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Stefano Miliani
Ribaltone ai Beni Culturali: saltano tutte le nomine
31 Maggio 2008
Beni culturali
Di nuovo bloccata l’attività del Ministero in attesa del prossimo giro di valzer. Da l’Unità, 30 maggio 2008. Con una postilla (m.p.g.)

All’ingresso del ministero dei beni culturali, in via del Collegio romano a Roma, da qualche tempo i controlli per chi entra sono molto più rigidi. Chissà se dipende da un’aria cambiata o meno. Di sicuro le nomine fatte dal predecessore Rutelli in extremis prima della scadenza da ieri vanno a farsi benedire. Ben 216. Dirigenti, assegnati o talvolta confermati alle direzioni centrali, regionali, soprintendenze. Nomine fissate da un decreto ministeriale del 28 febbraio scorso che avevano suscitato critiche da più parti, soprattutto dai sindacati confederali (per Uil da un lato, Cgil e Cisl dall’altro, molte non erano date per meriti, anzi). Su quel decreto di riorganizzazione la Corte dei Conti ha fatto rilievi: avrebbe contestato 11 nomine.

Di conseguenza il decreto non è stato registrato e sulle osservazioni della Corte il capo di Gabinetto Salvatore Nastasi ha firmato il provvedimento che annulla gli incarichi. Nel ministero e soprattutto in tante soprintendenze c’è la sensazione di un ulteriore ribaltone dell’ingranaggio lasciando uno stato di precarietà permanente, di impossibilità a pianificare a lunga distanza, ad agire.

«Atto gravissimo», commenta l’ex sottosegretario ai beni culturali e ora senatore Pd Andrea Marcucci. Ma se Bondi agisce in una cornice legislativa, come prendere il neodeputato del Pdl Luca Barbareschi? Ringrazia il ministro e dice chiaro cosa vuole certa Destra: «questa scelta sottolinea lo spirito di squadra e di forte coesione con cui lavora il Popolo della libertà per il rilancio dell’azione di governo nella cultura». Tradotto: la cultura va occupata. Manca poco che dica militarmente. Formalmente le nomine saltano tutte. Magari non andrà proprio così. Alcune, eccellenti, come De Caro alla direzione archeologica o Carla di Francesco al paesaggio, non dovrebbero rischiare. Se sì sarebbe un errore. Non resterebbero Bruno De Santis, direttore generale per l’organizzazione, innovazione e altro, e l’attuale direttore regionale della Calabria Giuseppe Zampino, già soprintendente dei beni architettonici a Napoli, anni fa coinvolto in una vicenda di appalti partenopei dalla quale è stato assolto. Se Bondi voglia fare o meno piazza pulita, Barbareschi e chi spalleggia l’attore preme. Certo, ci sono cose da aggiustare, nel ministero. Sempre per fare esempi, in Campania con Rutelli si è sdoppiata una soprintendenza archeologica (una Salerno e Avellino, una Caserta e Benevento), operazione sulla cui utilità più di un archeologo dubita, mentre nella archeologicamente ricca Sardegna si è accorpato tutto a Cagliari con scelta poco lungimirante. E si potrebbe riflettere su quattro contratti esterni da soprintendente dati tempo fa a dirigenti di una regione del sud. Intanto Bondi ha detto al Corsera di volersi occupare del caso Monticchiello e Asor Rosa, che quel caso sollevò, se ne rallegra. Ma Tremonti cancellerà 15 milioni di euro stanziati da Prodi per abbattere ecomostri: dietro la facciata c’è molto da temere.

Postilla

L’episodio della revoca delle nomine al Ministero Beni Culturali non è grave in quanto ennesima manifestazione di spoil system. E’ questo in fondo un meccanismo cui siamo ormai assuefatti, pur nella versione del tutto italica e assolutamente bipartisan che ne fa una delle forme di occupazione del potere di tipo consortile più che politico, destinata a premiare non solo una consonanza ideologica, ma spesso soprattutto una disponibilità all’allineamento tanto più gradita quanto più prossima all’asservimento. Ma in questo caso nelle dichiarazioni di alcuni dei neoparlamentari si coglie una plateale e beatamente sbandierata ignoranza dei meccanismi istituzionali e amministrativi che preoccupa: le nomine sub iudice riguardano nella quasi totalità figure di funzionari già da anni impegnati in quei ruoli. Si tratta quindi di conferme o semplici spostamenti di sede, interni al personale in servizio, neppure lontanamente equiparabili a quelle dei grands commis o amministratori delegati di aziende o enti. Neanche in un rigurgito di bonapartismo quei funzionari potrebbero essere sostituiti sic et simpliciter con novelli esecutori della “cultura di destra”.

Questa pulsione a trasformare ruoli eminentemente tecnici in territori di possibile appropriazione è preoccupante come sintomo sia di distorsione della dinamica democratica che di assoluto disinteresse nei confronti dei parametri di competenza e capacità professionale: dietro queste affermazioni che ci auguriamo smentite nella pratica, vi è solo l’interesse ad occupare “caselle” sulla base di criteri di contiguità di appartenenza e di opportunismo clientelare. E’ status di pratica politica ben povero quello che, in cambio della costruzione di meccanismi di consenso anche a livelli davvero circoscritti quali quelli che può assicurare un funzionario statale di medio livello, non esita ad introdurre ulteriori, pesanti elementi di precarietà e disagio in una macchina, quella del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, già da anni strangolata da uno stillicidio progressivo di riduzione di risorse e la cui attività appare di fatto congelata da una perenne riforma che tutto cambia senza consolidare mai nulla.

Con quest’ultimo, ennesimo contraccolpo, sapientemente predisposto da una Corte dei Conti tempestivamente allineatasi all’evolversi del quadro politico, l’attività del Ministero, sia a livello centrale, che sul territorio è bloccata sine die, rendendo di fatto di enorme difficoltà una corretta azione di tutela del patrimonio culturale. In queste condizioni, organismi vitali di presidio come le Soprintendenze già da tempo minate da una lenta, ma progressiva asfissia in termini di mezzi e personale, sono financo politicamente delegittimate ad operare. E il tanto apprezzato Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio è destinato a rimanere semplicemente un bellissimo e prezioso documento, destituito di ogni efficacia operativa e quindi totalmente inutile. (m.p.g.)

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