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Ida Dominijanni
Se a sinistra si tornasse ad amare
24 Gennaio 2006
Scritti su cui riflettere
E’ sempre ricco e fruttuoso lo sguardo di un’intelligenza filosofica sulla politica. Il manifesto del 24 gennaio 2005

Contretemps è una rivista indipendente on-line,sovvenzionata dal dipartimento di filosofia dell'università di Sydney, che ha lo scopo di incoraggiare un pensiero del presente, capace di leggere gli eventi sociali e politici nel loro accadere «con, a fianco e anche contro la disciplina filosofica» accademicamente intesa. E curiosamente, proprio mentre il papa annuncia la sua enciclica sullo splendore dell'amore divino e umano (tema, bisogna riconoscerlo in attesa di leggerla, centratissimo nella sua dichiarata inattualità), il numero attualmente consultabile (http://www.usyd.edu.au/contretemps) apre con due titoli sul rapporto fra amore e politica, o se preferite sull'amore politicamente inteso, o sulle potenzialità di una «politica dell'amore». Il primo di questi titoli, Learning to love again, è quello di una intervista collettiva (di Christina Colegate, John Dalton, Timothy Rayner, Cate Thill) a Wendy Brown, una filosofa californiana studiosa del potere e del rapporto fra potere e libertà ( States of Injury: Power and Freedom in Late Modernity, Princeton, 1995), che qualche mese fa è stata ospite di un convegno internazionale a Sydney insieme con Judith Butler. E in questa lunga e bella intervista riprende un filo noto ai lettori di Butler e anche di queste pagine, il filo che lega amore, lutto e malinconia nella sinistra del dopo-89, smarrita per la perdita della sua identità storica e della sua utopia rivoluzionaria novecentesca. Tema altresì derridiano, giacché fu il filosofo francese a porre già nel `94, in Spettri di Marx, la questione del «lutto dei comunisti» e dei suoi effetti sulla «malinconia dell'inconscio geopolitico globale», individuando per tempo un sintomo della crisi della politica contemporanea tutt'ora non risolto. Wendy Brown torna sul punto, all'interno di una più ampia riflessione su che cosa significa essere «radicali» oggi e come possa crescere un pensiero «radicale» - capace cioè di aggredire «alla radice» il problema della trasformazione - nella generazione dei pensatori e delle pensatrici posties (ovvero postmodern) che alle radici e ai fondamenti non credono più, e che ritengono impossibile coltivare l'attaccamento al «progetto rivoluzionario» com'era inteso ancora pochi decenni fa.Una generazione che si trova da un lato di fronte ai limiti di una strategia di radicalismo democratico, dall'altro di fronte all'incapacità e forse all'impossibilità di riattivare una strategia di abbattimento del capitalismo, sempre più abile e veloce nel trasformarsi e reinventarsi; e senza poter immaginare altro dal capitalismo, si può immaginare davvero la libertà politica e l'autogoverno? Brown teme di no ma con onestà lascia in sospeso una domanda per la quale non ha la risposta.

Ce l'ha invece per un'altra domanda, che riguarda appunto ciò di cui la sinistra post-'89 deve ancora fare, e imparare a fare, il lutto: la perdita dell'identità nazionale, ad esempio, e di tutto quello che essa garantiva - ways of live, forme di relazioni familiari e sociali, rapporto con le istituzioni. Non basta, ammonisce Brown, riconvertirsi in un'ottica transnazionale, come pure giustamente ha fatto il movimento no-global da Seattle in poi, se non si elabora il senso di perdita e di disorientamento che questo passaggio comporta. E non basta nemmeno affermare che «un altro mondo è possibile» se non si attraversa il vuoto lasciato nel pensiero e nella psiche della sinistra radicale dalla fine del progetto rivoluzionario novecentesco. E' come quando uno o una perde un amante, incalzano gli intervistatori, che era parte della sua identità, la potenziava al presente e le dava una direzione di senso per il futuro: si deve innamorare di nuovo, ma può la sinistra «imparare ad amare di nuovo»? Può, risponde Brown, se come chi ha perso un amante impara che malgrado quella perdita ha ancora una sua propria soggettività e altre possibilità di relazione, e che tuttavia la sua identità non è più la stessa di prima: «Dobbiamo imparare ad amare di nuovo, ma il `noi' che imparerà a farlo sarà diverso dal `noi' che siamo stati», perché lutto e amore, nella vita personale come nella politica, provocano e domandano una necessaria trasformazione di sé, senza la quale non c'è trasformazione del mondo.

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