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Benedetto Vecchi
Ralf Dahrendorf
19 Giugno 2009
Altre persone
Una commemorazione critica del grande pensatore liberale recentemente scomparso. Il manifesto, 19 giugno 2009

Studioso della società industriale più attento ai conflitti che la attraversavano, ha poi cercato di importare elementi di socialismo in campo liberale, arrivando a definire il Novecento un secolo socialdemocratico. Per poi trovarsi a difendere il modello sociale europeo dagli attacchi dei neoliberisti

Il suo nome è stato quasi sempre accostato a Isaiah Berlin e a Karl Popper, come espressione di un liberalismo che non aveva timore di confrontarsi con i conflitti della modernità. Un triumvirato messo a presidio di una concezione del mondo e della democrazia che trovava piena cittadinanza solo in Europa. Ralf Dahrendorf aveva più volte affermato che il liberalismo, per continuare a esistere, doveva fare propri molti dei principi del suo avversario storico, il socialismo. Una convinzione tanto profonda da portarlo a scrivere, pochi anni prima dell'Ottantanove, che il Novecento non era stato un «secolo americano», bensì socialdemocratico, perché erano stati proprio i socialdemocratici e i laburisti a salvare il capitalismo dal nemico storico, il comunismo. Il welfare state aveva infatti creato le condizioni affinché il capitalismo e la forma politica a esso congeniale, la democrazia liberale e rappresentativa, potessero sopravvivere in un mondo che aveva guardato all'Unione Sovietica prima e la Cina dopo il 1949 come a modelli di società «funzionanti» e che potevano rappresentare un'alternativa credibile al capitalismo.

La caduta del muro di Berlino, la dissoluzione del socialismo reale, la scelta cinese di intraprendere riforme propedeutiche allo sviluppo di una economia capitalistica smentirono le sue tesi, portandolo a guardare al processo di costruzione europea come la strada maestra per salvare il capitalismo dall'estremismo dei neoliberisti. Con la scomparsa di Ralf Dahrendorf scompare però proprio quel liberalismo novecentesco che aveva cercato di innovare la chiave di lettura della modernità. Del «suo» secolo socialdemocratico ci sono solo flebili echi in Germania e Svezia, mentre nel vecchio continente il neoliberismo arretra di fronte alle armate di un populismo tanto feroce, quanto capace di interpretare e dare risposte politiche seppur regressive ai conflitti del capitalismo. E non è un caso che il suo ultimo libro si chiami Quadrare il cerchio ieri e oggi (Laterza) dove lo studioso tedesco propone più che un punto di vista un metodo per diradare le nebbie di uno «spirito del tempo» certo non prodigo né di tolleranza, libertà e tanto meno di eguaglianza.

Autorevole in nome del potere

In questo breve saggio, Dahrendorf propone un ritorno alle sue origini di studioso, quando la questione dell'esercizio del potere diventava il nodo da sciogliere e che per farlo occorreva assumere le ragioni di una delle parti in conflitto e stabilire il frame affinché quelle ragioni fossero inscritte in un quadro di equilibrio tra interessi diversi. Una proposta di metodo avanzata con lo stile piano che gli era proprio, ma segnata dall'inquietudine profonda di chi ha visto svanire il suo mondo.

Ralf Dahrendorf era nato a Amburgo nel 1929 e aveva conseguito la laurea in filosofia per poi trasferirsi in Inghilterra e completare i suoi studi. Ed è stato proprio a Londra che aveva conseguito il Ph. D alla London School of Economics. Ma negli anni Sessanta il nome di Dahrendorf è legato sostanzialmente al volume Classi e conflitto di classe nella società industriale (Laterza), un volume dove lo studioso tedesco analizza il conflitto di classe come espressione di una lotta di potere. Per Dahrendorf, infatti, la società industriale è plasmata nel suo divenire attorno al nodo del potere, inteso come il potere di imporre la propria volontà e le proprie decisioni ad altri.

Nel capitalismo questo significa che i proprietari dei mezzi di produzione impongono ad altri di svolgere alcune mansioni. Da qui il conflitto dei «subordinati» rispetto proprio a quell'esercizio del potere. Ma se questa griglia analitica risente delle tesi weberiana sull'agire strumentale e sulla crescente burocratizzazione della vita sociale, ben diversa è la concezione delle classi che lo studioso tedesco elabora in una polemica a distanza con l'analisi marxiana delle classi sociali. È noto che per Marx le classi sono il risultato di determinati rapporti sociali di produzione, mentre per Dahrendorf invece le classi sono fatte discendere proprio dai rapporti di potere esistenti nella società. Così gli operai diventano classe operaia perché subordinati alla gerarchia di fabbrica, la quale definisce altri figure sociali che possono essere considerate appartenenti a una classe piuttosto che a un altra. Ed è così per l'insieme della società. I conflitti tra le classi sono dunque espressione dei rapporti di potere esistenti e del tentativo di modificarli a proprio vantaggio.

Travolto dal Sessantotto

Aspre e radicali furono le critiche che i marxisti riservarono a Dahrendorf, ritenendolo un teorico della stratificazione sociale che individuava nelle norme definite dall'amministrazione e dal sistema politico lo strumento per regolare i rapporti di potere, lo status e i livelli di redditi attraverso l'esercizio dell'autorità. L'esaltazione della democrazia liberale e la stigmatizzazione di qualsiasi proposta di una trasformazione radicale dei rapporti sociali lo portarono ad aderire al «Freie Demokratische Partei», il partito liberale della Repubblica federale tedesca, candidandosi alle elezioni. E fece scalpore a quel tempo il confronto serrato tra Dahrendorf e uno dei leader del Sessantotto tedesco Rudi Dutschke, che lo accusò di essere un paladino della società autoritaria e al dominio di classe esercitato dal capitale. Accuse che il sociologo tedesco rifiutò, ma che lo portarono a preferire l'Inghilterra alla «sua» Germania.

Questo è stato il libro più significativo di Dahrendorf dal punto di vista teorico. Il resto della sua produzione editoriale è da considerare una brillante variazione attorno al grumo tematico lì sviluppato. Ben diversa è stata invece le traiettorie impresse alla carriera politica e accademica.

Dahrendorf si trasferisce infatti in Inghilterra e diventa docente alla London School of Economics, diventando anche direttore per poi assumere la carica di amministratore delegato di Oxford. Dopo l'esperienza di deputato liberale al parlamento della Repubblica federale tedesca, è invece chiamato a partecipare a una delle prime commissioni europee per definire le tappe dell'unificazione economica e politica del vecchio continente. Per lo studioso tedesco, il cosiddetto modello renano doveva diventare il modello sociale europeo, anche se questo non gli ha impedito in anni recenti di esprimere dubbi e «scetticismo» su come si stava strutturando l'Unione europea, senza prendere le distanze da un cosmopolitismo old style, molto apprezzato in Inghilterra, una seconda patria che lo premiò con il titolo di lord.

Il crollo del Muro di Berlino, le tante «rivoluzioni di velluto» nell'est europeo, la crisi fiscale del welfare state mandano però in frantumi molte delle sue analisi sulla modernità. E così il vecchio studioso, che aveva lavorato per importare un po' di socialismo in campo liberale, si ritrovò a polemizzare con quanti, in nome della società aperta e del libero mercato, si definivano liberali, puntando a demolire il suo modello ideale di società liberale. Negli Erasmiani, un libro che può essere considerato una specie di testamento teorico, Dahrendorf propone una figura di intellettuale che interviene nell'arena pubblica per orientare le scelte, senza però mai rinunciare alla ricerca della verità. Con coraggio, ma senza mai rompere le compatibilità di fondo della società capitalistica. Un riformismo debole, il suo, e destinato a essere sommerso dalla marea di un dilagante populismo che ambisce a prendere il posto di potere occupato dai suoi avversari dell'ultima ora, quei neoliberisti che avevano già fatto carta straccia del suo timido liberalsocialismo.

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