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Maria Pia Guermandi
Restauro, problema quando non si fa
4 Ottobre 2007
Beni culturali
Commento alla richiesta di moratoria di Ginzburg e Settis: critiche eccessive e ingenerose nei confronti di chi opera nel difficile settore della tutela del nostro patrimonio. Da Liberazione, 4 ottobre 2007.

Se c’è un settore, in ambito culturale, in cui l’Italia gode di indiscusso prestigio internazionale per il livello di conoscenze acquisito negli anni, esercitato sui mille cantieri nazionali ed esteri di salvataggio e recupero del patrimonio culturale, consolidato e sistematizzato attraverso il magistero dell’Istituto Centrale del Restauro, fondato da Cesare Brandi, è proprio quello del restauro: davvero rarissimo caso di esportazione di sapere in un paese in cui, come noto, innovazione e ricerca sono la cenerentola ipocritamente blandita in ogni programma politico e regolarmente negletta al momento della spartizione delle risorse. Sulla capacità e competenza dei nostri restauratori e sulla qualità complessiva dei loro interventi, quindi, è davvero ingeneroso sollevare critiche generalizzate. E inoltre, sia detto en passant, si tratta di un settore di altissima specializzazione tecnica su cui la critica dovrebbe essere esercitata, in primis, da “addetti ai lavori”.

Certo è vero che qualche incidente di percorso, negli anni, si è verificato e che, purtroppo, in questo campo, quasi sempre il ripristino dello status quo antea è, per natura stessa dell’intervento, impossibile; e altrettanto vero è che l’impressione che si respira al momento dell’inaugurazione di ogni nuova mostra è ormai ricorrente, questa essendo una delle occasioni principali in cui, in presenza di risorse esterne – gli sponsors – curatori e soprintendenti possono mettere in cantiere restauri anche importanti: i quadri rifulgono nei loro colori brillanti, creando un effetto complessivo di omologazione che più di una critica ha sollevato. Annettere questo effetto, dovuto soprattutto alla compresenza di molte opere restaurate e, per scelta espositiva, legate per contiguità stilistica alle pressioni dei finanziatori che spingerebbero, per tornaconto mediatico, per ottenere effetti “shock”, significa però sminuire fortemente, e ingiustamente, il ruolo di elaborazione scientifica che i funzionari competenti del Ministero per i Beni Culturali esercitano in interventi di questo tipo. Ogni operazione di restauro è esito finale di un’istruttoria compiuta da storici dell’arte, archeologi, architetti che, sulla base delle rispettive competenze, programmano e decidono necessità e priorità di tutela e quindi di restauro del nostro patrimonio: può evidentemente accadere che le uniche risorse economiche per procedere a interventi di recupero siano preferibilmente elargite in talune direzioni (è inevitabile che il finanziatore preferisca legare il proprio nome a Raffaello piuttosto che a Cagnacci) e che quindi siano le opere più “famose” a ricevere le prime cure, ma è davvero eccessivo e in certa misura denigratorio, ritenere che alcuni quadri siano sottoposti a restauri non necessari solo per rincorrere i desideri degli sponsors. Il problema non sono i restauri che si fanno, ma quelli, tantissimi, che non si fanno per mancanza sistemica di risorse. Mancanza che costringe, per l’appunto, i curatori del nostro patrimonio culturale, a drastiche selezioni, in cui l’elemento esterno rappresentato dalla disponibilità di un finanziamento agisce, caso mai, in seconda battuta, quando cioè si debba scegliere fra opere tutte ugualmente bisognose di interventi conservativi.

Questo modo di procedere determinato dalle condizioni ormai sempre più consolidate di emergenza perenne in cui le nostre soprintendenze sono costrette a muoversi, naturalmente è ben lontano da quel principio di “conservazione programmata” che Salvatore Settis e Carlo Ginzburg ricordavano come sintesi del pensiero di uno dei maestri del restauro, Giovanni Urbani; nella stessa direzione e ancor più drasticamente, Manfredo Tafuri affermava che "il restauro si fa quando la conservazione è fallita". Come non essere d’accordo? Certo, in tempi in cui la parola “pianificazione” ha ormai assunto solo un risvolto sinistro di vetero sovietismo, l’espressione “conservazione programmata” pare riservata ai territori inattingibili dell’utopia. Eppure certo, anche in questo caso, un’efficace operazione di tutela può essere raggiunta solo dove si proceda ad una programmazione scientificamente mirata. Ma se questo non succede e se il nostro patrimonio culturale è ancora così fragile e così esposto ai rischi del degrado e l’opera di chi è preposto a salvaguardarlo resa sempre più difficile e complessa da un convergere di elementi negativi che vanno dalla asfissia di mezzi e risorse alle pressioni sempre più forti di interessi di parte, ciò non si deve certo all’ “eccesso di cura” rappresentato da pratiche generalizzate di restauri impropri.

Alquanto apodittica appare quindi questa richiesta di moratoria incondizionata propugnata da Settis e Ginzburg e soprattutto lontana dalle reali emergenze cui si trovano esposti i nostri beni culturali. E fors’anche un po’ antistorica: ogni epoca stabilisce il proprio rapporto con il patrimonio artistico tramandatoci, e in questo rapporto, anche un atteggiamento nei confronti della conservazione che si esprime in un complesso di regole e di pratiche. Può anche darsi che il nostro modello conservativo non sia il migliore possibile in assoluto e che quindi venga superato in un futuro anche prossimo, ma se, come nel caso italiano, è il frutto più avanzato delle nostre conoscenze attuali, abbiamo il dovere-diritto di utilizzarlo per realizzare l’obiettivo, comunque condiviso, di trasmettere questo patrimonio alle generazioni future.

* vicedirettore di Eddyburg

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