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(red.)
Ricostruire la Macchina del Sogno Americano
10 Febbraio 2007
Articoli del 2006
Una interessante parabola, storica e non, sul ruolo sociale della meritocrazia nella formazione universitaria. The Economist, 18 gennaio 2006 (f.b.)

Titolo originale: Rebuilding the American dream machine – Traduzione per Eddyburg di fabrizio Bottini

PER ogni college d’America gennaio è un mese di bilanci. La maggior parte delle richieste per il prossimo anno accademico che inizia in autunno devono essere fatte entro la fine di dicembre, e così la popolarità di un’università si calcola con un criterio obiettivo: quanta gente vuole frequentarla. Uno degli uffici che meno probabilmente sarà inondato di posta è quello della City University of New York (CUNY), college pubblico che non ha tra le altre cose una squadra sportiva famosa, un campus bucolico o feste scatenate (non ha nemmeno gli spazi), e sino a tempi recenti neppure credibilità accademica.

Un elemento di attrattiva alla CUNY è il programma per studenti particolarmente dotati, attivato nel 2001. Circa 1.100 dei 60.000 studenti delle cinque scuole superiori della CUNY, ricevono una cosa rara nel mondo costoso dei colleges americani: istruzione gratuita. Chi è ammesso al programma di sostegno della CUNY non paga tasse; riceve invece uno stipendio di 7.500 dollari (a contributo delle spese generali) e un computer portatile. Le richieste di ammissione ai corsi del prossimo anno sono oltre il 70%.

Essere ammessi poi non ha particolari rapporti con l’essere un atleta, o figlio di un ex alunno, o dotati di sponsor influente, o appartenere a un gruppo etnico particolarmente discriminato, tutti criteri sempre più importanti nelle università di élite d’America. La maggior parte degli studenti che fanno richiesta per lo honours programme vengono da famiglie relativamente povere, molte di immigrati. Tutto quello che si chiede, alla CUNY, è che questi studenti siano dotati e diligenti.

Lo scorso anno, la media realizzata nei test di ammissione per questo gruppo è stata nel 7% più elevato del paese. Fra il resto degli studenti CUNY le medie sono più basse, ma stanno quasi entrando nel terzo superiore (erano in quello più basso nel 1997). La CUNY non compare insieme a Harvard o Stanford nell’elenco delle università di punta americane, ma la sua recente trasformazione offre un’efficace parabola di meritocrazia rivisitata.

Fino agli anni ‘60, si poteva anche sostenere che la miglior qualità nell’educazione superiore in America non si trovasse a Cambridge o a Palo Alto, ma a Harlem, in una piccola scuola pubblica chiamata City College, nucleo centrale della CUNY. Prima libera università municipale d’America, fondata nel 1847, offriva i suoi servizi a chiunque fosse abbastanza brillante secondo i propri selettivi criteri.

L’età d’oro del City fu nel secolo scorso, quando i colleges più conosciuti d’America limitavano il numero di studenti ebrei ammessi, esattamente nel momento in cui New York pullulava dei brillanti figli degli immigrati poveri ebrei. Fra il 1933 e il 1954 il City laureò nove futuri premi Nobel, fra cui il vincitore del 2005 per l’economia, Robert Aumann (laureato nel 1950); la Hunter, ex college femminile affiliato, ne ha prodotti due, e una sede di Brooklyn un altro. Il City ha formato Felix Frankfurter, figura chiave della Corte Suprema (classe 1902), Ira Gershwin (1918), Jonas Salk, inventore del vaccino antipolio (1934) e Robert Kahn, uno degli artefici di internet (1960). Ambiente di sinistra negli anni ’30 e ‘40, il City ha figliato molti degli intellettuali neo-conservatori poi passati alla destra, come Irving Kristol (classe 1940, attività extrascolastica: gruppo pacifista), Daniel Bell e Nathan Glazer.

Dove si è sbagliato? Detto in parole semplici, il City ha lasciato cadere i propri criteri qualitativi. Ciò si deve in parte a questioni demografiche, in parte a impegnata confusione mentale. Negli anni ‘60, le università di tutto il paese subivano un’intensa pressione per ammettere studenti delle minoranze. Anche se il City era aperto a tutte le etnie, solo un piccolo numero di neri e ispanici superava i rigidi test di ammissione (come un futuro segretario di stato, Colin Powell). Questo, decisero i critici, non poteva essere coerente alla missione del City di “servire tutti i cittadini di New York”. In un primo tempo i criteri vennero allargati, ma non era ancora abbastanza, e nel 1969 una massiccia protesta studentesca fece chiudere il campus per due settimane. Di fronte alla sollevazione, il City abolì del tutto i criteri di ammissione. Nel 1970, quasi ogni studente diplomato alle superiori di New York poteva frequentare.

La qualità dell’insegnamento precipitò. Dapprima, senza alcuna barriera d’ingresso, aumentarono le iscrizioni, ma nel 1976 la municipalità di New York, allora in bancarotta, obbligò la CUNY a imporre tasse universitarie. Era finita l’epoca dell’istruzione gratuita, e un’università che aveva servito uno scopo tanto alto scivolava nell’opacità dei ranghi inferiori del sistema educativo americano.

Al 1997, sette su dieci studenti del primo anno alla CUNY non riuscivano a superare una prova di base di lettura, scrittura o matematica a livello di scuola superiore. Un rapporto commissionato dalla municipalità nel 1999 concludeva che “ Elemento centrale della missione storica della CUNY è l’impegno a offrire un ampio accesso, ma l’alto livello di abbandono e i bassi standard di laurea pongono il problema: accesso a cosa?

Utilizzando questo rapporto come arma, furono imposte profonde riforme dall’allora sindaco di New York, Rudolph Giuliani, e da un altro ex alunno, Herman Badillo (1951), primo eletto portoricano al Congresso. A capo del CUNY fu nominato Matthew Goldstein, un matematico (1963), che ha poi riportato il centro dell’attenzione sugli alti livelli formativi, fra notevoli contrasti.

Per esempio, nel 2001, tutti gli 11 senior college della CUNY (quelli ad esempio che offrono corsi di quattro anni) non offrivano più una formazione di base. Ciò ha provocato clamori da parte del corpo docente che sosteneva come si sarebbero “create separazioni e ghetti fra i vari livelli delle scuole”, tenendo studenti neri e ispanici fuori dalle migliori. In realtà, la composizione razziale delle senior schools, esaminata in modo ossessivo dai critici, è restata in gran parte la stessa: uno studente su quattro è nero, uno su cinque è latino. Un terzo è legato alle comunità portoricana, giamaicana, cinese o dominicana.

I criteri di ammissione sono stati elevati. Gli studenti che chiedono di entrare nei senior college della CUNY devono avere valutazioni di buon livello nazionale, statale, o della CUNY, e i criteri di ammissione ai programmi di sostegno economico sono i più rigidi nella storia dell’università. Al contrario di quanto avevano previsto i critici di Goldstein, gli standards più elevati attirano più studenti, non di meno: quest’anno le iscrizioni hanno fatto segnare un record. Ci sono anche segnali più informali che la CUNY stia di nuovo raccogliendo i soggetti locali più brillanti, soprattutto nelle scienze. Una delle classi avanzate di biologia al City ora ha il doppio degli studenti che aveva alla fine degli anni ‘90. L’anno scorso, due studenti entrambi nati nell’Unione Sovietica hanno ottenuto il titolo Rhodes, e uno nato nel Bronx dopo aver vinto l’ambito Intel Science Prize è nel programma di sostegno.

Tutto questo non significa che la CUNY è fuori dai guai. Gran parte appare degradata. Il bilancio annuale di 1,7 miliardi di dollari è restato identico, anche se il numero di studenti è aumentato. Con le finanze di New York City ancora in uno stato di precarietà, il sostegno municipale e statale all’università in termini reali è diminuito di oltre un terzo rispetto al 1991. Ma sono cominciati a entrare soldi privati.

In autunno aprirà una nuova scuola di giornalismo, sostenuta da una donazione di 4 milioni della famiglia Sulzberger, che controlla il New York Times, e guidata dall’ex direttore di Business Week, Steve Shepard (classe 1961). I tentativi di raccogliere una donazione di 1,2 miliardi hanno superato la mezza strada, con l’aiuto (prima assente) degli ex alunni. L’ex presidente Intel, Andrew Grove, laureato al City nel 1960 come immigrato ungherese senza un centesimo, ha donato 26 milioni (circa il 30% del bilancio esecutivo del City) alla scuola di ingegneria, definendo la sua alma mater “una vera macchina del Sogno Americano”.

C’è qualcosa in più da imparare dalla vicenda della CUNY, in particolare per quanto riguarda la creazione di opportunità di istruzione superiore per i poveri. Attualmente, solo il 3% degli studenti americani nei colleges di punta viene da famiglie a basso reddito, e solo il 10% da famiglie a reddito medio-basso, secondo una ricerca di Anthony Carnevale e Stephen Rose per la Century Foundation. La maggior parte degli studenti sono senza problemi economici, e c’è abbondanza di minoranze etniche, che ricevono un trattamento preferenziale indipendentemente dalla loro situazione economica.

Con tutte le imperfezioni, il modello CUNY di tasse ridotte e alti livelli formativi propone un approccio diverso. E la sua storia recente può contribuire a sfatare il mito secondo cui gli alti livelli accademici scoraggiano studenti e donazioni. “Elitarismo”, sostiene Goldstein, “non è una parolaccia”.

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