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Alessandro dal Piaz
Salerno la moderna, con il trucco
8 Maggio 2014
Salerno
«Il nocciolo strategico della politica comunale appare centrato sulla modernizzazione dell’immagine cittadina come confezione accattivante dello sfruttamento intensivo delle rendite di posizione. Tutto ruota intorno a vicende asfitticamente edilizie che delineano una prospettiva decisamente implosiva per la città. Due casi su tutti: il Crescent e la variante 2012 al Puc».

«Il nocciolo strategico della politica comunale appare centrato sulla modernizzazione dell’immagine cittadina come confezione accattivante dello sfruttamento intensivo delle rendite di posizione. Tutto ruota intorno a vicende asfitticamente edilizie che delineano una prospettiva decisamente implosiva per la città. Due casi su tutti: il Crescent e la variante 2012 al Puc». Il manifesto, 8 maggio 2014

Salerno ha un ter­ri­to­rio di quasi 59 kmq, per la mag­gior parte col­li­nare, a tratti anche imper­vio; la zona pia­neg­giante costiera non ne copre più di un terzo. La popo­la­zione resi­dente, pari a circa 91mila abi­tanti nel 1951, salì a oltre 157mila nel 1981 ridu­cen­dosi poi pro­gres­si­va­mente fino a quasi 133mila nel 2011. La città crebbe fisi­ca­mente soprat­tutto negli anni del boom (circa 11mila abi­ta­zioni e oltre 42mila stanze in più sol­tanto negli otto anni fra 1961 e 1968) sfrut­tando fino all’ultimo metro qua­drato le zone edi­fi­ca­bili del piano rego­la­tore gene­rale (Prg) redatto da Pli­nio Mar­coni (1958). Quel Prg non fu mai ade­guato alla nor­ma­tiva sugli stan­dard (1968) e, gio­cando sull’equivoco, molte lot­tiz­za­zioni suc­ces­sive rea­liz­za­rono ingenti volu­me­trie pri­vate senza tra­sfe­rire al comune le pre­scritte urba­niz­za­zioni pri­ma­rie e le aree per le urba­niz­za­zioni secon­da­rie. Le peri­fe­rie recenti saler­ni­tane sono fra quelle più carenti in Ita­lia di spazi e attrez­za­ture col­let­tive e il traf­fico auto­mo­bi­li­stico a Salerno è da allora un pro­blema sem­pre più grave.

In que­gli anni le ambi­zioni della bor­ghe­sia impren­di­to­riale e mer­can­tile, con inte­ressi for­te­mente intrec­ciati ai mec­ca­ni­smi della ren­dita urbana, si con­cen­tra­rono — gra­zie anche alle rela­zioni pri­vi­le­giate con il governo e la Cassa per il Mez­zo­giorno — sulla costru­zione del nuovo porto, da un lato, e sull’infrastrutturazione dell’area indu­striale, dall’altro, ubi­cati agli estremi oppo­sti della città: il porto a ridosso della costa alta del primo tratto della Costiera d’Amalfi, l’area indu­striale all’imbocco della piana del Sele. Due ope­ra­zioni che con­fe­ri­vano un sup­porto non solo sim­bo­lico al ruolo pola­riz­zante di Salerno nella regione, docu­men­tato dalla immi­gra­zione dall’hinterland, ruolo che la diri­genza saler­ni­tana ha ten­tato a più riprese di valo­riz­zare secondo l’aspirazione, invero un po’ vel­lei­ta­ria, a un qual­che «sor­passo» sulla Napoli ex capi­tale in declino.

La gestione ter­ri­to­riale della città negli anni ’80 dimo­strò la gra­vità delle con­trad­di­zioni anti­che e recenti. Si ten­ta­rono varie solu­zioni spesso con­fuse e con­torte (negli anni di «tan­gen­to­poli» ci fu anche chi pro­pose di attri­buire nuova edi­fi­ca­bi­lità alle aree per stan­dard rima­ste ille­gal­mente in pro­prietà ai pri­vati), fin­ché si decise di dare alla città un nuovo stru­mento urba­ni­stico gene­rale (1989) con la con­su­lenza di grido del cata­lano Oriol Bohigas.

Nel regno di De Luca

Negli anni seguenti l’Amministrazione comu­nale gui­data da Vin­cenzo De Luca, dive­nuto sin­daco nel 1993, forte della gestione effi­cace della città con­so­li­data che vi ha con­se­guito con­di­zioni di vivi­bi­lità e decoro incon­suete nel pano­rama meri­dio­nale, ha paral­le­la­mente svi­lup­pato, attra­verso mec­ca­ni­smi nego­ziali su pro­getti spe­ci­fici, una stra­te­gia urbana orien­tata alla rea­liz­za­zione di nuove sedi dei ser­vizi di rango non locale, affi­data a famosi archi­tetti stra­nieri, e, insieme, di ingenti den­si­fi­ca­zioni edilizie.

Il Prg ha avuto una tor­men­tata ela­bo­ra­zione all’insegna della pre­va­lenza, sulle regole dell’urbanistica, dell’immagine archi­tet­to­nica col­le­gata con le grandi edi­fi­ca­zioni. Nel 2003 viene resa nota la ver­sione finale del Prg che tut­ta­via non viene ancora adot­tato: nel dicem­bre 2004 l’approvazione della nuova legge urba­ni­stica regio­nale giu­sti­fica una ulte­riore rie­la­bo­ra­zione che tra­sforma il Prg in Puc: «piano urba­ni­stico comu­nale», secondo la modi­fica tutt’altro che nomi­na­li­stica della legge regio­nale 16/2004, la quale arti­cola il piano in dispo­si­zioni strut­tu­rali valide a tempo inde­ter­mi­nato e dispo­si­zioni ope­ra­tive da rie­la­bo­rare con fre­quenza. In realtà il Puc con­serva l’impianto e la fiso­no­mia tecnico-normativa tra­di­zio­nali del Prg, ma con­tiene nuove scelte ulte­rior­mente favo­re­voli alla cemen­ti­fi­ca­zione. «Il con­fronto tra il piano del 2003 e quello del 2005 mette in evi­denza una serie di varia­zioni, tutte peg­gio­ra­tive, che la dicono lunga sui veri motivi della man­cata ado­zione nel 2003: pur lasciando inal­te­rato il dimen­sio­na­mento del piano, cre­sce l’edificabilità totale di mezzo milione di metri cubi; aumen­tano gli indici di con­ver­sione degli immo­bili indu­striali; l’edilizia resi­den­ziale pub­blica, che Bohi­gas avrebbe voluto dif­fusa in tutta la città, viene con­cen­trata in enormi e peri­fe­rici quartieri-ghetto, capaci di ospi­tare fino a 5000 abi­tanti» (Fau­sto Mar­tino). Gra­zie a una valu­ta­zione «poli­tica», l’Amministrazione pro­vin­ciale approva tut­ta­via il Puc senza troppi approfondimenti.

Il noc­ciolo stra­te­gico della poli­tica comu­nale appare cen­trato sulla moder­niz­za­zione dell’immagine cit­ta­dina come con­fe­zione accat­ti­vante dello sfrut­ta­mento inten­sivo delle ren­dite di posi­zione. La visione del rap­porto con il con­te­sto ter­ri­to­riale delle giunte De Luca è priva di ogni con­no­tato «metro­po­li­tano» dimo­stran­dosi cen­tra­li­stica e auto­re­fe­ren­ziale: tutta l’edificazione pos­si­bile nel ter­ri­to­rio comu­nale, le cose di pre­gio nel qua­drante urbano occi­den­tale, le cose ingom­branti nel qua­drante sud-orientale (dall’ospedale allo sta­dio, dagli impianti per il tempo libero all’industria resi­dua), la cosa occa­sio­nal­mente suscet­ti­bile di grandi oppor­tu­nità finan­zia­rie — cioè l’inceneritore — in quell’estremo lembo orien­tale del comune che è incu­neato nel ter­ri­to­rio di comuni con­fi­nanti (saranno così que­sti a subirne la mag­gior quota dell’impatto).

Il mirag­gio del porto

Una vicenda di segno diverso è sem­brata tem­po­ra­nea­mente pro­fi­larsi nei primi anni 2000 in rela­zione al porto. L’impianto, gestito in modo accorto ed effi­ciente, ha visto cre­scere il suo movi­mento fino a esau­rire ogni pos­si­bi­lità espan­siva e, in pre­senza di pro­spet­tive inter­na­zio­nali con­for­tanti, ha rite­nuto di poter pun­tare a un salto di scala che obbliga però a una radi­cale delo­ca­liz­za­zione con la costru­zione di un «porto-isola» davanti alla parte nord della piana del Sele. È sem­brato così pos­si­bile imma­gi­nare un grande nodo infra­strut­tu­rale e logi­stico che metta a sistema il pro­po­sto porto-isola, l’aeroporto di Pon­te­ca­gnano, la futura sta­zione Av di Bat­ti­pa­glia e i ser­vizi che un simile nodo può atti­rare. È la prima volta che da Salerno si lan­cia un’idea che coin­volga altri ter­ri­tori in pro­spet­tive di svi­luppo rile­vanti (gran parte dell’Università, nei tardi anni ’80, fu loca­liz­zata a Fisciano-Baronissi solo per l’imposizione di De Mita che volle il «cam­pus» come strut­tura in con­do­mi­nio fra il Saler­ni­tano e l’Avellinese). Pur­troppo l’aeroporto è gestito invece molto male e stenta a con­qui­starsi un ruolo. E le poli­ti­che restrit­tive di governo e regione non solo obbli­gano oggi a rin­viare a tempi inde­fi­niti il salto di qua­lità sia per il porto che per la linea Av, ma impon­gono anche la ces­sa­zione del «metrò» fer­ro­via­rio che a Salerno ha ser­vito per qual­che anno gli inse­dia­menti comu­nali costieri, con un bacino di utenza evi­den­te­mente insufficiente.

Occorre a que­sto pro­po­sito sot­to­li­neare ancora la mio­pia muni­ci­pa­li­stica che non ne aveva con­si­de­rato stra­te­gico l’inserimento orga­nico e vivi­fi­cante nella cosid­detta «cir­cum­sa­ler­ni­tana». Que­sta linea fer­ro­via­ria col­lega — con livelli di ser­vi­zio oggi peral­tro poco più che sim­bo­lici — la parte nord della piana del Sele con il capo­luogo, con Cava de’ Tir­reni e il Noce­rino e con le valli della Solo­frana e dell’Irno: una linea che serve la prin­ci­pale strut­tura urbana della pro­vin­cia, con l’Università e ser­vizi con­nessi e i poli indu­striali ancora attivi. Ma Salerno l’ha giu­di­cata meno impor­tante del «metrò» comu­nale, sol­tanto per il quale ha voluto binari e con­vo­gli appositi. Sic­ché quelle odierne di Salerno sono vicende asfit­ti­ca­mente edi­li­zie che sem­brano deli­neare una pro­spet­tiva deci­sa­mente implo­siva per la città. Due casi su tutti: il Cre­scent e la variante 2012 al Puc.

Il Cre­scent

Il cosid­detto Cre­scent (su pro­getto di Ricardo Bofill) inve­ste aree in parte dema­niali al bordo del porto sto­rico di Salerno e al mar­gine occi­den­tale del cen­tro medie­vale. Il pro­getto pre­vede un edi­fi­cio pri­vato per resi­denze e uffici, alto 28 m e lungo quasi 300, ubi­cato sull’arco aperto verso il mare della cir­con­fe­renza di una grande piazza cir­co­lare; si stima che l’edificio possa ospi­tare 500 resi­denti e qual­che cen­ti­naio di addetti al ter­zia­rio in un sub com­parto del Puc che resta privo di urba­niz­za­zioni secon­da­rie. L’intervento è ini­ziato (il rustico impo­nente già incide pesan­te­mente sul pae­sag­gio della prima Costiera), ma non ne è ancora certa la legit­ti­mità: si discute della ammis­si­bi­lità di inter­venti pri­vati su aree dema­niali, si afferma che un vin­colo idro­geo­lo­gico rela­tivo a un pic­colo corso d’acqua sia stato igno­rato, è in ogni caso neces­sa­ria ora una espli­cita auto­riz­za­zione pae­sag­gi­stica visto che anni addie­tro la Soprin­ten­denza fece sca­dere i ter­mini senza espri­mersi. Il can­tiere è stato seque­strato dalla magi­stra­tura nel novem­bre scorso e le pole­mi­che infu­riano tuttora.

La variante al Puc del 2012

Dopo 5 anni dall’approvazione del piano, invece di rie­la­bo­rare la sola com­po­nente ope­ra­tiva del Puc (inter­venti prio­ri­tari negli ambiti clas­si­fi­cati come tra­sfor­ma­bili a fini inse­dia­tivi dalla com­po­nente strut­tu­rale del Puc), l’amministrazione comu­nale dichiara delle «cri­ti­cità» ripor­ta­bili a una stasi dell’attività edi­li­zia con il con­se­guente man­cato introito degli oneri con­ces­sori che pena­lizza il bilan­cio comu­nale. Essa adotta per­ciò una variante al Puc che incide sulla tra­sfor­ma­bi­lità delle aree ai fini della «valo­riz­za­zione del patri­mo­nio immo­bi­liare comu­nale»: in effetti ciò si tra­duce nell’attribuzione di rile­vanti diritti edi­fi­ca­tori a aree libere, di pro­prietà pub­blica, col­lo­cate in zone cen­tra­lis­sime della città e, peral­tro, già clas­si­fi­cate come stan­dard. Il cer­chio si chiude: quello che non era riu­scito ai tempi di «tan­gen­to­poli» potrebbe rea­liz­zarsi oggi, impo­ve­rendo radi­cal­mente la città delle sue dota­zioni di spazi col­let­tivi e incre­men­tando la den­si­fi­ca­zione edi­li­zia e la con­ge­stione dei quar­tieri cen­trali ancora a van­tag­gio sol­tanto delle ren­dite parassitarie

Riferimenti

Le precedenti puntate della serie di inchieste sulle città italiane dopo 30 anni di neoliberalismo sono state dedicate a Milano (7 febbraio), Sassari(13 febbraio), Venezia (20 febbraio), Napoli (27 Febbraio), Avellino (6 marzo), Bologna (13 marzo), Parma (20 marzo 2014), Roma (27 marzo), Firenze (3 aprile), Reggio Calabria e Messina (10 aprile), Cagliari (17 aprile 2014).

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