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Luciana Castellina
Regime change
16 Gennaio 2015
Articoli del 2015
Osservatori autorevoli convengono su una verità che i

mass media tentano di cancellare: la proposta politica della sinistra europea, presentata in Grecia dalla lista Syriza, è ragionevole e realistica la vittoria di Tsipras il 25 gennaio: aiuterebbe davvero l'Europa a uscire dalla crisi. Il manifesto, 16 gennaio 2015

«Il rischio per l’Europa non è Tsi­pras ma la Mer­kel». Que­sta verità espressa qual­che set­ti­mana fa da Piketty mi ha dato una botta di otti­mi­smo. Per­ché Piketty, pur non avendo alcun potere deli­be­ra­tivo, si è accre­di­tato come voce ascol­tata e rispet­tata (basti pen­sare alle astro­no­mi­che cifre rag­giunte dalla ven­dita del suo ultimo libro); e, sia pure sem­pre meno, l’opinione pub­blica ancora conta un po’.

Piketty non è del resto il solo eco­no­mi­sta impor­tante ad essersi espresso in que­sto senso su Syriza: sui più impor­tanti quo­ti­diani euro­pei e per­sino ame­ri­cani sono state non poche le voci auto­re­voli che hanno ana­liz­zato con serietà il pro­gramma del par­tito che nei son­daggi appare vin­cente nelle pros­sime ele­zioni gre­che, e ne hanno tratto la con­se­guenza che non si tratta di grida di un insen­sato estre­mi­smo, ma di pro­po­ste lar­ga­mente condivisibili.

Se que­sto è acca­duto è per­ché Tsi­pras non ha solo otte­nuto l’appoggio di così larga parte del popolo greco che chiede giu­sti­zia, ma anche di un bel nucleo di eco­no­mi­sti del paese che sono diven­tati suoi con­si­glieri (e alcuni can­di­dati a mini­stro nell’ipotesi di con­qui­stare la dire­zione del governo di Atene). Si tratta di ex stu­denti greci che, come tan­tis­simi, sono emi­grati nel mondo per fre­quen­tare le uni­ver­sità eccel­lenti del Regno Unito, della Fran­cia, della Ger­ma­nia; e anche di quelle ame­ri­cane. Per que­sto sono cono­sciuti e ascol­tati anche fuori dal loro paese.

Il potere deli­be­ra­tivo ce l’ha per ora que­sto ese­cu­tivo dell’Unione euro­pea che pro­prio nel suo ultimo ver­tice - sordo e cieco rispetto alla realtà greca - ha riba­dito le solite posi­zioni: no a ogni ristrut­tu­ra­zione del debito, ma solo un breve pro­lun­ga­mento dei tempi di resti­tu­zione. Del tutto insuf­fi­ciente a impo­stare una poli­tica di lungo periodo per garan­tire una ripresa eco­no­mica quale sarebbe necessaria.

Né le annun­ciate pro­messe di aumento della liqui­dità annun­ciate dalla Bce (il Qe, quan­ti­ta­tive easing) sem­bra pos­sano dav­vero aiu­tare: l’esperienza di que­sti anni sta lì a dimo­strare come ogni volta che le ban­che otten­gono soldi si affret­tano a darli ai big più sicuri e non ai pro­ta­go­ni­sti di una dif­fusa e minuta eco­no­mia autoctona.

Quanto la Gre­cia chiede non è l’elemosina, ma i mezzi per impo­stare un nuovo modello di svi­luppo, che non sia la ripro­po­si­zione di quello ete­ro­di­retto adot­tato negli anni pas­sati dagli spe­cu­la­tori stra­nieri in com­butta con quelli locali, respon­sa­bile di aver por­tato il paese alla catastrofe.

Senza nep­pure porsi qual­che inter­ro­ga­tivo auto­cri­tico l’esecutivo euro­peo, e i governi che ne sosten­gono le posi­zioni, non inten­dono capire che non si uscirà dalla crisi se non con un muta­mento radi­cale, non limi­tan­dosi a con­sen­tire ai cit­ta­dini un po’ più di inu­tile con­sumo nelle catene dei super­mar­ket inter­na­zio­nali (il modello degli 80 euro di Renzi). Una vit­to­ria di Syriza il pros­simo 25 gen­naio può aiu­tare tutti a ripro­porsi que­sto ordine di pro­blemi. Speriamo.

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