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Vittorio Emiliani
Sardegna, Italia: saldi di fine stagione
24 Luglio 2014
Beni culturali
L'ultima riforma del Mibact rappresenta la svendita del nostro patrimonio culturale alle ragioni del turismo e dell'economia, mentre il paesaggio rimane sempre più indifeso. inviato il 22 luglio 2014

“Bisogna “commercializzare” l’Italia e in primo luogo quindi la Sardegna”. La frase lapidaria, detta ad una tv sarda, appartiene al sottosegretario ai Beni Culturali, Francesca Barracciu. Dichiarazione di primaria importanza perché chiarisce bene le intenzioni del governo Renzi in materia di cultura e di beni archeologici, storico-artistici e paesaggistici. “Gli Uffizi”, sentenziò tempo fa l’allora sindaco Renzi, “sono potenzialmente una gran macchina da soldi”. “I Musei sono miniere d’oro non sfruttate”, gli ha fatto eco il ministro Franceschini presentando a larghe linee il nuovo assetto del suo derelitto Ministero oggetto della settima-ottava “riforma” in pochi anni.

Che, stavolta, avendo accorpato di recente il Turismo, vede ormai anteporre al Patrimonio e alla sua tutela la Valorizzazione di tipo turistico-promozionale. Per cui la sigla potrebbe ben cambiare da MiBACT in MiTURBEN o MiSTURBEN visto lo “sturbo” che provocherà nelle Soprintendenze e negli uffici tecnico-scientifici della tutela. Guai però a criticare, perché, come per la riforma del Senato o per l’Italicum, si passa, tout court, per “gufi” e per “nemici delle riforme”, additati come tali da Serracchiani e Bonafè. Vecchi bacucchi insomma, mentre i Soprintendenti in carica sono, al più, studiosi squisiti incapaci di organizzare qualcosa di utile per incrementare gli ingressi o burocrati ottusi, se non babbei. Non so se per provincialismo, difetto di informazione, scarsa frequentazione di musei stranieri, costoro ignorano che il Louvre coi suoi 9 milioni di ingressi è passivo per il 50% del suo bilancio (ci pensa lo Stato) e che altrettanto accade al Metropolitan Museum, che i grandi musei inglesi e molti musei di fondazioni - come la Smithsonian di Washington - sono gratuiti e semmai con ciò danno un servizio culturale gratis e incrementano notevolmente i flussi turistici (secondo gli inglesi, del 50%). Ma ovunque la distinzione fra il Patrimonio/Materia Prima e il Turismo/Indotto è chiarissima. Da noi non più.

Il progetto Franceschini, per quello che se ne è appreso, da lui e dagli uffici, parte dall’idea centrale di rendere autonomi dalle Soprintendenze i 20 maggiori musei italiani affidandoli a manager anche stranieri. Con quale fine? Di ricavarci dei bei profitti, si suppone. La cosa è gravissima e del tutto nuova nella storia della tutela in Italia. Tagliare il rapporto fra i Musei (statali, per ora) e le loro peculiari origini, col loro territorio è antistorico e astratto. Per i Musei archeologici poi è una solenne fesseria alimentandosi questi ultimi delle continue campagne di scavo (tant’è che esistono ormai numerosi musei “di scavo”): lo splendido Museo di Policoro, osco-lucano, magno greco, ellenistico, ecc. l’hanno dovuto raddoppiare anni fa per la massa di nuovi formidabili ritrovamenti nella Siritide.

Se prevale - e in quest’ottica prevale di certo (Barracciu dixit) - la logica oggettivamente, necessariamente economica del turismo su quella culturale, non necessariamente economica, della ricerca e della conservazione artistica, si aprono le porte ad una sorta di enorme Ipermercato Italia, all’aperto e al chiuso, per masse incontrollabili di turisti di ogni Paese. E’ il risultato di aver mescolato - anziché tenerli ben distinti - Cultura e Turismo, facendo prevalere il secondo. Paradossalmente, il guaio vero è che, mentre i nostri musei, le nostre aree archeologiche (non tutto è Pompei in Italia e anche Pompei non è poi tutta quanta il disastro che si dipinge), risultano concorrenziali, non lo è affatto l’apparato turistico dell’ospitalità, della mobilità, ecc. Secondo la Coldiretti il turismo italiano è più caro del 10% rispetto agli altri Paesi più visitati. Altri rilevano che i prezzi in Italia cambiano a seconda che un semplice cappuccino venga servito agli italiani o agli stranieri. Questo scredita e respinge molto. Altro che musei.

Certo i nostri, ospitati in ville, dimore o palazzi storici, sono più piccoli e non gonfiabili: gli Uffizi attuali, se non erro, dispongono, per ora, di una superficie espositiva sui 12.000 mq contro i 180.000 mq del Louvre, ma con 1,8 milioni di visitatori ne stipano 150 per mq, mentre a Parigi con 9 milioni circa di visitatori (e con seri problemi di controllo e scioperi contro bullismi, violenze, ecc.) ne registrano soltanto 50 per mq. Per cui in tutti i nostri musei, gallerie, ecc, persino al Colosseo, non si possono non contingentare gli ingressi. Cosa che infastidisce molto i nostri “riformatori”. Ma 1 milione di visitatori all’anno sono 1 milione di persone che alitano, respirano e traspirano (e naturalmente 2 milioni di ascelle, 2 milioni di piedi), che creano umidità, con seri danni a tavole e tele se la climatizzazione non è perfetta. In ogni caso se la folla si accalca nelle sale. Come sta avvenendo.

Un’ultima osservazione sul paesaggio italiano che è sempre più aggredito e stravolto dal binomio cemento-asfalto con consumi di suolo pazzeschi, a Napoli il 62 % è impermeabilizzato, a Milano il 60, in Lombardia, montagne incluse, oltre il 10%. Che è il doppio della Germania. Se una parte dei paesaggi si è salvata dall’assalto di padroni, padroncini, abusivi, Comuni senza testa, ecc. lo si deve anzitutto alle pur depauperate e intimidite Soprintendenze che oggi risultano quotidianamente sotto accusa e che dispongono in tutto di 480 architetti per sorvegliare e tutelare un territorio vincolato pari al 47% del Belpaese, 141.358 Kmq, per cui c’è un solo architetto ogni 290-300 Kmq. Oppure, se preferite, 1 architetto ogni 42 centri storici… Una sola regione, la Toscana per fortuna, fino a qualche anno fa intaccata o minacciata da lottizzazioni pericolose (nonché dalle cave delle Apuane), ha adottato il piano paesaggistico concordato col Ministero. E il resto? Si vedrà. Le regioni più devastate, guarda caso, quelle dell’abusivismo foraggiato dalle varie mafie, e magari quelle dove - vedi Sicilia - la tutela è da sempre “regionalizzata”. Un disastro. Niente piani, niente tutele.

Purtroppo la prima apprezzabile versione governativa del “nuovo” Titolo V della Costituzione - quella che riportava al centro taluni poteri generali in materia di ambiente, di parchi, di paesaggio - è stata già snaturata dalla bozza Calderoli-Finocchiaro come ha notato (fra i pochi) Fulco Pratesi sul “Corriere della Sera”. Anche qui si retrocede dunque - per avere i voti della Lega per Senato e Italicum? - verso il brutto pasticcio istituzionale 2001. L’anno in cui, fra l’altro, si cancellò l’art. 12 della legge n. 10 sui suoli del ’77 che imponeva ai Comuni di riservare gli oneri di urbanizzazione alle sole spese di investimento e non alla spesa corrente. E i Comuni, alla canna del gas, schiacciarono il pedale dell’edilizia, per lo più “di mercato”, cioè speculativa. Con centinaia di migliaia oggi di case vuote, sfitte, ecc. E poca, o punta, direbbero Renzi o Boschi, edilizia pubblica e sociale.

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