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Thomas E. Low
Slow Food - Slow Urbanism
20 Settembre 2004
Megalopoli
Una critica a certa superficialità della "moda" new urbanist, e insieme un modo leggero ma rigoroso per affrontare il tema del rapporto fra spazi costruiti e qualità quotidiana della vita. Senza prendersi troppo sul serio. Dal sito Terrain.org A Journal of the Built & Natural Environments (fb)

(traduzione di Fabrizio Bottini)

C’è qualche correlazione, fra il Movimento Slow Food e la diffusa preoccupazione delle persone per la perdita di qualità della vita connessa al rampante sviluppo edilizio, che minaccia il carattere delle loro città? Il movimento Slow Food è nato in Europa come reazione all’assalto delle grandi catene americane di fast-food che aprivano nei centri storici delle città e cittadine. Queste attività interrompevano la tradizione di ristoranti e caffè che lavorava entro una rete locale e regionale di produttori, dal mercato alla tavola.

Negli ultimi dieci anni la popolarità dello Slow Food si è molto sviluppata a livello internazionale, con “Convivi” – piccole sezioni – locali in tutto il mondo. La lumaca è il suo simbolo “di movimento lento, per ricordarci che essere veloci rende sconsiderati e sciocchi”.

Il Manifesto dello Slow Food Manifesto afferma:

“Siamo resi schiavi dalla velocità, e abbimao tutti ceduto allo stesso insidioso virus: la Vita Veloce, che distrugge le nostre abitudini, invade la privacy delle nostre case e ci obbliga a mangiare fast-food. In nome della produttività, la Vita Veloce ha cambiato il nostro modo di essere, e minaccia il nostro ambiente e i nostri paesaggi. In questo momento, Slow Food è l’unica, vera risposta avanzata”.

Se nasce un convivio per incoraggiare il lento piacere del cibo, non potrebbe un movimento del genere abbracciare altri aspetti di qualità della vita? In Italia si è già formata una rete di “Slow Cities”. Nelle regioni degli U.S.A. dove si sono affermati i principi smart growth, esiste un crescente interesse anche a rallentare uno sviluppo rampante.

La città di Huntersville, North Carolina, ha sostenuto una politica di smart growth —chiamata qui new urbanism — nell’ultima mezza dozzina di anni, per controllare la rapida espansione all’esterno di Charlotte. È seguendo il credo del new urbanism che si sono realizzati o restaurati quartieri compatti, a funzioni miste e buona percorribilità pedonale, che saranno le basi per una regione più vivibile. Queste strategie, credono molti, sono anche la chiave per rivitalizzare i nostri centri città, a aiutare a mitigare gli effetti dello sprawl suburbano,

Ma la gente di Huntersville non è molto contenta per il tipo di sviluppo ch è risultato, anche dall’apporccio new urbanist. Questo si deve forse al modo in cui è stato interpretato qui. Anche se i regolamenti urbanistici promuovono il new urbanism per le nuove realizzazioni, nei quartieri questo tipo di progettazione si ferma ai margini di ciascun insediamento. C’è poca cura per la forma del quartiere, compresi i rapporti fra le zone, o fra queste e il contesto circostante. In più, non c’è uno studio generale degli effetti dei nuovi quartieri sulle infrastrutture e il tessuto esistenti: da qui, il continuo incremento dei guai col traffico, la carenza di scuole, la diminuzione di qualità dell’acqua, ecc.

Per ogni “buon progetto” di quartiere ci sono dozzine di grosse lottizzazioni dove file di case a forma di fette di pane (che hanno pure portici sul fronte, anche se troppo piccoli per una sedia a dondolo) e case tradizionali da città (anche se hanno un vicolo sul retro per i garages, ma giardini privati mal definiti) stanno separate. La connettività è debole, e per la maggior parte affidata alla circolazione interna. Gli usi misti non esistono: le gente deve ancora guidare per chilometri solo per spendere qualche soldo. I marciapiedi finiscono bruscamente di fronte a strade ad alta velocità, di fronte a scuole in stile suburbano accessibili soltanto in macchina. Il trasporto pubblico non funziona, in questo tipo di ambiente artificioso.

Nel degrado crescente della qualità della vita, qualcuno dà la colpa al new urbanism. Ma il new urbanism non ha colpe. L’adozione dei suoi principi, anche se in piccola parte, ha aiutato a rallentare il degrado. Però fino a quando i principi new urbanism non saranno applicati alla città di Huntersville nel suo insieme, continueremo a vedere questo sviluppo “ new urbanist agli steroidi”: una specie di versione fast-food della smart growth.

Parte della regione di questo ibrido locale è che le benintenzionate revisioni all’ordinanza di zoning di Huntersville offrono troppa flessibilità, comprese categorie ibride di zone. I grossi costruttori si stanno avvantaggiando di queste categorie, seguendo solo alla lettera i requisiti minimi della normativa.

Per fortuna gli amministratori locali si stanno occupando del problema. È stata votata una moratoria di alcuni mesi per dare alla città il tempo di sviluppare norme più restrittive per arginare l’espandersi degli ibridi malriusciti.

Le nuove norme appena approvate per le zone rurali e di transizione, che focalizzano maggiormente i quartieri sul trasporto pubblico, sono un grosso passo nella giusta direzione. Ma basteranno da soli i limiti allo sviluppo dell’urbanizzato [ Urban Growth Boundaries/UGB, n.d.T. ] a migliorare tipo di insediamento e qualità della vita? Suvvia: c’è ancora, dentro quei confini, abbastanza spazio per scatenare la devastazione.

Ho iniziato a capire che forse l’unico approccio efficace potebbe essere che ciascuno rallentasse abbastanza per pensare al tipo di insediamento che stiamo cercando di costruire. In realtà, parecchi costruttori e pianificatori new urbanist di successo hanno scoperto con l’esperienza che c’è più profitto, e si fanno progetti migliori, andando più piano.

Allora, come sarebbe lo sviluppo di Huntersville se le attuali regole di zoning e politiche urbanistiche fossero modificate usando i criteri del trattamento Slow Food, e trasformando alcuni dei principi-guida in una versione rallentata di new urbanism, vale a dire lo slow urbanism?

Il manifesto dello slow urbanism potebbe suonare qualcosa del genere:

“Lo Slow Urbanism incoraggia le persone a creare quartieri integrati; a valorizzare le tradizioni edilizie locali; e a prendersi il tempo — questa è la parte importante (e divertente) — di godere la vita comunitaria, in famiglia e con gli amici”.

Il nostro motto sarà “Sbrigarsi lentamente”.

Fonderemo Convivi di Slow Urbanism (o Clubs, per i meno pretenziosi) composti da cittadini, architetti, paesaggisti, urbanisti, imprese edilizie, arredatori, artisti, giardinieri, progettisti, negozianti, musicisti, ambientalisti, promotori immobiliari, operatori di mercato, restauratori, e poi funzionari pubblici, politici, e (anche loro) i costruttori. La cosa più importante: i convivi comprenderanno anche la gente comune.

Ci incontreremo nei fine settimana nei vari quartieri — o sui siti dei futuri quartieri — a fare “attività sociale slow urbanism”.

Formeremo un sottocomitato per la eco-urbanistica che affermi, “Non si ha ecologia senza urbanistica, e urbanistica senza ecologia!”. E questo perché “se vuoi che una comunità cresca bene, hai bisogno di veri modelli locali di sostenibilità, basati sulla tradizione”.

Sosterremo le attività e i fornitori locali. Nello slow urbanism i piccoli costruttori e studi di progettazione saranno gli eroi. A differenza dell’urbanizzazione intesa come prodotto per il consumo di massa, gli insediamenti slow urbanism creeranno spazi create di raffinata qualità e varietà. Occorre costruire quartieri usando metodi tradizionali, a bassa tecnologia, mettendo al centro le tecniche costruttive locali.

Il nostro Convivio slow urbanism organizzerà viaggi di ricognizione a visitare grandi città e quartieri, per lo studio intellettuale, e anche per divertirsi un po’, lontano dalle zone invase dallo sprawl.

I nostri incontri si svolgeranno davanti a gradevoli cibi e bevande, su sedie a dondolo, nei bar del quartiere, nelle caffetterie, nei parchi, sui portici davanti alle case, nelle piazze.

Durante le riunioni faremo passeggiate oziose per le strade accoglienti per i pedoni, a conoscere i nostri vicini. Non ci saranno le insegne dei Jack-in-the-Box, Friday’s, Old Navies, o Wal-Mart a lampeggiare dai margini di un parcheggio.

Slow Urbanism sarà per la gente vera, che vuole vivere in quartieri dotati di senso. C’è un modo migliore, per fare professione politica, che vivere in un posto ben progettato, ben costruito, solidale?

Una riunione locale dello Slow Urbanism Convivium sembrerà un altro modo rispetto alle zone dello sprawl suburbano, o della boomtown ammucchiata. È anche possibile che qualcuno qui sperimenti una vita comunitaria per la prima volta in vita sua.

Lo slow urbanism sarà l’antitesi al “ new urbanism agli steroidi”. Sarà un vero piacere! Coltivare come idea centrale della missione slow urbanism una comunità autentica e piena di significati, renderà il movimento attraente per tutti.

C’è qualcuno interessato ad associarsi? Io sarò il primo a firmare!

Nota: qui il link al testo originale al sito Terrain.org che contiene tra l'altro alcuni divertenti disegni sul tema (fb)

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