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Vittorio Emiliani
Se l’Italia diventa brutta
10 Novembre 2007
Il paesaggio e noi
“Il paesaggio sfigurato” è il sottotitolo di questa non rassegnata rassegna della sfiga, e delle speranze, del paesaggio italiano. Da l’Unità del 10 novembre 2007

L’ultimo scempio annunciato e paventato in ordine di tempo - ma a quest’ora sarà già il penultimo - è quello, denunciato giovedì dalla edizione toscana de l’Unità a Montaione (Firenze), a ovest di Certaldo: ben 162 ettari di colline a bosco, a uliveti e altri coltivi che diventano campo di golf da 36 buche (ce n’è già uno da 18), parcheggi per 700 (settecento) nuove case ad un passo dal borgo di Castelfafi, l’antico Castrum Faolfi, di origine longobarda, anno 754. Talmente integro che Roberto Benigni lo scelse per girarvi alcune scene del suo «Pinocchio». Il progetto viene avanzato dalla società tedesca Tui, una delle più potenti multinazionali del turismo, che ha acquistato da tempo la splendida tenuta di oltre 11 chilometri quadrati. Essa, stando alle cronache, ha lanciato un vero e proprio ultimatum al Comune di Montaione: o quelle cubature o niente 250 milioni di euro di investimento.

Mentre, con una lettera, Wwf, Italia Nostra, Legambiente Toscana hanno chiesto, anzitutto alla Regione, di rifiutare qualsiasi consumo di suolo (e quindi di paesaggio) che esuli dal recupero e dalla riqualificazione del già esistente: 233.900 metri cubi, non una inezia, che la multinazionale vuole invece raddoppiare. Un campo di prova decisamente impegnativo per la Regione Toscana e per il suo Piano di Indirizzo Territoriale nel quale il sistema collinare regionale viene identificato come «un complesso e irripetibile intreccio di storia, paesaggio, natura e cultura, che caratterizza l’immagine della nostra Regione nel mondo, ecc.ecc.». Ora si vedrà se sono soltanto parole.

Il consumo di suolo, anche nella bella e sino ieri abbastanza conservata Toscana ha assunto ritmi inaccettabili, da autentica follia. Nel quindicennio 1990-2005 l’accoppiata “cemento & asfalto” si è “mangiata” 265.650 ettari di terreni a verde, a coltivo, a bosco, quasi il 16 per cento della superficie libera nel 1990, appena un punto percentuale sotto la spaventosa media nazionale. Ma negli ultimi cinque anni considerati quella corsa ha subito una ulteriore accelerazione: se nel decennio 1990-2000 in Toscana si sono consumati suoli liberi al ritmo di 15.000 ettari l’anno, nel quinquennio 2000-2005 tale ritmo è balzato a 20.279 ettari l’anno. Ciò vuol dire che in questi ultimi cinque anni considerati una delle più belle e integre regioni italiane si è “mangiata” un altro 12,5 per cento di superfici ancora libere. Con una speculazione che ormai risale dalla costa verso l’interno collinare e montano. Un processo che ormai interessa anche le contigue Marche e Umbria, pure bellissime.

In Toscana sono sorti ben 162 comitati in altrettanti luoghi di “sofferenza”: da Monticchiello, ormai “storica”, a Bagno a Ripoli, da Fiesole a Casole d’Elsa, con interventi, spesso, della magistratura a seguito di documentate denunce. Con Montaione uno dei “casi” più recenti è quello di piazza Montanelli a Fucecchio dove domenica si svolge un convegno sulle piazze minacciate di stravolgimento in Toscana (Fiesole, Prato, ecc.). Coordinati da Alberto Asor Rosa, i Comitati si riuniscono invece oggi a Firenze per consolidare una rete che sta diventando un fatto nazionale ed un esempio. Anche nelle Marche, meno colpite della confinante Toscana e tuttavia minacciate, si sono mossi comitati spontanei e associazioni, da Colli del Tronto (dove è coinvolto l’ascolano-milanese Tullio Pericoli ormai votatosi alla sola pittura di paesaggio) a Pesaro e a Urbino. Anche qui appelli firmati da personaggi che certo non fanno parte del movimentismo radicale (come Zucconi Galli Fonseca, già procuratore della Cassazione, molto legato alla sua Camerino). Anche qui, come a Roma al recente convegno organizzato dalla presidenza del Consiglio Provinciale e dal Comitato per la Bellezza, figura in prima fila la Coldiretti. La quale ha capito che agricoltura tipica di qualità e paesaggio tutelato vanno di pari passo, che vino, olio, salumi e formaggi “dop” si producono, si vendono e si esportano meglio se vengono da paesaggi integri. È la ragione che ha portato Jacopo Biondi Santi ad opporsi alle pale eoliche sopra la Rocca e i vigneti di Scansano. Giustamente, in quel caso.

C’è ormai anche una accentuata preoccupazione per i terreni agricoli, o a bosco o a pascolo, sempre più sottratti alle colture e agli allevamenti: nel decennio 1990-2000 la superficie italiana libera si è ridotta di altri 3,1 milioni di ettari e 1,8 milioni di essi erano “Sau”, superifici agrarie utilizzate. Che sono sparite, inghiottite in una periferia senza verde, nei centri commerciali, negli outlet, nelle multisala e così via. I terreni agricoli, anche i più produttivi, sono dunque terreni in attesa di reddito edilizio. La campagna è in attesa di diventare periferia. O di venire lottizzata per seconde e terze case. Per operazioni tipo Montaione. Ne esce una Italia sfigurata per sempre. Sorte tremenda se pensiamo che appena due secoli fa (un soffio per la storia) Wolfgang Goethe era ammirato degli italiani i quali avevano saputo “costruire” paesaggi mirabili, agendo con spirito e cultura da artisti - anche se erano contadini, mezzadri, capimastri - una “seconda natura” intrecciata a quella originaria, abbellendola persino: era la “natura naturata”, cioè antropizzata, identificata da Averroè e che non si contrapponeva ma si fondeva alla “natura naturans”, a quella cioè primordiale. Ancora nel dopoguerra Emilio Sereni, grande studioso di agricoltura e di paesaggio, oltre che antifascista e comunista importante, di cui ricorre un poco ricordato centenario, scriveva che il contadino toscano aveva una idea del paesaggio e della sua bellezza che rimontava a quella degli affreschi di Benozzo Gozzoli e del “Ninfale fiesolano” del Boccaccio. Una cultura alta, demolita, distrutta da una idea bassa di “sviluppo” a tutti i costi, di mercato senza freni, da una sorta di paleo-capitalismo che dissipa brutalmente beni primari irriproducibili, fondamentali per la vita degli individui e delle comunità, ma anche per quel turismo culturale e naturalistico che è il solo che “tira” ormai e che ha prospettive di lungo periodo. Se non si semina cemento appena fuori dalle mura delle città d’arte.

In questa cultura sviluppistica non c’è quasi più distinzione fra centrosinistra e centrodestra, salvo rare eccezioni come Mantova, dove il sindaco Fiorenza Brioni si batte lucidamente contro la lottizzazione in riva ai laghi promossa dalla giunta precedente, anch’essa di centrosinistra. Ha ragioni da vendere Fulco Pratesi, fondatore del Wwf, quando dice: «Una volta sapevamo che a sinistra ci avrebbero dato ascolto. Adesso non ne siamo affatto sicuri». Anch’io - che mi occupo di questi problemi dalla prima giovinezza - ricordo sindaci di sinistra che erano operai, falegnami, ex muratori, i quali amavano profondamente le loro città, la loro terra, e ascoltavano spesso le richieste degli intellettuali locali, delle associazioni. Ora non è più così. C’è stata una mutazione genetica. Perché?

In parte perché i Comuni, vistisi tagliati i fondi provenienti dai trasferimenti statali, hanno colto nella febbre edilizia una occasione per turare le falle di bilancio. La illuminata legge Bucalossi sui suoli degli anni ‘70 prescriveva che gli introiti provenienti dagli oneri di urbanizzazione potessero venire impiegati soltanto per spese di investimento. Ma una sciagurata Finanziaria ha consentito loro di impiegarli anche come spesa corrente. Ecco una delle ragioni di fondo del favore col quale tanti Comuni guardano allo “sviluppo”, finto, di una edilizia speculativa e rinunciano a tutelare il paesaggio. Sciaguratamente, dico io, perché in tale conflitto di interessi la tutela paesaggistica viene di necessità sacrificata alla utilità di fare cassa, di introitare denari. Poi vi sono “liberalizzazioni” sbagliate, anche nei decreti Bersani (che non distinguono fra centri storici e nuovi quartieri, ad esempio), o nella incombente legge Capezzone che consentirebbe alle aziende di aprire attività, capannoni, fabbriche e fabbrichette ovunque, in pochi giorni. Come se dopo Villettopoli, non vi fossero già Fabbricopoli e poi Commerciopoli. Grandi Comuni come Roma - l’ha ben documentato l’urbanista Paolo Berdini al Convegno del 25 ottobre in Provincia - da una parte investono nel trasporto pubblico su ferro, ma dall’altro lasciano libero campo ad enormi centri commerciali i quali esigono l’auto privata e collassano la rete viaria: 28 centri commerciali aperti vicino al GRA, con almeno 50.000 posti auto e con un consumo di suolo di centinaia di ettari. Fenomeni ai quali il grande architetto inglese, di origine italiana, sir Richard Rogers, guarda come ad un nostro impazzimento, frutto di una americanizzazione d’accatto, la peggiore. «A Londra - ha detto recentemente in una intervista a Violante Pallavicino uscita sul Terzo Occhio - negli ultimi dieci anni non abbiamo consumato un solo metro quadrato delle “green belts, delle cinture verdi». Di più, proprio Rogers ha approntato per Tony Blair una legge la quale, approvata nel 2001, prescrive che soltanto il 30 per cento delle nuove edificazioni possa sorgere su aree libere, ex agricole, mentre il 70 per cento deve sorgere su aree già costruite o su ex aree industriali. «E a Londra - fa notare Rogers - il sindaco Ken Livingstone si propone di concentrare il cento per cento dell’edilizia nuova nelle “brown belts”, cioè nelle aree già edificate». C’è ancora differenza, dunque, fra destra e sinistra. In Germania la stessa Angela Merkel, quando era nel 1998, ministro dell’Ambiente ha varato una legge che limita nei Laender il consumo di suolo a 30 ettari al giorno, cioè a meno di 10.000 ettari l’anno. Un sogno per noi che ne consumiamo 244.000... E la Merkel non è certo una massimalista.

Siamo stati ammirati nel mondo come il Giardino verde d’Europa e lo siamo sempre meno: la cartina dell’Istat ci mostra che le zone libere si riducono ormai alle vette alpine, all’Appennino più alto, all’interno di alcune regioni (Basilicata, Toscana), mentre fra Venezia e Milano prevale il colore bruno di una conurbazione continua, senza più distinzione fra città e campagna. Nonostante ciò si comincia a costruire nei parchi regionali, vedi il caso a Pavia della Vernavola o, a Milano, il Parco Sud, e l’assessore alle Infrastrutture della Regione Lombardia (la più “deregolata”, con costi sociali enormi) propone una legge che consentirà di alzare capannoni industriali praticamente ovunque lungo strade e autostrade. Capannoni che sono già tanti e spesso vuoti, frutto di speculazioni cieche e fallite, pegni per le banche e così via. In spregio al paesaggio, all’agricoltura, alle future generazioni condannate alla bruttezza diffusa. «La bellezza è anche un fattore di coesione sociale», ha affermato il sindaco di Mantova, Brioni, al convegno di Roma. Chi sosterrà con forza nel centrosinistra questa bandiera?

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