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Marcello Madau
Sardegna, tra cemento e buche
2 Novembre 2013
Sardegna
«Campi da golf, cubature ed emiri: con anelito sovranista il presidente della regione promulga il suo Piano paesaggistico sardo. Un'apertura alla speculazione secondo la vecchia e sicura forma dell'edilizia. Senza vincoli, la Gallura fa da apripista». In calce un articolo di Costantino Cossu.

Il manifesto, 2 novembre 2013

Ugo Cappellacci, con la spregiudicatezza tipica del suo partito e del suo 'principale' rispetto alla legge, ha promulgato le variazioni al piano paesaggistico della precedente giunta regionale guidata da Renato Soru (piano coordinato da Edoardo Salzano, a capo di una qualificata equipe di studiosi, ricercatori ed esperti). Inaugurando così una campagna elettorale per le prossime elezioni regionali della Sardegna che si preannuncia movimentata. Lo ha chiamato Pps, Piano paesaggistico sardo.

Una fretta calcolata, che deve aver messo in conto la tensione - da giocare come anelito sovranista - con le istituzioni statali. Rotta la copianificazione con il ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Ecco la prima riserva giuridica, di rilievo, subito espressa da un duro comunicato della direzione regionale sarda del ministero. Con altri limiti di 'legalità' che appaiono in questo complesso provvedimento.

Il governatore si atteggia a difensore dell'identità preparando il territorio a investimenti speculativi, partendo da golf, cubature ed emiri. Se la prende con lo Stato ignorandone le leggi; dice che sono ingiuste e pensa al vero obiettivo: agli interessi economici che vengono favoriti e al blocco sociale per le prossime elezioni. D'altronde era a Roma qualche giorno fa nel gruppo dei venticinque berlusconiani che preparava la resa dei conti con i cosiddetti dissidenti e la nuova Forza Italia: un nome che svela la natura del suo sovranismo.

Le ragioni elettorali di questo strappo sono evidenti, assieme all'apertura alla speculazione secondo la vecchia e sicura forma dell'edilizia. Lo confermano queste ore, con la rassicurazione data ai sindaci della Gallura di poter lavorare con meno vincoli e più prospettive. Si scarica così una gigantesca confusione sulla gran parte dei piani urbanistici ancora da approvare, molti predisposti secondo le precedenti norme e regole.

L'azione di modifica del Piano paesaggistico regionale è per certi versi lineare. Vi sono inseriti il «piano casa» e il «piano golf», sotto giudizio della Corte Costituzionale, che permettono - il primo con la possibilità di aggiungere volumetrie, il secondo con il suo regime particolare - di aggirare i trecento metri dalla linea di costa. Ad essa va aggiunta la recente legge sugli «usi civici», approvata in modo bipartisan, che prepara - in forte tensione con le norme nazionali sui terreni sottoposti a usi civici (legge 42/2004, articolo 142, 1h) - nuove possibilità speculative, e la velleitaria ma significativa, per logica e interessi, proposta della zona franca.

Nel consultare la copiosa documentazione che appare ora dopo ora nel sito della Regione autonoma della Sardegna si colgono l'idea di non considerare - dandogli il fuorviante e ampolloso riconoscimento di «sistema ambientale ad alta densità di tutela» - la fascia costiera come bene paesaggistico («Linee Guida», p. 70), valutando contestualmente, volta per volta, le operazioni da compiere. Anche per i corsi d'acqua vi è il sospetto di una percezione arbitraria del valore paesaggistico rispetto a quanto indicato nel decreto legislativo 42/2004 (come sottolinea il gruppo di intervento giuridico) oppure nei centri storici, dove nei «centri di prima e antica formazione», normalmente tutelati di per sé e con severissimi limiti di edificabilità, si introduce una distinzione «in base alle caratteristiche di notevole valore paesaggistico» preludio ad autorizzazioni edificatrici («Sintesi non tecnica», punto 7, p. 9). O, ancora, il pesante depotenziamento dei beni identitari, sino al silenzio, almeno così mi appare, sul fatto che continuino le procedure tramite il sistema di catalogazione già predisposto, il database 'mosaico' e relativo tracciato: pesante in alcuni aspetti ma legato a standard scientifici e di tutela solidi e forse per questo malvisti.

Credo sia importante avversare questa azione del governatore Cappellacci, anche per i non sardi: non si tratta solo di un'azione di evidente significato e peso nazionale, ma anche di impedire che in un'area che ospita il sogno di uno sviluppo diverso e possibile, con ruolo centrale di cultura e paesaggio tutelato, tale prospettiva si spenga.

La semplice lettura critica e politica di questa operazione, dal punto di vista del territorio e del paesaggio, necessita di un quadro di lettura più adeguato alla situazione che oggi muove i nostri territori e il pianeta; che innovi il sistema di tutela costruendo - come propongono diversi giuristi e movimenti che animano la «Costituente dei beni comuni», in sviluppo alle proposte della «Commissione Rodotà» fra il 2007 e il 2008 - nuovi orizzonti per il territorio.

Un secolo di evoluzione giuridica ha condotto a importanti momenti di unitarietà nella lettura di cultura e paesaggio, in interazione virtuosa con le normative urbanistiche. Ma le forze sono inadeguate, il ministero si scioglie, le forme obsolete, gli attacchi si moltiplicano. Forse la soluzione è davvero in un nuovo sistema che parta dalle comunità - entro grandi leggi quadro - e costruisca il governo dei territorio con nuovi assetti giuridici di tutela in grado di recepire qualità culturale e operativa dei beni comuni.

In Sardegna il Piano paesaggistico sardo del proconsole berlusconiano completa un attacco a una Sardegna preda di ripetuti tentativi di impianti energetici di ogni tipo, di sperimentazioni di cosiddetta chimica verde autorizzate a chi dovrebbe essere obbligato alle bonifiche, come l'Eni a Porto Torres, di profonde trivellazioni in aree di grande pregio paesaggistico e agrario come cerca di fare la potente Saras ad Arborea, di campi da golf e edifici proposti nella splendida costa di Bosa da Condotte. Centinaia di movimenti si oppongono a questo sistema, che ha non di rado l'appoggio comune di Pd e Pdl e spesso coincide con lo Stato. Si moltiplicano i ricorsi.

Il territorio, con evidenza principale mezzo di produzione, è il vero centro della politica. Ma le azioni sono più veloci dei cambiamenti attesi, delle possibili difese e dei progetti alternativi. Ci auguriamo che il ministro dei Beni e delle Attività culturali ripristini intanto la legalità pesantemente violata dalla promulgazione del Piano paesaggistico sardo.

Zona franca e meno tasse,
Cappellacci punta alla rielezione
di Costantino Cossu

Il presidente accusa Soru di complotto: «Con un'intervista al 'manifesto', ha chiesto a Bray di fermare il nuovo piano paesaggistico»

Il prossimo anno, a febbraio o al più tardi in primavera, in Sardegna si vota per il rinnovo del consiglio regionale. La campagna elettorale è già cominciata e il presidente in carica, Ugo Cappellacci, Pdl, punta a farsi ricandidare dal suo partito. La volata Cappellacci l'ha lanciata da più di un anno, puntando su due temi: l'istituzione di una zona franca integrale su tutto il territorio dell'isola e la revisione del piano di tutela del paesaggio approvato nel 2006 dalla giunta guidata da Renato Soru. Meno tasse e più cemento, insomma: slogan perfetto per pescare voti nel bacino elettorale del centrodestra.

La zona franca significherebbe che le imprese che operano in Sardegna possono usufruire di un regime fiscale di vantaggio. Cappellacci presenta la proposta come un toccasana destinato a curare tutti i mali di un'economia regionale esausta, in alcuni settori prossima al collasso. Fa finta di non sapere, il presidente Pdl, che in tutte le realtà europee in cui questa soluzione è stata adottata non ha risolto alcun problema. Ridurre, infatti, alcuni costi aziendali (che siano tasse o salari, concettualmente la questione non cambia) senza tenere presente che la complessità dei mercati pone un problema di ridefinizione complessiva dell'offerta soprattutto in termini di valore aggiunto di innovazione dei prodotti, significa andare incontro a cocenti delusioni. Ad esempio, ridurre le tasse alle imprese edilizie sarde che operano in un mercato ristretto all'isola e ormai più che saturo - oltre che rigido quanti pochi altri sul terreno dell'innovazione di prodotto - significa solo fare demagogia. Ed esattamente ciò che fa Cappellacci: gli basta dire che saranno ridotte le tasse. Questa è la bandiera da agitare in campagna elettorale.

L'altro drappo glorioso sventolato dal presidente della regione Sardegna è grigio color cemento. La revisione-demolizione del piano del paesaggio approvato nel 2006 punta essenzialmente a rilanciare l'industria del mattone lungo le coste. Obiettivo per raggiungere il quale viene abolita la tutela integrale del litorale: in alcune zone i vincoli restano, in altre, molte altre, no. Ma secondo il Codice Urbani, che detta le regole in materia urbanistica e di tutela del paesaggio, Cappellacci questa cosa non la può fare da solo. Esiste infatti, dice il Codice, un obbligo di copianificazione: a decidere sono, insieme, le regioni e lo stato. Cappellacci però fa finta di non saperlo e dice che in materia di paesaggio la competenza esclusiva è delle regioni. E siccome dal ministero dei beni culturali, tre giorni fa, con una nota molto secca gli hanno ricordato che senza la firma del ministro Massimo Bray qualunque delibera regionale di modifica del piano del paesaggio voluto da Soru è da considerarsi carta straccia, il presidente prima ha gridato all'attentato contro l'autonomia della Sardegna, sancita come speciale dalla Costituzione, e poi, vedendo che l'argomento era debole (il Codice Urbani parla chiarissimo), s'è inventato una bella teoria del complotto: «Con i tecnici della Direzione regionale per i beni culturali tutto - ha detto - è filato liscio sino a maggio di quest'anno.

I problemi sono nati quando, a quella data, il ministro Lorenzo Ornaghi è stato sostituito da Bray». Ed è stato Soru, secondo Cappellacci, a mettergli contro Bray. Come? Sentite il presidente: «Il 7 settembre l'ex governatore Renato Soru, con un'intervista concessa al quotidiano il manifesto, ha chiesto a Bray di fermare il nuovo piano paesaggistico». Insomma, Bray s'è messo di traverso non per rispetto della legge, il Codice Urbani, ma perché glielo ha chiesto Soru attraverso il manifesto. Un complotto. Per tutta risposta, dal ministero e dalla direzione regionale dei beni culturali è arrivato uno sonoro ceffone: «Il presunto problema politico indicato dal presidente Cappellacci come causa del rallentamento dei lavori per l'adeguamento del Piano paesaggistico non esiste. Tutta la nostra azione è stata esclusivamente indirizzata da un' ottica di massima attenzione alla tutela del territorio, e se i lavori di copianificazione hanno registrato momenti di criticità ciò è avvenuto quando le proposte della regione sono risultate non in linea con la richiamata esigenza di tutela del territorio, e quindi non condivisibili».

Dichiarazione subito seguita dalle parole di Soru: «Cappellacci si rassegni: il piano paesaggistico del 2006 è entrato nella coscienza ambientale dell'Italia e dell'Europa. Non riuscirà a cancellarlo».

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