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Carla Ravaioli
Roma, chissà Cederna che direbbe
14 Settembre 2008
Recensioni e segnalazioni
Una recensione a “Un italiano scomodo”, a ricordo di Cederna e della attualità del le sue battaglie. Da Liberazione, 7 luglio 2007 (m.p.g.)

Scomodo Antonio Cederna lo era sicuramente. Ma il titolo, appunto “Un italiano scomodo – Attualità e necessità di Antonio Cederna” (Bononia University Press 2007), non è il solo pregio del libro appena uscito, a dieci anni dalla sua morte. E benché, insieme a una significativa raccolta di suoi articoli, il volume contenga ricordi e giudizi firmati da colleghi e amici (a cominciare dalle due bravissime curatrici, Maria Pia Guermandi e Valeria Cicala) non somiglia in alcun modo a un convenzionale tributo commemorativo. Ha invece la forza di una civile quanto adirata battaglia, che è in qualche modo il seguito di quella senza sosta né rispetti combattuta lungo tutta la vita da “Tonino”: denunciando, accusando, stigmatizzando, ma anche proponendo, insegnando, indicando le soluzioni più intelligenti per la difesa di un paese come il nostro, per natura arte e storia dal mondo intero riconosciuto di straordinaria bellezza e importanza culturale.

Basta qualche titolo dei suoi scritti, a dire che sempre si tratta di fatti, materie, dibattiti, ancora oggi, anzi più che mai, attuali e brucianti. “I gangsters dell’Appia”: poteva Cederna sospettare il livello di degrado cui la celebre e da lui amatissima via sarebbe giunta?. “Difendo La Regina contro il sacco di Roma”: come chiamerebbe ciò che in fatto di edilizia e di urbanistica sta accadendo oggi nella capitale?. “La rinascita di Venezia”: chissà come parlerebbe della Venezia dei nostri giorni, intasata e stravolta dal turismo di massa? e il Mose, saprebbe certo gratificarlo di una delle sue fantasiose quanto corrosive definizioni. “Comacchio: le mani sulle valli“: forse oggi, a vedere jl Po ridotto a un rigagnolo che addirittura rischia di scomparire, come accade a tutti i più grandi fiumi del mondo, parlerebbe anche di “mani sul Pianeta”?. “Coscienza urbanistica,” suggeriva; “Unica soluzione la pianificazione,” incitava; “Conservatore moderno”, definiva il corretto operatore urbanistico in una realtà culturale e storica così particolare come la nostra, che appunto di conservazione soprattutto avrebbe necessità, coniugata però con l’equilibrio che non ignora le esigenze di una società in trasformazione.

Oggi sono appunto quelli che – amici, allievi, collaboratori, estimatori – hanno combattuto con lui e che in suo nome continuano a combattere, a prendere la parola in questo libro-ricordo. Vezio De Lucia, Italo Insolera, Edoardo Salzano, Adriano La Regina, Pier Luigi Cervellati, Francesco Erbani, Vittorio Emiliani, per citare solo qualche nome, illustrano e vituperano quanto è accaduto in questi “dieci anni senza Antonio Cederna”. Anni di brutale speculazione edilizia, di centri storici soffocati dall’incombere del “moderno”, di totale assenza di progettualità urbanistica appena sensata, periferie in dilatazione inarrestabile, dissennato consumo di territorio, cementificazione da nessuno seriamente combattuta, tra rapacità imprenditoriale, distrazione – a dir poco – dell’autorità preposta alla materia, condoni a pioggia e generale affannata quanto incontrastata rincorsa della “crescita”, in che modo conseguito non importa.

Ma accanto alla denuncia delle malefatte dell’Italia contro se stessa, c’è anche nel libro (ed è un altro dei suoi pregi) il personaggio Cederna. Il coraggio dell’archeologo che si fa giornalista (con Il Mondo, Il Corriere della Sera, La Repubblica), che collabora strettamente con “Italia Nostra” e ne sostiene le tante coraggiose iniziative (come racconta Desideria Pasolini dall’Onda, a lungo bravissima presidente dell’associazione), che accetta anche di entrare nelle istituzioni e vivere una breve stagione parlamentare, “per attaccare da dentro”, come diceva, sempre inseguendo il ruolo più utile alla sua crociata. E insieme anche l’umoralità, la brusca resistenza ai salotti inutili, il fermo “no” a lungo opposto all’invito a collaborare al Corriere, che solo Giulia Maria Mozzoni Crespi riuscì a smontare, come lei stessa ricorda.

Il libro è già stato presentato pubblicamente in diverse città. Sempre di fronte ad affollate platee, con dibattito assai partecipato, e non soltanto di “addetti ai lavori”. L’interesse per la difesa del “bel paese” esiste insomma. Nel suscitarlo Antonio Cederna ha avuto sicuramente un ruolo di primo piano. A tenerlo vivo certo contribuiscono anche libri come questo.

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