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Francesco Merlo
Ritorno nel Far West archeologico di Pompei
21 Aprile 2011
Beni culturali
La situazione del sito archeologico, come simbolo dei problemi del nostro patrimonio culturale. Con postilla. Da la Repubblica, 21 aprile 2011 (m.p.g.)

Gli sembrano «maledettamente meridionali», come i grattacieli di spazzatura urbana, anche il calcestruzzo di Pompei, vecchio o nuovo ma sempre infiltrato d’umidità, e i ponteggi e i puntelli che «ricordano più le emergenze di Beirut che la manutenzione quotidiana dei cantieri sempre vivi di Efeso o di Delo», e poi il cemento armato comunque ossidato, le tettoie di zinco, gli impacchettamenti informi e i crolli, «quelli di orsono sei mesi e quelli evidentemente in attesa, quelli incombenti», i crolli come cifra antropologica del sud del pianeta: «Meridione è il mondo dove le cose non si consumano, crollano; non cambiano, crollano; non si evolvono, crollano».

Dunque persino Deniz, il mio amico turco di Smirne, che è un magnifico pasticcio di storia conservata e di modernità sgangherata, dice con un sorriso complice: «Pompei è maledettamente meridionale, la vera capitale del Meridione». Legge, per esempio, nel primo e unico avviso bilingue ai visitatori: «Non permettete agli "stray dogs" contatto alcuno».

E quando una grossa randagia nera gli viene accanto, mi chiede: «Come faccio a dimostrare che è la cagna che si è avvicinata a me e non io alla cagna?». Qui i trenta cani randagi che avevano invaso l´archeologia sono stati adottati dalla Sovrintendenza. E dunque li vedi grassi e stanziali, promossi a cittadini onorari delle macerie, stesi al sole come vecchi servitori dello Stato in pensione, una sorta di entrismo rovesciato, «come se in piazza san Marco il comune smettesse di multare chi porta da mangiare ai piccioni e addirittura li nutrisse per farne arredo urbano "domato"».

Muri puntellati, pochi cartelli, ciceroni improvvisati, anacronistici graffiti sull’opus reticolatum, cani randagi ormai stanziali. Viaggio tra i resti di Pompei, in compagnia di un allibito studioso turco. Ecco come sono ridotti gli scavi romani più famosi al mondo.

Le bancarelle con guerrieri di gesso e madonne di plastica danno vita a una specie di suk.

Nell’anfiteatro restaurato col tufo al posto del marmo restano i segni di show e baccanali

Deniz Inan Gezmis ha lavorato a Beirut, a Damasco e poi ad Efeso in una squadra di grandi "scavatori", allievo di Ernest Will si è laureato alla Sorbonne ed è stato per anni il mio vicino di pianerottolo. Sempre in giro per il mondo, era in Italia e l’ho convinto a trascorrere un giorno a Pompei che lui considera capitale anche della storia antica e persino della psicanalisi: «L’archeologia qui è sempre stata solo un pretesto». E ricorda gli "antiquari" del Settecento, quelli che scrivevano in latino testi magnifici sulle finestre, sulle monete, sul sesso nell’antichità: «Pompei è importante per questo, non per le pietre che non sapete conservare». Gli antiquari napoletani del secolo dei Lumi erano odiati da Leopardi che li considerava nemici della poesia: «L’antiquaria non è storia, è il culto della morte. Leopardi non ce l’aveva con la storia ma con l’archeologia, con noi mummificatori».

Non so che cosa studia in questo periodo Deniz, sospetto che ormai l’antropologia lo appassioni di più dell’archeologia, vedo che fotografa «per il mio archivio privato» il "Sara ti amo", inciso sul rosso pompeiano della casa fullonica, la "A" di anarchia nella celletta del lupanare, "Ettore e Lilly" nella Domus di Proculus… Raccoglie e classifica sconcezze: «anche senza i crolli, basterebbero tutti questi sgorbi da metropolitana per far dimettere un sovrintendente o un ministro, ma per me Pompei è molto interessante proprio perché è il Far West dell´archeologia, la vita qui rientra da tutte le parti, anche se è vita degradata».

Ha appena visitato le ville palladiane, Venezia, Vicenza e le residenze del Piemonte, ma solo qui trova l’Italia pittoresca di cui ha letto tanto, di cui sa tanto, l’Italia che «fu tappa obbligata dell’educazione sentimentale europea, l’anima della classe dirigente di un tempo». Dunque è convinto che nelle campagne attorno a Pompei incontrerà le donne con la brocca in testa e i maschi con l´aria guappa ed è per questo che decidiamo di percorrere la statale e saltare l’autostrada. Vedo che si appassiona alla vista malinconica di quelle teorie di ville spettrali e di quelle larve di edifici aristocratici che si alternano ai soliti bruttissimi palazzi, miseria e nobiltà tra Portici e San Giorgio a Cremano, Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata…, fino alla nuova Pompei che è certamente la più aggraziata: «è vero, hai l’illusione ottica di aver visto più cemento nella vecchia che nella nuova Pompei», e forse perché, nata nel 1928, non ha ancora avuto il tempo di invecchiare: «Quando comincia l’archeologia, finisce la storia».

E neppure indulgo troppo nel viaggio attraverso gli incontri con i suoi colleghi archeologi e con tutta la "pompeanità" degli ex sovrintendenti, dei sindacalisti, dei giornalisti specializzati, degli intellettuali nativisti, dei preti che hanno appunto costruito la nuova Pompei mariana, centrata sulla cattedrale e sul culto del beato Bartolo Longo contrapposto al culto di Priapo della vecchia Pompei pagana e ierofallica, dissipata e sibarita. Le bancarelle sono strepitosi teatri di conflitto e confronto tra la mentula e il rosario, l’etera e Maria, sacertà pagana e sacralità cristiana: ti rincorrono per strada, ti vendono di tutto, è il suk di madonne di plastica e di guerrieri di gesso. Faccio una piccola inchiesta volante sulla piazza del santuario e domando al venditore di statue quali miracoli ha fatto la Madonna di Pompei: «di preciso non lo so, ma ne ha fatti tanti» . Mi espongo un po’ al ridicolo e lo chiedo a una cassiera, a un pensionata, a una signora elegante che all’edicola compra Repubblica: nessuno lo sa, ma tutti ci credono. Credere in cose che non si conoscono con certezza è anche la sindrome dell’archeologo, lo stato epistemologico di chi vive accerchiato dai misteri del passato.

Eppure Pompei espone e attira anche studiosi, ci sono molte belle intelligenze come Antonio Varone, Matteo Orfini, Piero Guzzo, Umberto Pappalardo… Ci sono più intellettuali pompeiani che rovine pompeiane. Ed è una "second life" il racconto ingarbugliato dei commissariamenti, delle emergenze e delle inchieste giudiziarie, dalla bella intuizione di Veltroni che affidò Pompei a un "archeo-manager", una specie di primo cittadino della città antica, fino alle clientele, agli sprechi e alle violenze sul paesaggio del commissario Fiori «al quale si deve - mi dice l’appassionato sindacalista Biagio De Felice - il dissesto del territorio che forse ha determinato anche il crollo della casa dei gladiatori». Di sicuro Pompei è il posto dove tutti "scavano": il posto della vecchia talpa, direbbe Marx. E anche il posto di Freud. È dal racconto di Wilhelm Jensen su un bassorilievo pompeiano (la Gradiva) che Freud ricava la sua teoria sul delirio. Pompei è come la coscienza, ricca di vestigia sepolte.

Alle fine preferiamo bivaccare nelle rovine per un’intera giornata, tra le scolaresche che si inseguono a gavettoni d’acqua, le manate sui muri per tastare le pitture, l’incontinenza dei giovanotti che "si svuotano" contro le absidi. In tre giorni non ho incontrato mai la severità delle guardie, mi dicono che quotidianamente dovrebbero essercene trenta, ma non vedo una divisa autorevole da custode, qualcuno che rappresenti l’imperio del decoro e della decenza: «Efeso è piena di guardie in borghese che intervengono anche quando qualcuno, per riposarsi, fa solo il gesto di poggiare la pianta del piede sul muro alle sue spalle. E ci sono telecamere e squadre di tecnici sempre al lavoro. Ma trovo questo trambusto divertente. In Grecia, nella Turchia egea si lavora…».

Regalo a Deniz un vecchissimo numero di Topolino dove c’è la storia di Paperone che finanzia Pompeiropoli, un parco-giochi archeologico dove i paperi turisti indossano costumi romani, Nonna Papera riceve vestita alla maniera della matrona Eumachia, e Qui Quo Qua e Gastone, Paperino e Paperina…, tutti partecipano alla vita della città antica, cambiano i dollari in sesterzi, mangiano porco salato con il puzzolente garum e ogni pomeriggio c’è una finta esplosione del Vesuvio che erutta farina. Ebbene, «l’abbiamo fatto davvero» racconta Paolo Gramaglia, il proprietario del ristorante Il Presidente: «Sino alla scorso anno organizzavamo sugli scavi cene in costume e a tema. Con l’aiuto del professore Del Guadio, un insegnante in pensione, abbiamo riprodotto il menu degli antichi romani, in particolare i cibi afrodisiaci». Gli dico di un racconto di Théophile Gautier (Arria Marcella. Souvenir di Pompei) dove l’archeologo, a cui «le antiche vestigia procurano spesso buchi nello stomaco», ha paura di trovare nelle migliori osterie di Pompei «solo bistecche fossili e uova freschissime deposte prima della morte di Plinio». Il povero archeologo di Gautier cambierebbe mestiere se sapesse che lo scorso anno tra gli scavi si tenevano concerti, Riccardo Muti e i Synaulia con canti e danze dell’antica Roma, e poi esplosioni del Vesuvio simulate su megaschermi, musiche di Ennio Morricone. E l’incantevole anfiteatro, restaurato con il più economico tufo al posto dell’originale marmo, porta ancora i segni della baraccopoli per gli artisti dell’imbalsamazione…

All’ingresso del parco archeologico anche le guide smerciano se stesse con un fare losco da mercato nero, 70 euro senza ricevuta. Antonio, per esempio, si presenta così: «io ho un metodo molto accademico» forse perché ogni tanto intercala parole che non capisce, dice «apotropaico», e poi, rapsodicamente si lascia andare nel gorgo sussiegoso del latinorum. Una signora che gli fa concorrenza propone l’approccio «gossip divulgativo» forse perché insiste sulla simbologia fallica, sulla presunta lascivia delle donne pompeiane, sull’esplosione lavica del Vesuvio come punizione del peccato. Noi scegliamo Antonio che ci dice: «le pietre non sono documenti». L’archeologia per lui è fondata sulla chiacchiera, «quelle finestre sono arbitrarie» sentenzia, e poi: «chi l’ha detto che quel panettiere era davvero felix?». Le guide sono i più tipici personaggi di Pompei, interessati custodi della memoria che sopravvivono a tutti i sovrintendenti e ministri, sono come le mosche, la vita sulla morte.

È molto più facile governare una viva città caotica del Mediterraneo come Napoli o come Smirne che governare Pompei. Oggi, a disastro avvenuto, tutti i politici dicono che la politica deve fare un passo indietro, ma forse dovrebbe farne sette in avanti, consegnandosi alle grandi eccellenze. Diego Della Valle ha opportunamente proposto che ogni imprenditore campano adotti e finanzi una Domus con criteri privati. La sovrintendente Teresa Cinquantaquattro invoca un mecenate (e chi non lo vorrebbe, signora mia). La vecchia idea di Veltroni di nominare un sindaco-podestà della Pompei antica è ancora la migliore. Tutte le persone di buon senso penserebbero subito a Renzo Piano o, con più competenza, a Salvatore Settis. L’archeologa Anna Lucia D’Agata mi dice: «Il modello che in Italia funziona è quello del Max Planck di Firenze, ovviamente trasportato dalla ricerca scientifica all’archeologia: un duumvirato di eccellenze». Sarebbe magnifico: Salvatore Settis e Sergio Marchionne. Attenzione però: se lo diciamo al governo Berlusconi, Pompei finisce nelle mani del fauno ballerino Vittorio Sgarbi o di qualche semivip come Umberto Broccoli, quello che espose le auto dentro l’Ara Pacis. Preferiamo Mattia, la guida delle guide, il più bravo logografo: «Venghino signori venghino a fare l’amore a Pompei. Hic habitat felicitas».

Postilla



Passano gli anni, i Soprintendenti , i Ministri, ma Pompei continua a rimanere l’onfalos del nostro patrimonio culturale: nel bene e nel male.

Nel colorito articolo di Merlo, pur con alcune imprecisioni ed eccesso folkloristico (l’anfiteatro è un teatro, Renzo Piano non ha – che risulti – competenze utili al tema), si ripropone il problema di un sito in cui ancora evidenti sono i segnali di degrado.

A vari livelli: organizzativo e amministrativo, ma sociale anche e soprattutto politico nel senso più alto del termine.

Archiviata la devastante esperienza del commissariamento che ha contribuito a sprecare importanti risorse in attività effimere o addirittura sbagliate (il restauro del teatro), rimane – gigantesco – il problema di proporre un modello di gestione che superi le incertezze del presente.

Le competenze scientifiche ci sono (quelle della Soprintendenza e degli studiosi internazionali che a lungo hanno lavorato sul sito). E non solo quelle archeologiche, ma anche quelle relative all’elaborazione di programmi di manutenzione.



Si moltiplicano, ma in ordine sparso e con scarso coordinamento, le offerte di disponibilità (ma ben poco precisate) da parte di privati o di enti pubblici a vario livello: manca, drammaticamente, una visione di insieme in grado di pianificare sul medio lungo periodo il destino del sito archeologico più famoso del mondo.

L’aspettiamo con fiducia. Prima del prossimo crollo, possibilmente (m.p.g.)

Su Pompei, v. su eddyburg:

Pompei e i venditori di tappeti

Pompei o lo specchio della Medusa

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