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Paolo Hutter
Referendum anche a Torino
12 Marzo 2008
Torino
Un intervento per eddyburg sulla controversa questione dei grattacieli. Ma non sarebbe meglio consultare i cittadini prima di decidere?

Nel giro di poche ore, lunedì scorso, si è aperta la possibilità che il consiglio comunale di Torino indìca un referendum consultivo cittadino sulla costruzione di grattacieli nell’area centrale. Il Sindaco e il gruppo Pd si sono visti accerchiati ma a dar loro manforte sono scesi in campo gli editoriali de La Stampa e dell’edizione torinese di Repubblica, ambedue contrari al referendum (“non si possono mettere in discussione decisioni già prese”, “se non voterà almeno il cinquanta per cento dei torinesi, il conto lo paghino quelli che il referendum l’hanno preteso”.) La coincidenza con le urne sulla tramvia di Firenze è molto forte, da opposti punti di vista e ha creato un mix particolare che va visto nel suo insieme e va scomposto nei suoi ingredienti. Sullo sfondo c’è il conflitto paesaggistico urbanistico aperto da mesi sui progetti della Banca Intesa San Paolo e della Regione per torri di terziario che cambierebbero il profilo della città.

La prima parte della notizia è che la Sinistra Arcobaleno (che pure è parte della Giunta Chiamparino), tutta insieme, ha proposto un referendum consultivo di iniziativa del consiglio comunale per chiedere ai torinesi se sono d’accordo con torri alte più di 100 metri tra la Mole e le Alpi. La seconda parte della notizia è che prima Alleanza Nazionale poi Forza Italia, pur favorevoli ai grattacieli ( “è come per la Tav, la sinistra vuol bloccare il progresso”) hanno annunciato di concordare sulla richiesta democratica di referendum, consultivo. A questo punto il sindaco ha ammesso a denti stretti che il referendum si può anche fare, perché «non ho alcun dubbio sul fatto che una consultazione sulla questione grattacieli, se ben definita nel suo oggetto e con tempi adeguati ad una corretta informazione, vedrebbe la stragrande maggioranza dei torinesi pronunciarsi a favore” ( Sergio Chiamparino), ma “questo tuttavia non può mettere in discussione e quindi non può riguardare in alcun modo impegni amministrativi già assunti per i quali esistono interessi legittimamente costituiti di terzi”. In pratica si vuole escludere dall’eventuale referendum almeno il progetto San Paolo (di Renzo Piano) dato che la banca ha già comprato l’area al Comune. (Ma la licenza edilizia ancora non c’è e se davvero i cittadini si pronunciassero per altezze massime di 80-100 metri, quindi contro l'attuale progetto di 185 metri, non sarebbe poi facile per l’immagine del San Paolo pretendere i danni dalla “sua” città.)

Nella vicenda, più che mai aperta in queste ore, c’è un aspetto politico interessante.. La Sinistra Arcobaleno non è sempre necessariamente costretta a passare per il Pd se vuole sostenere e affermare una proposta, quanto meno di metodo. Il famoso ragionamento “ci accordiamo con l’avversario per stabilire regole nuove e più avanzate di conflitto” non vale solo per accordi tra il Pd e la destra per ridurre la rappresentanza, ma può valere al contrario per introdurre una verifica democratica. E’ chiaro che c’èa destra chi ha visto con favore la vittoria, sia pure risicata e simbolica, ottenuta a Firenze nel referendum antitramvia contro la posizione di Domenici. Ma in questo caso Forza Italia si batterebbe poi, nell’eventuale referendum, per la stessa posizione grattacielistica di Sindaco, Banca e Regione. E in questo caso non si contestano linee di trasporto pubblico ma inutili giganti di nuovo terziario in una città che ha ancora molti edifici dismessi riutilizzabili. Che dire poi – ecco l’altro aspetto, quello procedurale- di questi referendum comunali? Se ci partecipa il 40% dei cittadini diciamo che son falliti? Ha ragione Fuksas (progettista di 220 metri di torre per la Regione a Torino) secondo il quale “Questi referendum sono ridicoli : in democrazia si vota per un´amministrazione e se non ti piace a fine mandato non la voti più. ”? Da quando sono stati istituiti i referendum comunali – che si svolgono in data diversa dalle elezioni – non hanno mai visto in Italia partecipazioni superiori al 30-35%.

In altri paesi, in altre situazioni, questi livelli di partecipazione vengono considerati più che sufficienti. Il referendum che a Monaco di Baviera tre anni e mezzo fa ha stabilito in 100 metri l’altezza massima delle nuove torri costruibili aveva visto superare di poco il quorum, che nella capitale bavarese è del 20%. E tutti lo hanno riconosciuto come valido. Altri sono i problemi e i limiti di questi, come di tutti o quasi i referendum : la estrema semplificazione del quesito, e invece la costosa complessità della macchina elettorale che si mette in moto. Il rischio che prevalga chi ha maggiori capacità economiche e pubblicitarie. Si può ragionare su forme più leggere e insieme più raffinate di democrazia partecipata, sulle consultazioni, le giurie dei cittadini, i tavoli. Ma se non ci sono alternative praticabili e riconosciute, il referendum è comunque molto meglio dei giochi chiusi tra sindaci, banchieri e costruttori. (Salvo auspicabili ma improbabili salvataggi del paesaggio da parte del Ministero dei Beni Culturali.) Nel caso concreto dei grattacieli che stravolgerebbero Torino, il Comitato che pazientemente opera da mesi (qui il sito) da solo non potrà convertire Pd e Pdl a una scelta urbanistica sostenibile, né da sola potrebbe farlo la Sinistra Arcobaleno.

La quale ha coraggiosamente lanciato la palla ai cittadini, pur sapendo che alle urne potrebbero essere pochi, o affascinati dai vetrini di Piano e Fuksas. Nella spietata marcia delle ruspe del bipartitismo speriamo che non si arrivi anche ad abolire qualunque forma di consultazione che riguarda i problemi. Le primarie le fanno solo per le persone (e non sempre).

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