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Vezio De Lucia
Su altre sponde del Tirreno
30 Ottobre 2007
Il paesaggio e noi
La costiera amalfitano-sorrentina fra speculazione e abusivismo. Uno degli interventi tenuti in occasione del Coast day, Cagliari, 27 ottobre 2007 (m.p.g.)

È un onore essere stato invitato, e colgo l’occasione per rendere omaggio a Renato Soru, l’uomo che ha restituito a tanti come me la speranza che il nostro paese si possa salvare. Mi riferisco proprio alla salvezza della patria, come la intendeva Benedetto Croce ministro della Pubblica istruzione dell’ultimo governo Giolitti, nel 1920, quando scrisse che

il paesaggio è la rappresentazione materiale e visibile della Patria con le sue campagne, le sue foreste, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue rive, con gli aspetti semplici e vari del suo suolo […], il presupposto di ogni azione di tutela delle bellezze naturali che in Germania fu detta “difesa della patria” ( Heimatschuz). Difesa cioè di quel che costituisce la fisionomia, la caratteristica, la singolarità per cui una nazione si differenzia dall’altra, nell’aspetto delle sue città, nelle linee del suo suolo.

Non credevo ai miei occhi – e mi sono ricordato subito di Benedetto Croce – quando Eddy Salzano mi ha fatto leggere le parole pronunciate da Soru all’atto dell’insediamento della commissione di esperti per il piano paesaggistico della Sardegna:

Che cosa vorremmo ottenere con il piano paesaggistico regionale? Innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna. La “valorizzazione” non ci interessa affatto. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi - tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola. Siamo interessati a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo: non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale.

Perché vogliamo questo? Intanto perché pensiamo che va fatto, ma anche perchè pensiamo che sia giusto dal punto di vista economico. La Sardegna non vuole competere con quel turismo che è uguale in ogni parte del mondo (in Indonesia come nelle Maldive, nei Caraibi come nelle Isole del Pacifico), ma vede la sua particolare specifica natura come una risorsa unica al mondo perché diversa da tutte la altre.

Non credevo ai miei occhi quando ho letto le parole che ho trascritto Non potevo crederci, perché sono parole in netta controtendenza con la cultura politica dominante, ormai quasi tutta d’accordo con un’idea di sviluppo che coincide con l’avanzata del cemento armato e dell’asfalto, con la distruzione del paesaggio. Una cultura che non ha il coraggio di assumere come prioritaria la difesa dei beni pubblici e, fra questi, la qualità e la bellezza del territorio.

Il mio intervento è perciò un omaggio a Renato Soru, che ci ha restituito la speranza. Un omaggio che vorrei privo di retorica, non fine a sé stesso, non meramente celebrativo. La sua nomina da parte dell’Unep ad ambasciatore delle coste del Mediterraneo – insieme a Predrag Matvejevic, autore del famoso Breviario Mediterraneo, e a Chérif Rahmani, ministro dell’Ambiente algerino che ha promosso la legge per la tutela delle coste del suo paese – vorrei interpretarla come un incarico operativo, volto a sollecitare e promuovere – con il ricorso agli esempi da imitare, ma anche alla denuncia, e all’indignazione – il miglior uso delle coste e, più in generale, delle risorse ambientali e paesaggistiche del nostro paese e di tutti paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Per quanto riguarda le coste italiane, mi permetto di ricordare al presidente Soru che più volte nei decenni del dopoguerra si è discusso della loro tutela, con alterne vicende, ma l’esito è stato alla lunga disastroso. Non tratto qui della Sardegna, di cui diranno altri, e Maria Pia Guermandi ricorderà l’amara vicenda di Antonio Cederna, chiamato in giudizio dall’Aga Khan e condannato insieme al Corriere della Sera per aver denunciato la rovina della costa Smeralda per opera del magnate ismailita. Mi pare giusto ricordare invece, brevemente, l’esperienza positiva delle coste della Maremma livornese. All’origine ci fu la determinazione di un uomo politico, Silvano Filippelli, presidente della provincia di Livorno, una specie antesignano di Soru, che promosse nel 1963 un convegno il cui titolo diventò famoso: Il mare in gabbia. Aveva per tema la denuncia della privatizzazione delle coste e la ricerca di soluzioni politiche ed amministrative per restituirle all’uso pubblico. Ebbe inizio da allora l’impegno degli enti locali contro le lottizzazioni costiere, impegno che non si è mai interrotto, anche se recentemente emergono fattori di crisi.

Quasi tutto il resto è in condizioni indegne, con livelli estremi nel Mezzogiorno, in particolare lungo la costa tirrenica della Calabria e lungo i mille chilometri della costa siciliana, soprattutto per via di un’attività abusiva che non si arresta e che è stata agevolata da tre condoni in 18 anni (1985, 1994 e 2003).

In particolare, in questa circostanza, non posso non denunciare la situazione della penisola sorrentina e della costiera amalfitana [cfr. immagini], un territorio celeberrimo da secoli, dalla scoperta dei templi di Paestum alla metà del XVIII secolo, quando entrò a far parte del Grand Tour, diventando “la terra delle sirene”, il paradigma della mediterraneità. È stato il lavoro secolare di generazioni di contadini che ha strutturato nel tempo un sistema di terrazzamenti e di giardini pensili, grazie ai quali gli abitati si sono sviluppati insieme alla campagna e l’architettura del giardino ha superato per magnificenza quella della casa. Nella penisola sorrentina sopravvivono ancora in parte le “terre murate”, sorprendenti costruzioni di giardini incassati nell’abitato con coltivazioni a più strati: l’olivo (oppure il noce o il nespolo) formano lo strato più alto, l’arancio quello inferiore, più sotto l’orto. Il sistema dei terrazzamenti, dei giardini e degli abitati, è solo uno degli elementi di un paesaggio dominato da coste rocciose, falesie, montagne dolomitiche, spiagge, pascoli, luoghi delle solitudini e di vertiginosi orizzonti marini.

Questo paesaggio è ora devastato da un’attività abusiva che si estende senza tregua e in ogni dove. Anche qui “comandano degrado ambientale, inquinamenti sordidi, iniziative selvagge, … corruzioni nel senso letterale e figurato” (Predrag Matvejevic). Eppure, penisola sorrentina e costiera amalfitana sono protette da 20 anni da un rigorosissimo piano paesistico, la cui storia cominciò all’inizio degli anni Sessanta, quando Italia nostra raccolse i pressanti appelli di esponenti della cultura nazionale preoccupati per le dissennate proposte sostenute da autorevoli uomini politici locali Ma solo a seguito della benemerita legge Galasso, e di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica, nel 1987 la regione Campania approvò infine, addirittura con legge regionale, un piano paesistico che per anni era stato chiuso in un cassetto.

Da allora si è determinato sicuramente un contenimento degli assalti speculativi, ma negli anni più recenti la tutela ha finito per essere soverchiata dagli scempi, nonostante che Carabinieri, Guardia di Finanza, magistratura cercano di intervenire e operano centinaia di sequestri ogni anno.

Il 9 di ottobre, a Napoli, all’Istituto degli studi filosofici, in occasione di un convegno di Italia nostra proprio sulla costiera amalfitana e la penisola sorrentina, Giovanni Conso, procuratore antimafia, ha raccontato che ogni intervento abusivo, anche in quei luoghi prestigiosi, è riconducibile al clan dei Casalesi (il clan di Casal di Principe, il comune capitale mondiale della camorra descritto in Gomorra, il libro ormai famosissimo di Roberto Saviano).

In tutta la Campania, anche in costiera amalfitana e in penisola sorrentina, il controllo territorio è insomma nelle mani della malavita. Forse per questo, demolizioni non se ne vedono. L’unico esempio resta il mostro di Fuenti, demolito dopo 31 anni di accanita insistenza da parte soprattutto di Italia nostra.

In alcuni comuni della costiera amalfitana ci sono domande di condono più numerose degli abitanti. Un terzo dei comuni è sfornito di piano regolatore.

L’estate scorsa, a Conca dei Marini, è crollata una terrazza (abusiva) con un morto e molti feriti. Per qualche giorno, le pagine dei giornali sono state attraversate da lampi di indignazione e da promesse di interventi repressivi esemplari. Ma mi pare che già tutto sia rientrato in un’ordinaria e indifferente tolleranza.

Il comune più tartassato dall’abusivismo è Ravello. Dov’è in costruzione il famigerato auditorium, un’opera esplicitamente proibita dal piano paesistico, ma poteri pubblici stolti e arroganti se ne infischiano della legalità e sono cominciati i lavori.

L’operazione è stata accompagnata da un’invadente campagna di stampa, con la quale si è tentato di tacitare le critiche sulla legittimità dell’intervento e sull’opportunità di costruire un auditorium in un luogo della costiera amalfitana già congestionato dal turismo, mentre a Napoli, a Salerno e in tutta la Campania mancano spazi per la musica.

Il deterioramento del paesaggio è tale che, nel corso del dibattito sviluppato nell’estate scorsa dopo il crollo di Conca dei Marini, è stato anche chiesto, come forma estrema di appello al governo nazionale e ai poteri locali, che la costiera amalfitana e la penisola sorrentina siano depennate dalla lista dei siti tutelati dall’Unesco. Credo che proprio a partire da questa richiesta, potrebbe essere decisivo un intervento del presidente Soru e degli altri ambasciatori delle coste del Mediterraneo, nei modi che riterranno più opportuni, per sollecitare un’inversione di rotta rispetto all’attuale, insostenibile situazione.

Nel 1985, intervenendo al Senato, Giulio Carlo Argan, grande storico dell’arte e già sindaco di Roma, sostenne che

La cosiddetta bellezza della natura è in realtà il prodotto dell’intelligenza, del pensiero e del lavoro umano nel corso di più millenni: è un immenso libro, un palinsesto in cui sono scritti millenni di storia. È desiderabile che il mondo umano non bruci, non lasci bruciare fino in fondo questo libro, che impari a leggerlo, a servirsi dell’esperienza del passato per progettare il futuro.

Il libro della penisola sorrentina e della costiera amalfitana non deve bruciare, e grazie anche all’impegno dei nuovi ambasciatori del Mediterraneo deve ancora insegnare a milioni di cittadini del mondo a leggere la bellezza e la storia.

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