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Carla Ravaioli
Scandurra urbanista col cuore di scrittore
14 Aprile 2007
Recensioni e segnalazioni
Le recensione del penultimo libro di un singolare urbanista, Enzo Scandurra, uomo che frequenta assiduamente i confini tra saperi, pensieri e mestieri diversi. Da Liberazione del 14 aprile 2007

“Un paese ci vuole/ Ripartire dai luoghi” di Enzo Scandurra (Città Aperta, pp. 179, euro 13,50) è un libro singolare. E l’autore lo sa. Non a caso apre con una lunga introduzione, intitolata “Perché questo libro scritto in questo modo”. Nella quale innanzitutto dichiara: “Non sono uno scrittore. Al più mi piacerebbe che di me si dicesse: narratore.” Cioè qualcuno che “soprattutto a partire dalle proprie riflessioni di vita, ci racconta il mondo così come lo vede, senza presunzioni letterarie.” E annuncia che il lavoro si compone di due parti, la prima è in forma saggistica, la seconda “nel linguaggio della narrazione”.

Qualsiasi libro, qualunque sia il suo contenuto e il suo intento, è sempre - come noto - in qualche misura un’autobiografia. Ma questo, di Scandurra, lo è in modo così evidente che la parte narrativa, dichiaratamente autobiografica, costituisce un tutt’uno perfettamente omogeneo con l’altra. E ciò benché il libro sia tutt’altro che di lieve impegno, si misuri anzi con ponderosi quanto urgenti interrogativi e coraggiosamente li dichiari: “E’ possibile modificare la corsa di questa modernità fuori controllo, fondata sulla manipolazione della natura, sull’uso dissennato delle sue risorse, sulla riduzione dei cittadini a sudditi idioti del mercato e dei consumi, sull’uso della guerra come mezzo sostitutivo della politica?” Insomma, è possibile cambiare il mondo?

Il fatto è che in questo libro l’esercizio intellettuale, acuto, colto, raffinato, si applica a una materia direttamente sofferta e non decantata, ancora palpitante. E’ un libro soprattutto di sensazioni, che però scavando nell’angoscia si fanno meditata riflessione, per aggredire il disagio di una realtà non più accettabile, non più rapportabile al sentire del passato, che la memoria rifiuta di riconoscere. E qui sta forse la sua qualità più originale e il suo fascino.

Scandurra è un urbanista, e da urbanista ha scritto diversi libri che trattano della città come centro e soggetto della complessità sociale. Nei titoli più recenti però (“La città che non c’è”, “Città morenti e città viventi”, ecc.) già si affaccia la consapevolezza della crisi, il presagio di un deterioramento forse irrecuperabile della città. In quest’ultimo lavoro oggetto centrale del suo osservare riflettere e narrare, è la periferia, ovvero la città cresciuta fino a farsi illeggibile, privata della sua razionalità, città divenuta sterminata metropoli: appunto periferia sterminata, dove non esiste più il concetto di comunità, e la stessa convivenza appare mero agglomerato di umani in eccedenza, messi in parcheggio, esclusi dal futuro; ma periferia anche della mente, dove si accumulano scarti del pensiero, della cultura, della memoria. Città senza senso, come oggi il mondo intero. Città-mondo, che non esiste più, città-periferia che copre l’intero pianeta, e racconta il fallimento della modernità.

Un non-luogo dove si affollano e confusamente trovano rappresentazione tutti i problemi del nostro presente. Dimensioni centrali dell’esistenza, come il lavoro e la cittadinanza, cancellate dal consumismo. Identità smarrite nell’incalzare della modernizzazione e della tecnologizzazione. Antichi e gloriosi concetti-guida come sviluppo e progresso impoveriti e stravolti, nella famelica e acritica dipendenza dal mercato, nel dominio della merce. Sradicamenti prodotti da una mobilità diventata norma, dalla crescente secolarizzazione, e dalla stessa emancipazione. “Spariscono di colpo categorie che rendevano la città il luogo pubblico della politica e della convivenza, per essere sostituite dallo spazio indifferenziato del consumo”.

La seconda parte del libro, quella “in linguaggio narrativo”, consiste in una serie di flash su momenti dell’infanzia e della prima giovinezza dell’autore, vissute al Prenestino, allora estrema periferia romana, poi rapidamente ingoiata dal cemento. Povertà, ingenuità, modesti svaghi tra l’oratorio, il primo cinema e il prato dietro casa, amori vissuti solo di sguardi e qualche sorriso, il centro di Roma come un lontanissimo, lussuoso miraggio. Vite faticate, pesanti limitazioni, e anche cattiverie e brutalità. Ma sempre il senso della comunità, il calore dell’ appartenenza, un luogo che è “un paese”. Una ventina di pagine in tutto, e però il più significativo contrappunto alla desolata alienazione del mondo attuale. E anche in qualche modo motivo alla speranza.

Già, perché nonostante tutto questo non è un libro disperato. Scandurra lo dice e lo sottolinea: “Il progetto neoprometeico di assimilazione del mondo a categoria economica, sotto il dominio della Tecnica e del Mercato, forse è ancora lontano dalla sua catastrofica realizzazione.” Forse è ancora possibile dare scacco ai tanti fondamentalismi che ci assediano, aprirci alla pluralità delle differenze, “organizzare una rivincita dei valori della vita su quelli della morte”. Dopotutto “il futuro non è stato deciso per sempre”.

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