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Marco Innocenti
Serchio, un fiume a orologeria
12 Gennaio 2010
Toscana
Speculazioni e condoni hanno trasformato il fiume in un pericolo per i cittadini: e riparare al danno è quasi impossibile. Da Il Tirreno, 12 gennaio 2010 (m.p.g.)

C’è di tutto nel letto del Serchio: strade, ferrovie, aree industriali, impianti sportivi, scuole, residenze, strutture ricettive, discariche, discoteche, club ippici, colonie solari, campi nomadi. E le golene sono quasi completamente edificate, tanto da rendere difficile individuare possibili casse d’espansione in cui far defluire le acque in caso di piena, per evitare nuovi disastri. È disarmante il quadro che si ha delle condizioni dell’asta del Serchio, percorrendola tutta dalle sorgenti sopra Sillano e Minucciano fino a Nodica e al mare, passando per la Garfagnana, la Media Valle e la Piana di Lucca.

Un viaggio lungo il fiume che Il Tirreno ha fatto - venti giorni dopo la drammatica alluvione - insieme al segretario dell’autorità di Bacino del Serchio, il geologo Raffaello Nardi, l’assessore della Provincia di Lucca alla protezione civile, Emiliano Favilla, e il presidente della commissione provinciale infrastrutture Francesco Angelini.

Secondo il programma degli interventi del piano di bacino, occorrerebbe oltre un miliardo di euro per evitare nuove esondazioni attraverso la realizzazione di casse di espansione, gli adeguamenti degli argini e delle infrastrutture viarie, la manutenzione delle opere idrauliche, la bonifica e il consolidamento delle frane e la sistemazione idraulico-forestale. In realtà non c’è al momento traccia di stanziamenti del genere, sia pure in un periodo pluriennale. Dal 2003, in sostanza, arrivano i soldi per pagare gli stipendi della trentina di dipendenti e piccole somme che finiscono più per rispondere alle richieste dei singoli Comuni che non al quadro d’insieme delle cose da fare.

Che sono tante e tutte urgenti, come si capisce subito scendendo sulle rive del fiume tra Piano della Pieve e Castelnuovo Garfagnana, dove sul greto del Serchio sorgono numerosi insediamenti produttivi, accanto a scuole, impianti sportivi e abitazioni. Rischiano tutti di finire sott’acqua e l’Autorità di Bacino si è già opposta a ulteriori ampliamenti a valle. «Anche alla luce dei danni prodotti dalle ultime piene - spiega Nardi - sarebbe opportuno realizzare delle protezioni in tutte le aree produttive sul fiume, come abbiamo fatto a Diecimo di Borgo a Mozzano per tutelare le fabbriche che erano andate sotto nell’alluvione del 2000. In quel caso la metà della spesa fu sostenuta dall’Associazione industriali».

Aree simili, a rischio, sono anche quelle di Gallicano, Bolognana, Pian di Coreglia, Fornaci di Barga, Fornoli e Socciglia.

Altro provvedimento urgente è la delocalizzazione di quelli che in gergo vengono chiamati “mucchi” nell’alveo, per lo più impianti per la lavorazione e il riciclaggio degli inerti (soprattutto ghiaia). Ce ne sono lungo tutto il corso del Serchio e alcuni hanno dimensioni imponenti, come a Gallicano, Borgo a Mozzano, Ponte a Moriano, e Nave.

«Con Comuni e privati - commenta il segretario dell’Autorità di Bacino - ci sono protocolli d’intesa. Solo Lucca deve ancora approvarli, ma mi risulta che la delibera stia per arrivare in consiglio comunale». Peccato che quella delibera dia dieci anni di tempo alle aziende che devono spostarsi. Lucca, il Comune più colpito dalle alluvioni, sembra paradossalmente il meno sollecito ad attuare rapide misure di prevenzione e salvaguardia. Alle prossime piene, la delocalizzazione potrebbe rivelarsi superflua: il fiume potrebbe aver spazzato via i “mucchi”.

Più urgente ancora è capire in quali condizioni si trovano davvero gli argini che hanno ceduto di fronte a una portata - 1.700 metri cubi al secondo a Lucca e 1.900 a Nodica - inferiore a quella di altre piene passate senza danni. In attesa di conferme scientifiche, Nardi ha comunque una convinzione: «Le notizie storiche dal 1419 in poi non riportano la concomitanza di due piene superiori ai 1.700 metri cubi nel giro di due-tre giorni. Non va dimenticato che il 18-19 dicembre 2009 c’erano state nevicate abbondanti anche a valle e che gli argini erano quindi diventati molli.

Quattro giorni dopo, il 22, è passata una piena da 1.200 metri cubi e gli argini si sono intrisi ancora di più. A distanza di 48 ore, alle 6,10 del 25 è arrivata l’ondata da 1.700-1.900 metri che ha creato non la tracimazione, ma la rottura dell’argine in due punti a S. Maria a Colle e, più a valle, a Nodica. Non dimentichiamoci che il mare in tempesta non riceveva. Non credo peraltro che siano casuali i punti della rottura, avvenuta all’altezza di due meandri dell’antico Auser (il Serchio di allora, ndr) raddrizzati per portare il fiume verso il mare invece che nel bacino del Bientina. Va infine aggiunto che gli argini sulla riva destra, a Lucca come nel Pisano, sono terrapieni meno robusti rispetto a quelli della riva sinistra, costruiti più ampi e solidi per proteggere le città. In passato, in casi di piena, gli argini venivano rotti proprio nell’Oltreserchio, per evitare danni ai centri abitati».

Il guaio è che oggi, da Ponte a Moriano a Nodica, ma anche più a monte, tutte le fasce sotto gli argini sono centri abitati. In teoria non ci potrebbe essere alcuna costruzione a meno di dieci metri dai terrapieni; la realtà è che si trova di tutto, anche a pochi metri dall’acqua, in mezzo al letto. I controlli? L’Autorità di Bacino indica con chiarezza le prescrizioni e i divieti, ma i Comuni non sembrano particolarmente impegnati nel farli rispettare. E i privati, di fronte ai dinieghi, si rivolgono al tribunale delle acque e al Tar, arrivando anche a chiedere i danni. Risultato: alla fine passano progetti di ogni genere. «Sono gli effetti della legge ponte del 1967 che, dopo l’alluvione di Firenze - chiarisce Nardi - previde lo stop alle edificazioni accanto ai corsi d’acqua, concedendo però un anno di proroga. Ci fu la corsa a presentare richieste per nuove costruzioni, i cui danni sono stati poi aggravati dall’abusivismo e dal condono del 1985». Solo a Lucca, le domande di condono sono 10mila, molte delle quali ancora inevase.

Perché stupirsi allora, scendendo a valle, delle aree industriali a due passi dall’acqua del Serchio a Gallicano, Pian di Coreglia, Fornaci di Barga, Pian della Rocca, Socciglia, Diecimo, Chifenti, Piaggione, Ponte a Moriano e giù giù fino al mare? O delle zone sotto Nodica occupate da stabilimenti che sorgono in terreni 4-5 metri sotto il livello del Massaciuccoli? O ancora della presenza di un club ippico, di un campo nomadi, di una ex colonia e di una discoteca - accanto a impianti per lavorare gli inerti - tra Monte S. Quirico e Ponte S. Pietro?

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