potente. E di aver sottoposto queste a un processo di partecipazione aprendo il fascicolo coram populo. Peraltro non c’è al momento nessun progetto approvato, ma solo una organizzata, partecipata, impegnata discussione pubblica. Vorrei tranquillizzare: i piccoli Comuni toscani non sono affatto lì pronti a farsi mangiare dai moderni colossi nazionali o internazionali. Lo sviluppo territoriale della Toscana non lo decidono i fondi di investimento né i grandi investitori, ben accolti quando ci aiutano a sviluppare progetti che abbiano i contenuti illustrati nella programmazione e concertazione regionale. Quei contenuti non dicono «vade retro» investitori ma dicono che si fa quando, dove e come si può. Assicuro i lettori dell’Unità che nessuno è più affezionato al territorio toscano di una classe di amministratori, uomini e donne impegnati.

Non sto qui a fare l’apologia del Pit. I buoni intendimenti ci vengono riconosciuti anche dai più critici. Sottolineo solo che l’incremento edilizio, in ragione della particolarità del territorio toscano e di un obiettivo toscano di sviluppo tipo «Agenda di Lisbona», ci ha portato a affermare che non può esserci uno sviluppo spostato sull’edilizia (modello anni Cinquanta), bensì bisogna orientare le spinte in altre direzioni. Quindi attuando la tutela delle colline, controllando il pregresso, evitando i trascinamenti di piano, mettendo in atto tutte le salvaguardie. Ripeto, con noi stessi siamo più critici dei nostri critici, per questo guardiamo dentro le tendenze. E vediamo che i dati ci dicono che c’è una rincorsa della Grande distribuzione, e un incremento del residenziale in questi anni.

Non solo. Il consumo di suolo è un significativo e fondamentale indicatore del governo del territorio, ma non l’unico. Propongo di recuperare in chiave di governo del territorio il concetto antico di carico urbanistico, la ricerca di adeguate dotazioni territoriali in funzione di una nuova buona urbanistica. Questa impostazione non può limitarsi al consumo di suolo e non può non riguardare le politiche di recupero e riqualificazione. Una falegnameria che si trasforma in un complesso di 60 miniappartamenti o un piano di recupero possono non implicare nuovo consumo di suolo ma produrre egualmente impatti importanti sulle risorse comuni. Per questo, con gli strumenti che ci siamo dati, stiamo controllando anche i processi di riqualificazione con criteri che tengono ben fermo il parametro del consumo di suolo, ma vanno ben oltre il suo significato perché puntano ai concetti di qualità e di dinamismo, alla architettura degli interventi, alla forma degli insediamenti, cioè alla buona urbanistica.

Con il che non intendiamo neppure criminalizzare l’edilizia con una critica indistinta e generica, come fosse un comparto abusivo o marginale del nostro sistema economico.

Anche in quel campo vogliamo interlocutori innovativi che non si mangino, in nome della rendita, il territorio e lo sviluppo ma che facciano della qualità, della sicurezza sul lavoro e della sostenibilità ambientale e paesaggistica nella progettazione i criteri della propria offerta.

Il tema ci ha appassionato talmente che nelle prossime settimane organizzeremo un seminario per discutere questi dati con esperti, studiosi e amministratori. Spero che in quel caso vogliano essere presenti anche i nostri critici. La lettura di questo articolo mi auguro che voglia chiarire che in fondo siamo più critici verso noi stessi dei nostri critici. E tuttavia non si sfugge da un’impressione. Che il problema non attenga allo sviluppo edilizio e a una discussione sul territorio toscano, quanto a un punto politico. Per quanto ci riguarda, vogliamo più qualità e innovazione nella nostra regione. Vogliamo mettere in atto una politica di conservazione attiva del nostro territorio anche puntando sull’attuazione del Codice del paesaggio in linea con quel documento fondamentale che è la Convenzione europea del paesaggio, non a caso firmata a Firenze nel 2000. Quello che non vogliano (ecco il punto politico) è che si affermi un’idea della Toscana come un’arcadica regione residuale, stretta tra esplosive questioni settentrionali, meridionali, centralità di politiche per Roma capitale, una regione buona solo per i fine settimana di ospiti illustri. Siamo una complessa moderna regione europea.

E come tali vogliamo essere apprezzati e magari criticati.

PS. Siamo talmente convinti dell’opportunità di proposte sul risparmio di suolo quali quella di Rogers o di Angela Merkel, che ne abbiamo fatto una norma generale della nostra pianificazione e l’abbiamo adottata come criterio di monitoraggio. I dati che abbiamo a disposizione mostrano che la Toscana è molto vicina ai parametri inglesi e tedeschi.

[ Riccardo Conti è Assessore al territorio della Regione Toscana]

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