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Salvatore Palidda
Sicurezza. La scommessa di Napoli, Milano e Cagliari
11 Settembre 2011
Articoli del 2011
Un sociologo ricorda l’Italia repressa dal “governo della sicurezza”, che i mass media amano trascurare. Il manifesto, 10 settembre 2011

A Milano, a Napoli e a Cagliari si gioca la principale scommessa di riuscire a praticare un risanamento effettivamente democratico del governo locale. Quasi un ventennio di governo reazionario e affaristico a Milano e nelle altre città ha inquinato ogni aspetto dell'amministrazione locale; è quindi indispensabile analizzare nei dettagli questo massacro della res publica per poter imbastire la paziente e non certo breve opera di risanamento.

Uno dei settori in cui la destra, e anche buona parte del centro-sinistra, hanno provocato più danni è quello del cosiddetto governo della sicurezza. Com'è ormai ampiamente dimostrato, il gioco becero che è prevalso è stato quello di esasperare le insicurezze e le paure provocate dalla destrutturazione liberista dell'assetto sociale precedente per imporre la tolleranza zero contro i nemici di turno. Questa distrazione dell'opinione pubblica ha occultato a lungo i molteplici affari loschi del malgoverno delle città e dell'intero paese e ha anche legittimato un business sicuritario di cui ancora non abbiamo scoperto l'intera portata. Inoltre - e qui sta l'aspetto più grave - s'è innescata la continua riproduzione delle insicurezze e delle paure che lo sviluppo liberista ha accentuato. Quasi dappertutto le giunte locali hanno trasformato parte della polizia locale in una sorta di armata da aizzare contro nomadi, immigrati, tossicodipendenti e marginali in genere e hanno esasperato i costi del sicuritarismo. Basti pensare al boom della video-sorveglianza e dei diversi controlli "postmoderni", spesso del tutto inutili e non a caso ora in via di smantellamento nelle città inglesi, canadesi e americane a seguito del vero bilancio "costi e benefici".

La popolazione che vive alla mercé delle neo-schiavitù del lavoro nero, degli incidenti sul lavoro, delle malattie professionali, degli strozzini padroni di alloggi e dell'inquinamento s'è sempre più trovata abbandonata a se stessa, senza alcuna tutela. Le prime vittime di violenze, abusi e supersfruttamento, cioè i nomadi, gli immigrati e i circa cinque milioni di italiani senza tutela sono diventati nonpersone. I Sert sono stati chiusi o ridotti a quasi nulla e i tossicodipendenti poveri sono stati rigettati per strada. Gli operatori sociali, spesso, sono stati ridotti ad ausiliari della tolleranza zero o sostituiti dalla video-sorveglianza quando si sa che il costo di una sola videocamera e della sua manutenzione e gestione è superiore al salario annuale di un educatore socio-sanitario.

Tutti questi aspetti si sono aggravati anche e a volte soprattutto a causa della distrazione di competenze delle polizie locali. Se queste, con la collaborazione degli abitanti e dei lavoratori, si occupassero del controllo delle varie attività e della vita quotidiana nel territorio di loro competenza sarebbe assai difficile la proliferazione di cantieri, fabbrichette e laboratori abusivi che si nutrono di lavoro nero e che producono anche incidenti, malattie professionali, prodotti e rifiuti tossici e quindi inquinamento oltre che connessioni con la criminalità organizzata.

Sta qua il nodo principale della scommessa del risanamento effettivamente democratico del governo della sicurezza a livello locale: i costi della sicurezza devono servire a tutelare la salute pubblica, l'ambiente, la popolazione che rischia di subire ingiustizie e malversazioni. È quindi necessario un lavoro di ristrutturazione e di riqualificazione delle polizie locali a cominciare dai vertici che in questo passato ventennio (anche con le amministrazioni di centro-sinistra) sono stati forgiati all'insegna della tolleranza zero contro i deboli e della protezione delle libertà dei soggetti sociali forti. L'Italia è il paese in cui in proporzione si spende di più per la sicurezza pubblica e privata e si hanno meno tutele contro le reali insicurezze. I sindaci democratici devono chiedere una razionalizzazione democratica dell'impiego delle polizie di stato e locali, a cominciare dall'eliminazione delle sovrapposizioni di competenze e degli sprechi.

È a questa scommessa che sono pronte a lavorare tante persone con diverse competenze dentro e fuori le forze di polizia, con pazienza e senza alcuna pretesa, ma con il sostegno di una forte volontà politica delle giunte che sono state elette da una mobilitazione popolare che ha reclamato un cambiamento democratico e che può generare partecipazione.

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