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Sandro Roggio
Sulle coste e all’interno le brutte forme di una cangiante città fasulla
21 Ottobre 2010
Sardegna
La bellezza della natura e della storia sfigurata dalla sguaiata modernità affaristica e sottratta a ciascuno di noi. La Nuova Sardegna, 20 ottobre 2010. In calce le immagini

Chiusi al confronto col mondo globale proprio quando questo sarebbe disposto a guardare con interesse alle nostre storie vere

La fitta sequenza di brutte case - dappertutto in Sardegna - ci faranno riflettere quando ci riguarderemo e ci riguarderanno. Sarebbe bene se nelle pause del dibattito sull’autonomia - e sull’identità - si desse un’occhiata a come ci siamo conciati. Si scoprirebbe che il limite della decenza è ampiamente superato per travestimenti assurdi (come non è accaduto in altre regioni).

Qualche tempo fa ha scandalizzato il film televisivo di Franco Bernini che parlava dell’isola con deficit di accortezze storico-antropologiche, del sardo con i panni che ci vorrebbero vedere addosso. Un film, in fondo. Ma qui si tratta di vestiti indossati volentieri e difficili da togliersi. E’ il paradosso della rinuncia all’identità evocato dalle maschere delle Demoiselles di Picasso. Tanto più temibile se la finzione è compiacente (in Sardegna la maschera è una cosa seria, dice di riti preistorici, di paure primordiali da alleviare, di morte e rinascita).

Fra trent’anni l’isola perderà quasi un terzo dei suoi abitanti e le case vuote, non solo nei villaggi dei balocchi, saranno più di quelle odierne, già oltre un quarto del totale.

Lasciamole nello sfondo - per una volta - le quantità delle trasformazioni che hanno travolto i paesaggi naturali più preziosi. Per soffermarci sulle forme adottate dalla cangiante città diffusa. Grande parte del paesaggio costruito in Sardegna è rivelatore di una propensione ininterrotta ad assumere il carattere deformante e uniformante della villeggiatura, per piacere ai turisti e assecondare il turista che è in noi (il consumatore al posto dell’abitante, la messinscena al posto delle consuetudini).

E’ il trionfo dell’equivoco vecchio mezzo secolo: i travestimenti della Sardegna costiera (e non solo) sono ormai percepiti come autentici, appartenenti alla sua storia.

Invece è un abbaglio collettivo. Un repertorio che si diffonde da decenni, frutto di tentativi che si cumulano casualmente: un mix che rimanda ai primi villaggi di Costa Smeralda, che a loro volta richiamano scorci di Capri o Ischia, a prospettive veneziane, cartoline dalla California, scenografie fiabesche, scriteriati revivals stilistici, il tutto reso in modo iperbolico, fumettistico, caricaturale non si sa bene di cosa. Un grammelot, se fosse una lingua.

E’ un florilegio di successo, un’epidemia tentacolare: quelle figure esondano dalle riviere alle campagne, alle nuove espansioni, penetrano nelle parti antiche degli abitati. Una passione compulsiva per la sceneggiata, una disneyzzazione subita e alimentata, che distrae, dà speranze, illude di stare al passo di favolosi redditi.

Sovrapponendo vero e falso si realizzano nei vecchi centri alterazioni di tipologie originarie delle quali restano dignitosi esempi: superstiti palazzetti di fine Ottocento e primo Novecento, austeri per la ritrosia - pensate un po’ - ad accogliere i decori eclettici del Modernismo. Come i severi edifici descritti da Salvatore Satta che nel «Giorno del giudizio» immaginava in qualche modo l’epilogo («Le zitelle erano ben felici di lasciare nei lugubri palazzi il loro titolo di “donna” per abitare le case linde e di cattivo gusto [...] che già cominciavano a sorgere nella periferia»).

Agli interventi più sguaiati, blocchetti in cls e alluminio anodizzato a go go, si sta così sovrapponendo la tendenza - apparentemente innocua e a fin di bene - di camuffare interi brani di paesi, con abbellimenti che fingono il restauro eccitato dai repertori dei villaggi costieri. E pure le vecchie strade si rinnovano invecchiandosi, con altane, balconi e portali che non c’erano, cantonali e cornici distribuiti in modo approssimativo, e intonaci che mimano le malte d’epoca lasciando parti scrostate.

Dovunque l’obiettivo è l’effetto rustico che simula gli acciacchi del tempo, con malformazioni che consentono l’impiego di manodopera mediocre. Il vecchio muro finto e sbilenco dilaga anche negli interni, effetto baraccone assicurato (il meglio nei bar: la sublimazione della pietra incollata e la pittura a spugna).

Nelle marine più sfigate, in assenza di manutenzione, il tono è quello decadente di scolorite scenografie in disuso, l’atmosfera malinconica di cose che non sono mai state nuove e non potranno invecchiare con dignità. Tutto è dentro questo processo, pure Cala di Volpe (tra le icone più note all’origine di questa commedia) minacciata di finire nel gorgo di un incremento, tra le sdegnate proteste del figlio del suo autore (per realizzare l’ampliamento è stato chiamato - nientemeno - lo stesso progettista di Disney Wordl).

Una produzione intemperante e disarmante (un consulto di etnologi, semiologi, analisti della moda ecc. ci spiegherebbe, forse). D’altra parte, nel tempo dell’individualismo estremo, la libertà dell’immaginazione non ammette richiami alla coerenza, men che meno all’eleganza. Ogni appello alla buona educazione estetica, alla sobrietà dei comportamenti, rischia di apparire autoritario oltre che snob. Sarà però il caso di rifletterci su questa capitolazione di massa ai modi espressivi della vacanza, che ognuno con il suo giocattolo rimpingua, invadendo il paesaggio di tutti. Nel frattempo rimane ai margini l’architettura che, pure nell’isola, vorrebbe stare al passo con i tempi (gli stili che a suo tempo abbiamo accolto - dobbiamo ammetterlo - erano quelli all’avanguardia in Europa). Oggi la Sardegna sembra rinunciare al confronto con il mondo globale - scivolando dal pop al trash - proprio quando il mondo sarebbe disposto a guardare con interesse alle sue storie vere.



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