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Maria Pia Guermandi
Ricostruire, non costruire
20 Giugno 2012
Beni culturali
I danni del terremoto in Emilia: un patrimonio abbandonato a sé stesso. Ma le risorse per ricostruire si potrebbero trovare subito. Bollettino di Italia Nostra, n. 471

Questo sisma che non cessa – ancora la terra trema mentre scrivo queste note – ha provocato una immane serie di devastazioni: il patrimonio culturale ha subito danni così rilevanti da rendere irriconoscibili interi centri abitati. Si tratta di un tessuto di edifici e infrastrutture storiche diffuso in modo così capillare da risultare costitutivo del volto di intere cittadine e paesi. E’ quell’insieme di rocche, castelli, ville signorili, edilizia rurale, chiese, conventi, torri che rappresenta la stessa possibilità di identità – e quindi di esistenza - di intere cittadine, da Finale Emilia a Mirandola, da San Felice a Medolla. Per questo ne va respinta l’etichetta di “patrimonio minore”: in questa bassa emiliana, come quasi ovunque in Italia, il patrimonio culturale coincide con lo spazio vitale, il luogo dove si vive e si lavora. Perderlo significa condannarsi ad uno spazio senza identità, un ‘non luogo’ senza storia, nè memoria.

Proprio per questo avremmo voluto vedere, in queste settimane, una reazione immediata ed immediatamente operativa degli organi di tutela territoriali. Al contrario, dobbiamo constatare con amarezza che il modello – negativo – aquilano che ha già provocato il degrado, forse irreversibile, di uno dei più importanti centri storici italiani continua ad essere adottato. il Mibac si è “autoesautorato” dai propri compiti statutari: ormai completamente incardinati nella struttura della protezione civile, gli organi territoriali preposti alla tutela sono scomparsi, in questi giorni, dal territorio e l’attività del Direttore Regionale si riduce quasi esclusivamente alla sottoscrizione di ordini di demolizione. Quasi che l’esercizio della tutela sia considerato ostativo o comunque incompatibile con le più urgenti iniziative di primo soccorso e messa in sicurezza.

Il terremoto ha così evidenziato con spietatezza lo stato di debolezza del sistema di tutela del nostro patrimonio culturale: mancano i mezzi ed è sempre più evidente che il Mibac, annichilito dai tagli lineari tremontiani mai più recuperati, non è più in grado di garantire una decorosa operazione di controllo e manutenzione generalizzata e continuativa del patrimonio che è chiamato a tutelare.

Da anni, per mancanza di risorse e di personale, non vengono più effettuati controlli sistematici, per non parlare dei restauri riservati ormai solo alle “eccellenze”. Le verifiche anche statiche sono episodiche e legate ad eventi particolari. In pratica questo significa l’abbandono ad un destino di inesorabile degrado, accelerato, in questo caso, dall’evento sismico. E bastano davvero pochi anni di mancata manutenzione per aggravare il rischio di vulnerabilità in maniera determinante. Come è successo per Pompei: non appena si cessa l’opera di ricognizione e manutenzione, i danni possono essere devastanti.

La mancanza di un programma di manutenzione degno di questo nome è quindi divenuto il fattore moltiplicatore che ha ingigantito l’effetto distruttivo del terremoto sul patrimonio culturale.

Eppure, anche in questo campo, il Mibac è stato per molti anni un punto di riferimento a livello internazionale, almeno per quanto riguarda le metodologie. A partire dal piano di prevenzione antisismica elaborato da Giovanni Urbani all’inizio degli anni ’80 e da quella Carta del Rischio costituita, faticosamente, a partire dagli anni ’90 dall’Istituto Centrale del Restauro: entrambi i progetti abbandonati per mancanza di risorse e di una visione di politica culturale di ampio respiro.

Da lì occorre ripartire, senza incertezze, abbandonando le chimere della crescita drogata delle Grandi Opere: Italia Nostra propone quindi che le risorse – tutte – previste per la costruzione di infrastrutture quali la pedemontana o la bretella Sassuolo – Campogalliano siano destinate all’opera di ricostruzione e di riqualificazione degli immobili con l’adozione di regole antisismiche finalmente cogenti.

Subito dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, Antonio Cederna puntò il dito immediatamente sulla mancanza di normative antisismiche e sul dissesto idrogeologico: “Il terremoto è dunque un aspetto di quell’autentico sisma permanente che è il saccheggio generalizzato del territorio e delle sue risorse.”

Forse non è ancora troppo tardi per cominciare ad ascoltarlo.

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