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Alfio Mastropaolo
Se neanche il Colle è immune al virus
22 Dicembre 2014
Democrazia
«Il pro­blema è che chi già detiene posi­zioni di potere è molto restio a cederle e ha molte armi per difen­dersi. Tanto più in poli­tica, dove da tempo è giunta al ver­tice una classe diri­gente «pura», priva d’ogni con­tatto con la società».
«Il pro­blema è che chi già detiene posi­zioni di potere è molto restio a cederle e ha molte armi per difen­dersi. Tanto più in poli­tica, dove da tempo è giunta al ver­tice una classe diri­gente «pura», priva d’ogni con­tatto con la società».

Il manifesto, 19 dicembre 2014 (m.p.r.)

Molto oppor­tu­na­mente il Capo dello Stato ha pun­tato il dito, nel suo discorso del 10 dicem­bre all’Accademia dei Lin­cei, con­tro alcune forme, sgan­ghe­rate e scia­gu­rate, di con­durre la lotta poli­tica nelle aule par­la­men­tari, nelle piazze e sui gior­nali di que­sto paese. Se non che le sue parole a un certo punto si fer­mano. Per il Capo dello Stato la pru­denza è d’obbligo. In una sta­gione infuo­cata, non è il caso di ecci­tare i già dif­fi­cili rap­porti tra le forze poli­ti­che. Ma se lui ha da esser pru­dente, è un segno di con­si­de­ra­zione nei suoi riguardi pren­dere spunto dalle sue parole per appro­fon­dire l’argomento. Che non è affatto semplice.

Il Pre­si­dente, se è per­messo sem­pli­fi­care, è risa­lito alla crisi del ’92–94 impu­tan­dola ad «abusi di potere, catene di cor­ru­zione, inqui­na­menti nella sele­zione dei can­di­dati a inca­ri­chi pub­blici e in gene­rale nei mec­ca­ni­smi elet­to­rali». Dopo quella crisi, tut­ta­via, una salu­tare opera di risa­na­mento sarebbe stata a suo dire intra­presa, con­se­guendo «risul­tati non certo irri­le­vanti». Qual­cosa, il Pre­si­dente Napo­li­tano rico­no­sce, «allora mancò». Ma la cri­tica anti­po­li­tica si è osti­na­ta­mente rifiu­tata di rico­no­scere sia i risul­tati allora con­se­guiti, sia gli «impe­gni con­creti e ulte­riori passi sulla via del rinnovamento».

Ma pro­prio su que­sta affer­ma­zione è legit­timo avan­zare dubbi. Per­ché se Mani Pulite san­zionò un vistoso e pro­tratto deca­di­mento della vita pub­blica, il ven­ten­nio suc­ces­sivo è stato molto peg­gio. Anzi: c’è motivo di rite­nere che le rispo­ste allora alle­stite, ovvero, nelle parole del Pre­si­dente, il «rime­sco­la­mento assai vasto dei gruppi diri­genti dei par­titi, addi­rit­tura con la scom­parsa o disper­sione di alcuni di essi» e «la riforma delle leggi elet­to­rali per il Par­la­mento e per i Comuni», anzi­ché miglio­rare la situa­zione l’abbiano aggra­vata. Il Pre­si­dente non può forse dirlo, ma l’Italia sta uscendo con le ossa rotte — eco­no­mi­ca­mente e moral­mente — da un ven­ten­nio «ber­lu­sco­niano» di cui gli scan­dali romani sono solo la più recente, ma forse non l’ultima, manifestazione.

Ci sarebbe cioè da stu­pirsi se, dopo vent’anni di così disa­stroso mal­go­verno, non fos­sero com­parse «rap­pre­sen­ta­zioni distrut­tive del mondo della poli­tica». Ha ragione il Pre­si­dente a ricor­dare che non tutto è andato storto. Nel Mez­zo­giorno, ad esem­pio, si sono regi­strati apprez­za­bili pro­gressi nella lotta al cri­mine orga­niz­zato. Ma non si può negare che gli ita­liani media­mente stiano peg­gio e che la vita pub­blica sia afflitta da inef­fi­cenze e fal­li­menti d’ogni sorta. Il costo del ven­ten­nio che il paese sta pagando è altis­simo. Sap­piamo bene che tutto si regge: il mal­go­verno ha impe­dito di affron­tare ade­gua­ta­mente il declino indu­striale, il debito pub­blico è cre­sciuto a dismi­sura per­ché il paese non cre­sceva e spre­cava per ragioni di con­senso e in malaf­fare. Adesso le spie­tate misure di risa­na­mento impo­ste dall’Europa stanno stran­go­lando l’economia e l’intera società. E gli unici rimedi pare siano l’abolizione del Senato, un’ inde­cente legge elet­to­rale, la rimo­zione manu mili­tari dell’art. 18 e le Olim­piadi a Roma nel 2024.

Pre­si­dente, come si fa a non essere anti­po­li­tici in que­ste con­di­zioni? Eppure, Napo­li­tano una parte di ragione ce l’ha. L’antipolitica si nutre dei fal­li­menti della poli­tica, ma pure dei discorsi irre­spon­sa­bili pro­nun­ciati con­tro di essa. Discorsi che oggidì pos­siamo attri­buire a Grillo e a Sal­vini, ma che sono stati pro­nun­ciati anche da molti altri. Chi è senza pec­cato, sca­gli la prima pietra.

L’antipolitica risale a molto indie­tro nel tempo. Era anti­po­li­tica già il movi­mento refe­ren­da­rio dei primi anni 90. È stato anti­po­li­tica il leghi­smo, ma anche il ber­lu­sco­ni­smo, che l’ha anzi por­tata al governo. E, per venire a casi più recenti, Renzi non scherza affatto in mate­ria. Non lesina espres­sioni offen­sive nei con­fronti degli avver­sari poli­tici e non rispar­mia dema­go­gici appelli al popolo sovrano. A ben vedere, un po’ di anti­po­li­tica l’ha fatta anche Lei, Signor Pre­si­dente, quando, col­las­sato il ber­lu­sco­ni­smo, anzi­ché seguire la via mae­stra delle urne, com­mis­sa­riò la poli­tica chia­mando a Palazzo Chigi un Sommo Tec­nico, che aggiunse disa­stro a disastro.

Come se ne esce? La ricetta è tanto sem­plice quanto irrea­liz­za­bile. Rimet­tendo in moto eco­no­mia, società e poli­tica. Una delle ragioni della cor­ru­zione dila­gante è lo stallo dell’economia, le cui classi diri­genti cer­cano di rifarsi cor­rom­pendo la poli­tica dei loro insuc­cessi sul mer­cato, esat­ta­mente come invece che fare impresa fanno finanza. Non solo gran parte della classe poli­tica, ma anche una buona parte della classe diri­gente eco­no­mica sarebbe da cam­biare. Il pro­blema è che chi già detiene posi­zioni di potere è molto restio a cederle e ha molte armi per difen­dersi. Tanto più in poli­tica, dove da tempo è giunta al ver­tice una classe diri­gente «pura», priva d’ogni con­tatto con la società, cre­sciuta den­tro le atti­vità rap­pre­sen­ta­tive e di governo e mai ado­pe­ra­tasi nella cura della mili­tanza e dell’elettorato. Renzi incarna que­sto modello come nes­sun altro. Solo che il modello del poli­tico «puro» è in giro da un pezzo. Dagli anni 70 in poi, allor­ché pure nel Pci il par­tito degli ammi­ni­stra­tori tra­volse quello dei mili­tanti. Le ragioni dell’antipolitica comin­cia­rono a mon­tare in quel momento. Gli ammi­ni­stra­tori, era suc­cesso già nella Dc e nel Psi, ave­vano meno remore morali dei mili­tanti. La que­stione morale ber­lin­gue­riana fu archi­viata. Gli scan­dali si acce­le­ra­rono, crebbe il malu­more e qual­cuno comin­ciò a caval­carlo semi­nando anti­po­li­tica. Lo caval­ca­rono anche ammi­ni­stra­tori e aspi­ranti ammi­ni­stra­tori di tutti i par­titi - spe­cie i poli­tici «puri» - con un pre­ciso obiet­tivo: deci­dere e non mediare, ossia libe­rarsi di tutti gli oneri che com­porta una poli­tica social­mente radi­cata. Prag­ma­ti­smo anzi­ché ideologia.

Accan­to­nata quella che Rita Di Leo ha defi­nito la politica-progetto, la cre­scita dell’antipolitica diventò incon­te­ni­bile. Anzi, è dive­nuta un flo­rido busi­ness. Le riforme isti­tu­zio­nali dei prima anni 90, le sug­ge­stioni lea­de­ri­sti­che che hanno ali­men­tato, l’abbattimento degli obso­leti e buro­cra­tici con­trolli di lega­lità, figlie dell’antipolitica, non hanno curato il malaf­fare, ma l’hanno aggra­vato. E Grillo e Sal­vini, signor Pre­si­dente, non sono i soli che ci spe­cu­lano sopra.

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