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Felice Roberto Pizzuti
Renzi, illusionista dei «poteri immobili»
23 Ottobre 2014
Articoli del 2014
Legge di stabilità. La manovra avrà conseguenze distributive inique e ulteriormente depressive sulla crescita. Renzi fa scelte economiche e sociali omogenee agli interessi dei settori del Paese funzionali ai suoi obiettivi di sfondamento nel centrodestra.

Legge di stabilità. La manovra avrà conseguenze distributive inique e ulteriormente depressive sulla crescita. Renzi fa scelte economiche e sociali omogenee agli interessi dei settori del Paese funzionali ai suoi obiettivi di sfondamento nel centrodestra.

Il manifesto, 23 ottobre 2014

La poli­tica eco­no­mica dell’illusionismo pra­ti­cata dal governo Renzi fin dal suo inse­dia­mento viene con­fer­mata e accen­tuata dalla legge di sta­bi­lità. L’evoluzione della crisi glo­bale — e spe­ci­fi­ca­mente di quella euro­pea — dà conto di un con­te­sto niente affatto favo­re­vole a ten­ta­tivi appros­si­mati come quelli messi in opera dal nostro per curare la grave situa­zione italiana.

L’errore di fondo della mano­vra sta nel rei­te­rare un approc­cio ina­de­guato alla natura della crisi. Che tende a miglio­rare solo alcune con­di­zioni d’offerta del set­tore pro­dut­tivo (ridurre il costo del lavoro e aumen­tarne la flessibilità).

Senza curarsi della decre­scente capa­cità inno­va­tiva alla base del nostro declino; ma non affronta in modo effi­cace il pro­blema più urgente, le carenze della domanda.

Renzi ha detto agli indu­striali «vi tolgo l’art. 18 e i con­tri­buti, vi abbasso l’Irap, ora assu­mete»; ma la mano­vra riduce i costi (e aumenta i pro­fitti) per le imprese che già dispon­gono di una domanda che, tut­ta­via, è insuf­fi­ciente a impe­gnare le risorse pro­dut­tive esi­stenti e non aumen­terà signi­fi­ca­ti­va­mente con la ridu­zione di impo­ste e con­tri­buti. Anzi, i dati con­fer­mano che, pur ridu­cendo il cuneo fiscale e aggiun­gendo 80 euro in busta paga — ma aumen­tando la pre­ca­rietà dei posti di lavoro — i con­sumi e gli inve­sti­menti non crescono.

Dal punto di vista dello sti­molo alla cre­scita, tagliare (spen­ding review) di 15 miliardi la spesa pub­blica e pen­sare di com­pen­sarne gli effetti ridu­cendo di 9,5 miliardi i con­tri­buti a carico dei lavo­ra­tori (per tra­mu­tarli negli 80 euro in busta paga), di 5 miliardi l’Irap e di 1,9 miliardi i con­tri­buti a carico delle imprese per incen­ti­vare i con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato, è un’operazione con effetto com­ples­sivo nega­tivo per­ché riduce la domanda effet­tiva. I tagli di spesa si tra­du­cono in calo della domanda, che è accre­sciuta solo in pic­cola parte dalla ridu­zione dei con­tri­buti. In più con i tagli ai beni e ser­vizi pri­mari, una loro con­ser­va­zione almeno par­ziale richie­derà un aumento della tas­sa­zione locale.

Dal punto di vista distri­bu­tivo, la mano­vra bene­fi­cia le imprese, soprat­tutto dei set­tori meno dina­mici (su 36 miliardi, solo 300 milioni a ricerca e svi­luppo); in via diretta (ridu­cendo impo­ste e con­tri­buti e con­ce­dendo nuovi incen­tivi) e indi­retta per gli effetti di tra­sla­zione sia degli sgravi con­tri­bu­tivi sia dell’eventuale tra­sfe­ri­mento in busta paga del Tfr. L’aspetto deter­mi­nante è la debo­lezza con­trat­tuale dei lavo­ra­tori. Que­ste «riforme» hanno accor­ciato i tempi di rin­novo dei con­tratti a tempo deter­mi­nato; ora eli­mi­nano l’art. 18 nei con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato; que­sti ultimi para­dos­sal­mente garan­ti­ranno minori cer­tezze tem­po­rali dei primi. In que­sto con­te­sto tutti gli inter­venti di ridu­zione del cuneo fiscale, anche quelli imma­gi­nati per aumen­tare la busta paga (80 euro e Tfr), saranno rias­sor­biti a van­tag­gio delle aziende. Suc­cede sem­pre di più che i lavo­ra­tori siano costretti a fir­mare buste paga supe­riori a quelle effet­tive. E que­sto fa capire quanto le imprese, spe­cie quelle pic­cole, pos­sano uti­liz­zare la nor­male con­trat­ta­zione per dirot­tare a loro van­tag­gio le misure che dovreb­bero aumen­tare le buste paga. E tutto ciò è accom­pa­gnato dalla truffa ideo­lo­gica secondo cui il «nuovo verso» ren­ziano aumen­te­rebbe la libertà di scelta dei lavo­ra­tori, ad esem­pio sul Tfr; tra­la­sciando che certi biso­gni, come quelli di tipo pre­vi­den­ziale, sono meglio per­ce­piti e cor­ri­spo­sti se orga­niz­zati in modo col­let­tivo e con obbligo assicurativo.

Pre­sto la «moder­nità» libe­ri­sta (e ren­ziana) vorrà con­vin­cerci ad eli­mi­nare il sistema pen­sio­ni­stico pub­blico, quello sani­ta­rio, le norme per la sicu­rezza nei luo­ghi di lavoro e tutte le norme che hanno segnato l’avanzamento civile.

La legge di sta­bi­lità, nono­stante i suoi scarsi effetti espan­sivi e le nega­tive con­se­guenze distri­bu­tive (ini­que e ulte­rior­mente depres­sive sulla cre­scita), crea anche motivi di con­tra­sto con Bru­xel­les che potreb­bero risol­versi in misure penalizzanti.

Quando, nel luglio 2012, Mario Dra­ghi, disse in un famoso inter­vento rivolto ai mer­cati finan­ziari, che la Bce avrebbe difeso l’Euro con tutte le sue forze, la spe­cu­la­zione inter­na­zio­nale si fermò, com­pren­dendo che era troppo rischioso andare oltre se la Bce si com­por­tava come una banca cen­trale nor­mal­mente deve fare, cioè difen­dere l’intera eco­no­mia di cui è uno stru­mento di poli­tica eco­no­mica. I tede­schi e i loro soli­dali del rigore «stu­pido» non ne furono lieti, ma dovet­tero con­sta­tare che que­sto ridava fiato all’intera Ue. Per oltre due anni l’avvertimento di Dra­ghi ha retto.

Nel frat­tempo è aumen­tata l’offerta di moneta sia della Fed sta­tu­ni­tense sia della Bce; l‘economia reale non ne ha bene­fi­ciato (in assenza di muta­menti strut­tu­rali della poli­tica eco­no­mica), ma sono aumen­tate le muni­zioni della spe­cu­la­zione finan­zia­ria. Se que­sta si con­vin­cerà che l’opposizione tede­sca alla linea della Bce arri­verà a bloc­carne l’attuazione, l’attacco alle eco­no­mie più deboli ripar­ti­rebbe alla grande. Quella ita­liana sarebbe tra le prime a farne le spese. Dun­que, anche per que­sta eve­nienza, l‘Italia dovrebbe mas­si­miz­zare l’effetto espan­sivo delle poli­ti­che: solo una mag­giore cre­scita del Pil può miglio­rare i nostri indi­ca­tori finan­ziari. Ma Renzi fa scelte eco­no­mi­ca­mente e social­mente omo­ge­nee agli inte­ressi dei set­tori del Paese meno dina­mici (le imprese non inno­va­tive), poli­ti­ca­mente fun­zio­nali ai suoi obiet­tivi di sfon­da­mento nel cen­tro­de­stra e di emar­gi­na­zione dei suoi oppo­si­tori di sini­stra. I quali, peral­tro, anche cri­ti­cando que­ste poli­ti­che, non hanno la capa­cità di unire le loro forze per difen­dere gli inte­ressi e le pro­spet­tive che pure riguar­dano l’intero Paese.

La distra­zione di massa dai pro­blemi effet­tivi pra­ti­cata dalle poli­ti­che di Renzi, il suo illu­sio­ni­smo, si acco­moda alla poli­tica tede­sca che frena l’economia e il pro­cesso uni­ta­rio dell’Ue. È indi­spen­sa­bile un’inversione di rotta; que­sto è l’appuntamento sto­rico che la sini­stra sta mancando

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