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Nadia Urbinati
Studiamo le polis per capire il federalismo
22 Maggio 2012
Articoli del 2012
Uno straordinario spaccato scientifico mette in risalto il parallelismo fra crisi politica attuale, storia dell’urbanizzazione, e prospettive di uscita dalla crisi. La Repubblica, 22 maggio 2012 (f.b.)

Federare il vecchio continente sembra oggi un’impresa quasi disperata, residuo del sogno di visionari che hanno buttato l’occhio troppo lontano nel futuro. La crisi dell’Unione Europea può apparire a molti come una conferma che lo stato nazionale, erede di quello territoriale moderno, sia dopo tutto la forma più stabile di ordine politico, anche nell’età della globalizzazione dei mercati. L’anti-europeismo è imbastito su questa dottrina della sovranità assoluta degli stati. Per i teorici politici che situano lo stato all’apice della evoluzione dei gruppi umani associati, le forme federative o sono nuovi stati a loro volta o sono alleanze per ragioni di autodifesa la cui durata dipende dalla volontà e convenienza degli stati stessi. Quindi, o gli stati sono autonomi o non sono "stati". Questo schema modernista ha per decenni modellato la storia politica del mondo antico, immaginata come il tempo della nascita della polis indipendente proprio come uno stato secondo il dogma otto-novecentesco. Questa versione è stata smentita da ricerche molto puntuali che hanno dimostrato come le polis anziché essere entità autonome erano parti di ampie associazioni, forme federate, spesso nell’orbita egemonica di una polis centrale.

Come scrive Eva Cantarella nella prefazione al libro di Mogens Herman Hansen, Polis. Introduzione alla città-stato dell’antica Grecia (Università Bocconi Editore) con postfazione di Guido Martinotti, gli stati che gravitavano nelle costellazioni delle polis mediterranee erano né più né meno come gli stati europei oggi: individualmente nessuno di loro indipendente eppure indiscutibilmente "stati" che insieme cooperavano e si davano istituzioni comuni, come un esercito, una moneta, una divinità che li proteggesse tutti insieme, mentre individualmente avevano i loro sistemi di sicurezza e di governo delle loro popolazioni. Sovranità interna organizzata secondo le esigenze di politica domestica e sovranità esterna organizzata come sistema federato. Questa fu secondo Hansen, tra i più autorevoli storici e teorici politici dell’antichità, il modo organico di costituzione delle polis del Mediterraneo, un mondo di circa 4.500 città interrelate in qualche modo e con centri di riferimento che come costellazioni tenevano insieme gruppi di città. Il volume, uscito in inglese nel 2006 e appena tradotto dalla casa editrice bocconiana, è di straordinaria importanza. Raccoglie una sintesi dei risultati dell’enorme e complessa ricerca quantitativa e qualitativa sulle città e l’urbanizzazione messa in cantiere dalla Danimarca, che nel 1993 ha finanziato il Polis Centre affidandone a Hansen la direzione.

Il modello della città non appartiene solo al mondo mediterraneo, e greco in particolare, ma a tutti i continenti, ci racconta Hansen. Tuttavia la Grecia ci ha lasciato certamente il modello più straordinario e più documentato. Un modello federativo. E partendo da questa ipotesi Hansen ne formula altre, altrettanto suggestive e importanti: per esempio che la nascita delle istituzioni politiche non pare sia avvenuta al centro ma nelle colonie. La colonizzazione (per esempio quella greca nell’Italia meridionale) era un fenomeno diffuso nell’antichità. Consisteva nell’abbandono della madre patria di membri maschi della comunità che andavano a stanziarsi in un nuovo territorio, dove formavano una nuova città indipendente all’interno ma legata da stretti vincoli alla madre patria. I problemi associati alla nascita delle colonie (per esempio il rapporto conflittuale con le popolazioni locali che avevano lingua e tradizioni diverse) rendevano particolarmente urgente il bisogno di istituzioni politiche – cosicché non è fantasiosa l’idea di Hansen che le leggi scritte e le istituzioni di molte polis siano sorte proprio nella periferia, luogo dove non c’erano come nella madre patria tradizioni sedimentate che fungevano da norma e una popolazione omogenea linguisticamente.

La politica e le istituzioni dunque come soluzione di conflitti e stabilizzazione di equilibri di potere fra classi e popolazioni non omogenee. Il lavoro di Hansen sfata poi un altro pregiudizio, ovvero che le polis fossero mondi chiusi e che l’autogoverno crebbe insieme ad un’economia cittadina autarchica (con l’eccezione miracolosa di Atene). Hansen ci mostra che le polis erano centri di scambi, di commerci, di norme, un sistema di inter-dipendenza. L’ideale di federazione europea, che tanto preoccupa gli stati forti dell’unione (forse più di quanto non preoccupi quelli deboli) ha una matrice antica, certo pre-romana. L’idea che il Polis Centre di Hansen sostiene con l’apporto di dati statistici e analisi comparate conferma un’intuizione ideale che ha accompagnato la cultura federalista e repubblicana da Kant a Sismondi al nostro Spinelli. Che cosa resterà di questo ideale è difficile dire oggi; ma è probabile che chi dopo di noi studierà l’Europa potrà constatare che nel ventesimo e parte del ventunesimo secolo i suoi stati si coordinarono e organizzarono per meglio affrontare le sfide del loro tempo e darsi istituzioni comuni. Proprio come molti e molti secoli prima fecero le polis che si affacciavano sul Mediterraneo.

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