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Kenan Malik
Smantellare la “Fortezza Europa” solo così si eviteranno altre tragedie
23 Aprile 2015
Articoli del 2015
Ecco una delle numerosi voci di chi ha capito come stanno le cose. «Lo scrittore britannico di origine indiana: “Bruxelles sbaglia tutto Ora bisogna garantire vie legali a chi fugge dalla guerra e dalla fame”».

La Repubblica, 23 aprile 2015

SAREBBERO 1200 i migranti morti la settimana scorsa nel Mediterraneo per i naufragi delle fragili imbarcazioni su cui speravano di raggiungere dal Nord Africa le coste meridionali d’Europa. Venivano dalla Siria, dal Mali, dall’Eritrea e dalla Somalia, fuggivano dalla guerra e dalla povertà e, in gran parte, avevano pagato grosse somme ai trafficanti.

La tragedia sconvolge per le dimensioni, ma non rappresenta una novità. A partire dal 1993, stando alle stime, 20 mila migranti sono morti nel tentativo di varcare i confini meridionali dell’Europa. Il dato reale è indubbiamente superiore, di migliaia di morti non si è avuta notizia.

Di chi è la responsabilità? I politici europei puntano il dito contro i trafficanti. Lunedì l’Unione Europea ha annunciato un piano in dieci punti che prevede, tra l’altro. l’intervento militare contro le reti del traffico di esseri umani.

Senza dubbio i trafficanti sono personaggi spietati, che non si curano di mettere a rischio le vite dei migranti, ma se questi ultimi si affidano a loro la colpa è da attribuire alle politiche migratorie dell’Unione Europea. Il problema dell’immigrazione infatti non è stato affrontato dall’Ue sotto il profilo dell’emergenza umanitaria, ma della criminalità, attraverso una triplice strategia di militarizzazione dei controlli alle frontiere, criminalizzazione della migrazione e esternalizzazione dei controlli.

Da più di trent’anni l’Unione Europea è impegnata nella costruzione della “Fortezza Europa”, così la definiscono i critici, ossia un cordone di protezione operato da pattuglie marittime, aeree e di terra, nonché da un sistema di sorveglianza tecnologico con impiego di satelliti e droni. Un giornalista del settimanale tedesco Der Spiegel in visita al centro operativo di Frontex, l’Agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne, ha osservato che vi si utilizza un linguaggio che rimanda alla «difesa dell’Europa dal nemico».

Esempio di questo approccio è stato il blocco di Mare Nostrum, l’operazione italiana di pattugliamento e salvataggio in mare, per sostituirla con Triton, un’operazione di ambito più ridotto e con un obiettivo del tutto diverso, tesa cioè a sorvegliare e proteggere i confini più che a salvare vite umane. Il numero dei migranti che oggi tentano di raggiungere l’Europa si discosta di poco dal dato corrispondente dello stesso periodo dell’anno scorso, ma il numero di vittime è di circa diciotto volte superiore.

Approcciare l’immigrazione come un problema di criminalità a volte porta a perseguire non solo i trafficanti, come avvenne nel 2004, quando una nave tedesca trasse in salvo 37 rifugiati africani imbarcati su un gommone. All’attracco in un porto siciliano l’imbarcazione venne sequestrata dalle autorità e il capitano e il primo ufficiale, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, furono assolti solo dopo una battaglia processuale durata cinque anni. Nel 2007 le autorità italiane tentarono di impedire a due pescherecci tunisini che avevano soccorso in mare 44 migranti di attraccare a Lampedusa. Di nuovo i capitani furono accusati di favoreggiamento e solo nel 2011 assolti in appello.

Non si tratta di casi limite. Che dei buoni samaritani siano trattati come criminali comuni è conseguenza inevitabile della politica migratoria dell’Unione Europea. La strategia di esternalizzazione dei controlli comporta il pagamento di somme di denaro agli stati africani affinché trattengano i potenziali migranti. Tristemente noto è l’accordo con la Libia. Nel 2010, un anno prima degli attacchi aerei operati da Gran Bretagna e Francia per rovesciare il regime del Colonnello Gheddafi, la Ue concluse un accordo con il leader libico impegnandosi a versare 50 milioni di euro perché nell’arco di tre anni le forze di sicurezza libiche fossero trasformate di fatto in polizia di confine. I ribelli anti Gheddafi acconsentirono a prolungare l’accordo ancor prima di andare al potere.

L’Unione Europea ha concluso un accordo simile con il Marocco e spera di estendere l’iniziativa a Egitto e Tunisia. In pratica lo scopo è spostare i confini dell’Europa al Nord Africa.

Il piano in dieci punti proposto lunedì dalle autorità europee è in linea con questo approccio fallimentare. Salta all’occhio la promessa di distruggere le imbarcazioni dei trafficanti, un proponimento non solo di dubbio valore morale — il messaggio ai migranti è “vi vogliamo in Nord Africa, fuori dalle scatole” — ma anche inefficace. Uno dei motivi dell’impennata del numero dei migranti è il crollo dell’autorità statale nella regione. L’intervento occidentale in Libia ha peggiorato il caos e l’azione militare ipotizzata non farà che intensificarlo.

Intanto i migranti sono costretti ad ammassarsi sulle carrette del mare perché le altre vie per entrare in Europa sono state bloccate. Distruggere le imbarcazioni dei trafficanti non farà altro che forzare le persone a scegliere di affrontare il viaggio con mezzi ancor più pericolosi.

Che fare quindi? Riattivare un’adeguata operazione di pattugliamento e salvataggio è importante, ma non basta. L’Unione Europea deve smettere di trattare i migranti da criminali e considerare il controllo dei confini alla stregua di un atto di guerra. Deve smantellare la Fortezza Europa, liberalizzare la politica dell’immigrazione e aprire vie legali per i migranti. Secondo alcuni questo comporterà un’invasione di migranti, ma le politiche attuali non impediscono la migrazione, semplicemente uccidono carichi di uomini stipati come sardine.

La Fortezza Europa non si è limitata a costruire una barriera fisica attorno al continente ma ha eretto una barricata emotiva attorno al senso di umanità dell’Europa. Finché non avverrà un cambiamento il Mediterraneo continuerà ad essere una tomba di migranti. Davanti alla prossima tragedia ricordiamoci che i nostri politici avrebbero potuto evitarla, ma hanno scelto di non farlo.

© 2-015 The New York Times News Service Traduzione di Emilia Benghi

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