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Lodo Meneghetti
“Sviluppo del territorio”, l’insensato fra noi
4 Gennaio 2006
Lodovico (Lodo) Meneghetti
Pil, crescita, sviluppo… parole finalmente in crisi ...

Pil, crescita, sviluppo… parole finalmente in crisi d’impiego. Quantomeno messe in discussione quali rappresentative di modelli ritenuti incontestabili o fenomeni indubitabilmente positivi. Risuonano altre parole, contrarie, altri significati, oppositivi: decrescita, benessere sociale, qualità di vita… Il monologo ultra-liberista si è inceppato. I frequentatori di Eddyburg sanno (da Pierluigi Sullo) che il settimanale “Carta” e il mensile “Carta. Etc.” diffondono il pensiero di Serge Latouche, uno degli attuali sostenitori della decrescita, appunto. Ora possono leggere Piero Bevilacqua il cui articolo, L’economia conosce la natura?, li rassicura, se si sono liberati dagli incantamenti dello sviluppismo economico, l’insolente economicismo “naturalmente” distruttivo.Hanno potuto leggere qualche giorno fa nel sito la relazione di Carla Ravaioli alla presentazione dell’associazione Rosso Verde il 4 dicembre a Roma, dal titolo programmatico: La sinistra non vede il pianeta terra, un quadro delle gravissime conseguenze sociali, dei danni all’uomo e all’ambiente provocati da un capitalismo che si rispecchia nell’insensato “sviluppo sostenibile” che poi, penso, è a sua volta pena del taglione per i popoli vittime del sottosviluppo e dello scambio ineguale. La sconcertante acquiescenza del centrosinistra verso l’ossimoro s.s. è segno di arretratezza culturale dunque politica. Per questo preoccupa. La stupefacente intuizione di Kenneth Boulding, citata da Carla Ravaioli – “chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo oppure un economista”, in un testo parte di una raccolta collettiva uscita nel 1966 (!!) per la Hopkins University Press a Baltimora – è come un seme che dapprima ci pare non aver fruttificato per lunghi anni. Ma negli ultimi sembra che altri semi ne siano derivati, prima un brulicare disperso sotto la superficie percorsa in lungo e in largo dai topi saputi del neoliberismo, infine affiorati per unirsi con la vecchia madre in un globulo consistente che i topi hanno qualche difficoltà a rodere. Insomma, posizioni antagoniste si manifestano ognora di più e si tengono fra loro. Ancora. Lo storico Renato Monteleone ci offre una antologia dal titolo anch’esso emblematico, Il Novecento. Un secolo insostenibile. Civiltà e barbarie sulla via della globalizzazione (Dedalo 2005). Il vertice Onu di Rio, 1992, perorava per ecologia e ambiente uno sviluppo “sostenibile” quando l’intero secolo era trascorso senza che nessuno spiraglio si fosse aperto in questa prospettiva d’altronde falsa per definizione. Gli ossimori non sempre funzionano, anzi quasi mai. Torniamo al principio di Boulding per collegarci a un altro nodo del filo rosso che unisce i critici dello sviluppismo. Anche il biologo, fisiologo e biogeografo Jared Diamond ci avvisa che il nostro habitat è minacciato di distruzione; che stiamo perdendo le nostre limitate risorse; che siamo, noi moderni dei paesi ricchi, irresponsabili ignoranti consumatori-distruttori; che, se posso così esprimermi, ne facciamo di tutti i colori. Anche in questo caso il corposo libro, “una pietra miliare – scrive il recensore – che non potrà essere ignorata” (Einaudi 2005, originale 2004), ci investe con un titolo ben chiaro, Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere. A essere sostenibile non può essere lo sviluppo bensì la decrescita. In una intervista Diamond, al consueto ammonimento di non cadere, rivolgendosi alla gente, nel cosiddetto effetto Cassandra, sbotta in una risposta stupenda: “ma vede, in primo luogo Cassandra aveva ragione...”. Il recensore (il geologo Mario Tozzi, in “L’indice” n. 12, dicembre 2005) mette in evidenza due passaggi che dovrebbero apparire originali e fondamentali a chi partecipa, anche in Edddyburg, alla battaglia contro la sessantennale vessazione cui è stato sottoposto il territorio del nostro paese e cui lo sono state, peraltro, le terre le acque e l’aria del mondo intero. Abbiamo continuato a perdere suolo utile, ignoriamo che per formarne qualche centimetro occorrono secoli. E i nostri ghiacciai, fonte di vita e di equilibrio per tanto suolo fertile? Lo scienziato americano racconta nell’intervista di aver osservato nel Montana il fenomeno della scomparsa dei ghiacciai: “l’ho chiamato ‘amnesia del paesaggio’ perché chi ogni giorno vede mutare lentamente il territorio non si rende conto di cambiamenti che sono invece enormi, ci si abitua giorno dopo giorno, e quando il problema emerge è troppo tardi”. Allora. In Italia, come altrove, non ci siamo accorti o ci siamo accorti in ritardo dei mutamenti lenti e continui, ma sarebbe stato facile occuparci delle trasformazioni macroscopiche, opporci a quelle palesemente scriteriate perciò dannose, vale a dire quasi tutte. Il signore del consumo irragionevole di suolo dal dopoguerra a oggi non ci ha dato tregua e procede incrollabile, proprio una crescita infinita, o finita allorquando il signore non troverà più terraferma e s’inabisserà e percorrerà il fondo marino. Aver dedicato la scuola estiva in Val di Cornia al tema del consumo di suolo è stato giusto, anzi un atto dovuto. La superficie dell’Italia è poco più di 300.000 Kmq. Quanti ne sopravvivono ancora relativamente liberi valutabili come suolo agrario o in qualche modo recuperabili a un utilizzo ecologicamente corretto e alla preservabile bellezza paesaggistica?. Non lo sappiamo; sappiamo che da quando si affermava che se ne dovevano salvare ad ogni costo, in prospettiva, almeno 100.000 netti per coltivazioni capaci di rispondere in primo luogo alla domanda interna e anche di sostenere la competizione nel mercato internazionale, è passato un mucchio di tempo durante il quale si sono imposti l’ideologia e il fatto di sviluppo del territorio. Locuzione ancor più assurda di altre dette. A Milano quello che una volta era denominato assessore all’urbanistica è diventato assessore allo sviluppo del territorio. Cosa significa sviluppare il territorio? Parole vuote, per un corretto uso della lingua, invece imbottite di un senso di credibile realtà giacché sviluppare coincide con edificare, occupare terreno con ogni genere di manufatti. Come gli economisti sono le sirene pazze della crescita economica, così troppi urbanisti confondono pianificazione territoriale con inevitabile occupazione di terra libera, aumento di ingombri, aggiunta di un più mai un meno, lo stesso che contraddistingue da sempre i proprietari dei terreni, gli imprenditori edili e fondiari, i commercianti di qualsiasi settore merceologico. Oggi non solo non possediamo di certo quella dimensione agraria altamente qualificata, ma abbiamo distrutto o rovinato gravemente quasi tutti quegli spazi ad ogni modo necessari per utilità ecologica e valore/funzione paesaggistica. Penso a due aspetti esemplari: l’immane sconvolgimento edilizio delle coste, negate per sempre a un progetto di cauta regolazione d’uso; il trattamento criminoso riservato alle montagne mediante migliaia e migliaia di impianti sciistici accompagnati dal corrispettivo alpestre dello “sviluppo” edilizio costiero, con effetti di devastazione finale di boschi e foreste, e delle terre storicamente destinate a pascolo da cui conseguivano prodotti peculiari. Se osserviamo l’entità della costruzione di edifici, limitandoci alle sole abitazioni, notiamo subito che il marcio della Danimarca è in Italia, non lì o altrove. Invito a rivedere, avendone voglia, l’articolo sulle abitazioni pubblicato nel sito il 10 novembre. L’enorme quantità di abitazioni non occupate – oggi quasi sei milioni – in stragran parte seconde case detentrici del primato europeo assoluto e relativo, collima con un ampio tratto dello sfacelo del territorio: che poi è stato maltrattato non poco dalle case supposte necessarie e invece dilagate ben al di là dell’utile. Cos’è infatti un’area metropolitana come quella milanese se non la dimostrazione di uno “sviluppo del territorio” come dilagamento di edificazione distruttiva del medesimo? Perché lo storico meraviglioso policentrismo milanese e lombardo si è trasformato in un magma orribile coprente ogni terra, negatore dei luoghi e dei loro nomi, quando sarebbe bastata un po’ di cultura “olandese” per comprendere quale modernità presentasse la conformazione territoriale donata dalla storia e che su questa si dovesse ricostruire l’habitat? Perché il nuovo piano regolatore di Roma, pur riconosciuto meritevole per il puro fatto di esserci, si è infine smollato a spandere troppe volumetrie a destra e a sinistra preventivando un largo nuovo consumo di terreno? Uno studio di Georg Frisch e Andrea Giura Longo del 2002 (Il consumo di suolo. La dinamica insediativa a Roma e il nuovo Prg) illustra l’andamento del consumo di suolo in quattro decenni. Non sembravano esserci ragioni convincenti di proseguire lungo la stessa strada, semmai contraddizioni anche rispetto al semplice parametro dell’andamento demografico. Temo che le numerose vaste aree per cosiddette nuove centralità, pensate come sperata garanzia di qualità dell’investimento immobiliare, costituiranno invece i cardini di quel processo secondo il quale perdiamo, attraverso mera speculazione edilizia, suolo utile, per formarne qualche centimetro del quale, ci dice Diamond, occorrono secoli. Intanto la maggioranza degli italiani, non solo la classe dirigente politica e imprenditoriale, sembra aver perso del tutto il sentimento del paesaggio, ossia è malata da tempo di quell’“amnesia del paesaggio” che preoccupa lo studioso americano. Se così non fosse non ci arrovelleremmo ogni giorno per scoprire dove persista qualcuno dei paesaggi aperti o urbani conosciuti al vero e ora, talvolta, reperibili solo nei dipinti. A ogni modo il Marchio Italia, ci informa Vittorio Emiliani, “è ancora primo nel mondo per due segmenti: l’arte e la storia. Mentre sta ormai tra il 10° e 15° posto per la natura ed è scivolato al di sotto del 15° per le spiagge”, cioè “laddove (natura e spiagge) si è molto distrutto, cementificato e asfaltato” (in “l’Unità” del 3 dicembre, in Eddyburg la stessa data).

Lodo Meneghetti

Milano, 16 dicembre 2005

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