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Vittorio Tranquilli
Sinistra ed economia
10 Marzo 2009
Capitalismo oggi
Una riflessioni utile a chi voglia andare oltre, dal sito Il picchio rosso, 10 marzo 2009

C’è un tema che ricorre costantemente negli incontri e dibattiti sullo stato pietoso della sinistra italiana, ed è la sua scarsa e quasi inesistente capacità di critica incisiva, perché informata e teoricamente meditata, delle forme e dei caratteri realmente assunti, oggi, dal predominio capitalistico.

Ad esempio nel presentare – il 2 marzo 2009 a Roma – lo studio a più voci su Nord operaio. Lavoratori, sindacato, politica tra globalizzazione e territorialità (manifestolibri 2008), Aldo Tortorella, dopo aver parlato di “catastrofe culturale” della sinistra nel nostro Paese, ha aggiunto che “se essa vuole riprendere a contare deve riprendere a pensare”. Mario Tronti ha auspicato nuovi luoghi dove “pensare politicamente”, perché non si può avere, a sinistra, un soggetto politico forte senza basi e strumenti teorici adeguati. Fausto Bertinotti ha detto chiaramente che non si possono dare risposte sufficienti all’odierna debolezza contrattuale e sociale del lavoro se non si capiscono le trasformazioni radicali intervenute nel modello stesso di economia e di società.

All’Assemblea nazionale per una lista unica della sinistra (Firenze, 7 marzo 2009) Mario Agostinelli ha sostenuto che “le nostre radici” – cioè il patrimonio di esperienze e d’idee accumulato durante un secolo e mezzo dal movimento operaio – non sono più sufficienti per affrontare la fase attuale del capitalismo e tanto meno la sua crisi. Nichi Vendola: se non si riprende un percorso di edificazione teorica, non si uscirà dall’attuale “insignificanza politico-sociale della sinistra italiana”. E Piero De Siena: senza una tale ripresa, non si potrà avere “una nuova classe dirigente della sinistra”, come è necessario – secondo Carlo Lucchetti - data la “irriformabilità” dei suoi attuali partiti.

Avrete notato che, in queste come in tante altre occasioni, quando si parla della fase storica attuale si tende subito a identificarla con le nuove forme assunte dal capitalismo negli ultimi trent’anni. A mio parere questa identificazione è giusta e continuerà ad esserlo fino a quando l’economia rimarrà la dimensione predominante e quasi esclusiva nella vita umana.

Non a caso, già nel pieno della cosiddetta rivoluzione industriale del secolo XIX, il fondatore del movimento operaio europeo giunse ben presto alla consapevolezza critica di tale predominio. Avendo deciso – dopo le prime esperienze di pubblicista – di “ritirarmi nella stanza da studio” – dichiara egli stesso – “per sciogliere i dubbi che mi assillavano”, la mia ricerca “arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi né per se stessi né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l’esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di ‘società civile’; e che l’anatomia della società civile è da ricercare nell’economia politica […]. Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporto di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale…” (Karl Marx: Per la critica dell’economia politica. Tr. It. Editori Riuniti 1971, p. 4-5).

E’ ben noto che, una volta giunto a questo “risultato generale”, Marx dedicò la maggior parte delle sue energie a studiare criticamente l’economia e gli economisti del suo tempo, fino a diventare egli stesso un classico di tale ramo della conoscenza. Oso dire – e lo faccio quasi tremando, perché chi sono io, chi siamo noi per criticare a nostra volta Marx – che il suo errore, e certo non soltanto il suo, fu di aver identificato l’ economia capitalistica con l’economia tout court, tanto da aver prospettato un riscatto dell’uomo dall’alienazione capitalistica in termini di approdo a una “società comunista” svincolata da ogni legge economica, assieme a ogni “sovrastruttura giuridica e politica”.

Credo che oggi, per ricostruire una sinistra, sia condizione essenziale non solo rimettersi a studiare l’economia nei suoi attuali nuovi modi e meccanismi, ma farlo nell’intento di vedere come l’economia possa tornare a svolgere il ruolo giusto che le spetta in una distinta e paritaria interrelazione con ogni altra fondamentale dimensione della vita umana. Questo, ovviamente, come traguardo a lungo termine, come ispirazione e tensione ideale di fondo. Ma solo con questo spirito si può pronunziare in modo aggiornato, e usare in termini adeguati al presente, un’antica e oggi ignorata parola: la parola rivoluzione. Non la si adopera più perché – e giustamente – si ha vergogna di farlo nelle attuali condizioni della sinistra. Ma se non si sarà in grado di tornare a usarla a viso aperto, perché in modo corretto e credibile, nessuna vera sinistra potrà mai riapparire sulla scena politica.

Il Picchio Rosso è il sito dell’Associazione culturale “Romualdo Chiesa”

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