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Giacomo Mameli
Storie di ordinaria devastazione
1 Novembre 2011
Recensioni e segnalazioni
«Paesaggi italiani distrutti dal “governo privato del territorio». Un nuovo libro curato dalla sociologa Antonietta Mazzette. Dalla Sardegna, dove si vuole distruggere ciò che di esemplare si è fatto. La Nuova Sardegna, 12 ottobre 2011

Prendete cinque regioni italiane, due al sud (Sicilia e Sardegna), una al centro (Umbria) e le altre due al nord (Lombardia e Piemonte). E vi renderete conto che l'Italia, pur ricca di contraddizioni, è davvero una sola nazione, senza grandi differenze né politiche né sociali. Perché a Palermo come a Cagliari, a Perugia, Milano, Torino e dintorni tutti predicano bene e razzolano male. Perché uno dei temi centrali di ogni Stato, “il governo privato del territorio”, ha avuto e continua a mantenere, dovunque, tratti in comune.

I risultati? Sostanzialmente nefasti perché il diritto privato ha avuto più spazi e più megafoni del diritto pubblico, i comportamenti generali “hanno influito e influiscono pesantemente sulle scelte strategiche locali a scapito degli interessi collettivi”. Detta legge la speculazione non la soddisfazione dei bisogni collettivi. All'uso plurale del bene terra è subentrato quello egoistico. Nonostante ci siano state anche leggi lungimiranti, buone. Il caso Sardegna, col Piano paesaggistico della giunta Soru apprezzato in sedi internazionali, è un esempio riconosciuto di best practice. Ma – lo scrivono Francesco Memo, Sara Rancati e Francesca Zajczyk occupandosi della ricca Lombardia – si assiste a una sorta di capitolazione del bene collettivo perché “molte amministrazioni, e i loro apparati tecnici, non sono ancora abituati all'assunzione di responsabilità interpretativa e progettuale in fase di attuazione delle scelte di piano”. Agli interessi politici – talvolta leciti, molto più spesso loschi e sempre in nome del dio mattone – aggiungete il mancato coinvolgimento dei cittadini (tacciati chissà perché di “incompetenza” ma con diritto al voto). Con l'aggravante del “peso della burocrazia che soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno ha costituito un vero e proprio freno allo sviluppo”. Non esiste insomma un “bilancio partecipato”. I cittadini nulla sanno di piani e progetti. Non agiscono ma subiscono. Non partecipano, non sono neanche chiamati a partecipare e perciò sono travolti dall'avidità di lobbies consolidate. La palla è giocata dai soli portatori di interesse non dai cittadini soggetto di diritti civili. Cittadini che sarebbero “facilmente in grado di capire se le decisioni formulate siano dettate da interessi particolari, meramente speculativi e, al limite, originate da corruzione.

È proprio il ruolo del cittadino - non coinvolto per nulla in alcuna parte del BelPaese – uno dei temi più intriganti e innovativi del libro edito da Laterza “Esperienze di governo del territorio” curato dalla sociologa sassarese Antonietta Mazzette, certamente uno degli studiosi più attenti ai problemi della vivibilità dei centri urbani non solo in Italia e in Europa. La Mazzette - che ha radiografato città come Dubai e Genova, come Friburgo e Nuoro – si rende conto che l'Italia sociale ha conosciuto “due tipi di sconfitta” perché “una politica debole è andata di pari passo con la crescita del peso assunto dagli interessi privati”. E allora non ci si deve meravigliare se il nostro è il Paese delle frane, se in Sardegna registri tragedie da Villagrande a Capoterra, se in Calabria hai paesi come Maierato, Pizzo Calabro o Gimignano, se il Polesine è quello delle alluvioni del 1951 e del 1966, se Genova salta in aria nel 1970, e lo stesso avviene ad Ancona nel 1982, a Cassano delle Murge nel 2005, in Valtellina e in Val di Fiemme, a Sarno come a Firenze. Ogni anno ha un suo disastro. Dovunque il territorio è soprattutto assaltato, mai protetto, mai curato. Ciò che interessa è il costruire, ovunque e comunque. Non c'è cultura del territorio, non c'è amore per il decoro, anche se, parlando di Perugia e citando l'urbanista Andy Thornley – il sociologo Roberto Purgatori invoca “la tutela della linea dell'orizzonte, lo skyline, nelle nuove edificazioni urbane”.

Il caso-Sardegna è esemplare. Ne parla Camillo Tidore raccontando “storie di ordinario consumo del territorio”, ricordando i giudizi sconcertanti dell'attuale assessore di turno all'Urbanistica per il quale occorre dare “ai cittadini la possibilità di vivere un ambiente non ingessato e cristallizzato”. Come se la Sardegna non fosse popolata di villaggi fantasma che hanno occupato (e deturpato) il territorio senza peraltro creare alcuna ricaduta economica fra le popolazioni. Che cosa sono il 35 per cento delle case di Villasimius o di Palau sfitte a ferragosto? Quale ricchezza distribuiscono?

Un libro (324 pagine, euro 20) da leggere e divulgare negli istituti tecnici in particolare per far aprire le menti, per far scattare la ragione. Ai giudizi generali della Mazzette – che si conferma fra le docenti più dinamiche degli ingessati atenei dell'isola – si uniscono anche gli esempi della pianificazione in Piemonte (ne parlano due insegnanti del Politecnico di Torino, Silvia Crivello e Alfredo Mela) e l'analisi di Michela Morello sulla Sicilia, dove “lo sviluppo è entrato e uscito dall'agenda” e dove si constata che “il consenso non è a costo zero”. Eppure proprio la Morello cerca di intravedere spiragli di luce perché “non tutta la programmazione è di carta”. Verissimo. La regola è la speculazione. L'interesse privato sale sugli altari di pochi decisionisti. Mentre molti subiscono. In silenzio. E intanto – per dimostrare che tutto il mondo è paese - “lo spazio consumato per persona nelle città europee è

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