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Vittorio Emiliani
Roma Capitale, Monti fermi la speculazione
24 Novembre 2011
Roma
Nell’ambito dei beni culturali il nuovo decreto non risolve, anzi complica il groviglio amministrativo: nella consueta inerzia del Mibac. L’Unità, 24 novembre 2011 (m.p.g.)

Ha fatto bene il governo Monti sia ad approvare fra i suoi primi atti il decreto legge su Roma Capitale sia ad istituire un Ministero per la Coesione territoriale. Il concetto di Nazione è inciso nella nostra Costituzione, a partire dall’art. 9 che, in modo sintetico e felice, afferma: “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Con una prevalenza – di visione e di compiti – per l’apparato delle Soprintendenze statali allora ricadenti nella Direzione generale delle Antichità e delle Belle Arti (da non pochi rimpianta) presso la Pubblica Istruzione. Poi, con Giovanni Spadolini, nel Ministero dei Beni Culturali e Ambientali felice connubio presto spezzato togliendo l’Ambiente e lasciando però il Paesaggio.

La versione Pdl-Lega (che ora insorge) del decreto per Roma Capitale assegnava di fatto le deleghe per la tutela al nuovo ente togliendole a Regione e Ministero. Questa è certamente meno infelice e però suscita seri problemi funzionali, di competenza, che il Parlamento deve chiarire. All’articolo 131 del Codice per i beni culturali e paesaggistici è scolpito: “Salva la potestà dello Stato di tutela del paesaggio”. Norma che riprende quanto ribadito da varie sentenze della Suprema Corte. Ci deve dunque essere un organismo tecnico-scientifico che esercita un superiore controllo sugli atti di Regioni, Province e Comuni. Non su quelli del nuovo ente Roma Capitale? E’ vero che solo a Roma esiste – omaggio di Corrado Ricci – una Soprintendenza comunale, oggi flebile se si guarda al degrado del centro storico. Essa è affiancata alle Soprintendenze statali di settore, che però da sempre prevalgono, come del resto sta scritto nel Codice (prima Urbani, poi Buttiglione, infine Rutelli). Nel decreto inviato alle Camere si parla invece di una Conferenza delle Soprintendenze composta dalla Direzione regionale per i beni paesaggistici del Lazio, dalla Soprintendenza Capitolina e dalle varie Soprintendenze statali competenti su Roma. Alla pari. Formula assai macchinosa e, temo, inefficiente. Roma Capitale ha tutta una serie di deleghe che la fanno “concorrere” a molte cose. Escluse però le chiese romane “nazionalizzate” – SS Apostoli, Sant’Ignazio, Sant’Andrea della Valle, il Gesù, Santa Maria del Popolo, Sant’Andrea al Quirinale, ecc., una settantina - ricomprese nel Fondo per l’Edilizia di Culto presso il Viminale. Per queste, fermi tutti.

Ma essa “concorre” alle politiche di tutela e di valorizzazione paesaggistica, e ancora a tutela, pianificazione, recupero e riqualificazione del paesaggio e “all’attività di vigilanza sui beni paesaggistici tutelati dal Codice”. In tanta confusa collaborazione “orizzontale”, ci vorrà pure qualcuno che, alla fine, dice l’ultima parola e su questo l’art. 131 del Codice parla, o parlava, chiaro. Come ci vorrà pure qualcuno che apponga i vincoli: archeologici, architettonici, paesaggistici, ecc. E chi se non il Soprintendente ministeriale, cioè lo Stato? Insomma, sono tanti i nodi e garbugli da sciogliere e non si capisce come al MiBAC (forse, con la crisi di governo, in faccende di poltrone affaccendati) abbiano avallato un testo simile. A Roma la gestione dell’urbanistica è stata assai debole, con 12-14mila ettari “mangiati” dall’abusivismo. Fenomeno, ora, tutto speculativo, e galoppante. Al neo-ministro Ornaghi serve un sottosegretario “tecnico” molto esperto nei problemi dell’Amministrazione, centrale e periferica. Facile da individuare fra i tanti Soprintendenti o Direttori generali coraggiosi e di valore sciaguratamente mandati in pensione a poco più di sessant’anni.

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