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Vittorio Emiliani
Rai, il governo che serve
18 Giugno 2012
Articoli del 2012
Non basta cacciare i partiti e raddrizzare i conti per fare della RAI un buon servizio pubblico. l’Unità , 18 giugno 2012

Da cittadini e da abbonati dobbiamo augurarci che arrivino designazioni spedite dalle associazioni alle quali, con felice intuizione, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, ha chiesto due nomi da votare per il CdA Rai in Vigilanza. Si tratterebbe di una soluzione non partitica che anche le altre forze dovrebbero adottare per uscire da una palude altrimenti micidiale. Non si cambierà in tal modo il «governo» Rai che l’oscena legge Gasparri fa dipendere dall’esecutivo e dai partiti, ma se ne mitigheranno gli effetti disastrosi. Specie se per il Consiglio di Amministrazione si sceglieranno persone, oltre che oneste, capaci e competenti nella gestione di un’azienda tanto complessa. Il tutto in attesa, ovviamente, della indispensabile riforma della «governance», oggi lontana da ogni formula e garanzia europea.

Certo, i conti rappresentano un problema chiave per la Rai. È in grave crisi la raccolta pubblicitaria drenata, come ad altre tv generaliste, nelle forme più varie e insidiose. La Sipra, nel 2011, è rimasta sotto dell’8,2 per cento rispetto all’obiettivo di 1.050 milioni e il suo 2012 rischia di risultare anche più magro. Nel contempo il canone di abbonamento, aumentato a 112 euro (+1,5), continua ad essere il più basso d’Europa (la Francia è a 123, l’Irlanda a 160, la Gran Bretagna a 183, la Germania a 213, l’Austria a 264 e via salendo) e anche il più evaso.

Poi va registrata la perdita della Formula Uno a beneficio di Sky. I diritti tv del circus della F1 sono passati all’emittente satellitare: Sky trasmetterà in esclusiva 11 dei 20 Gran Premi della prossima stagione mentre i restanti 9 saranno “girati” anche alle televisioni in chiaro. L’addio alla F1, sommato a quello del Moto GP e, in prospettiva, dei Mondiali di Calcio, indeboliscono la “fedeltà” dell’abbonato. Del resto, negli ultimi sette anni l’azienda ha ridotto di circa 300 milioni i costi gestionali e tuttavia quelli per il personale sono saliti di 150. Ma i programmi di maggior qualità e impatto sono da tempo prodotti all’esterno.

Sono soltanto conti questi, per i quali occorrono guardiani severi quali la presidente Annamaria Tarantola (Bankitalia) e il direttore generale designato Luigi Gubitosi? E però chi si occuperà di contenuti, di programmi, di palinsesti diversificati e attraenti? È problema tecnico-finanziario l’aver cancellato nel recente passato programmi come quelli di Santoro e di Fazio-Saviano, di alto ascolto e di non meno alto ritorno pubblicitario? O l’aver espulso via via tutta la satira italiana, presente in blocco in Rai fino al 2002, in testa Corrado Guzzanti ora a Sky? È problema tecnico-finanziario il pluralismo politico-cul turale nei tg e nei giornali radio del servi zio pubblico, nazionali e regionali? È pro blema tecnico-finanziario la crisi complessiva di identità della Rai nel quadro delle tv pubbliche europee, l’oscuramento del la sua “mission” di radio- televisione pubblica? Pesano in questo soltanto i conti?

Il rischio che il cavallo di Viale Mazzini, ulteriormente salassato da una cura soltanto finanziaria, stramazzi è facile da prefigurare per chi conosce dall’interno la Rai. A forza di attaccare quasi unicamente la “casta” si sono illusi gli italiani che, tagliati certi costi della politica, tornerebbe florido il bilancio dello Stato. Una fesseria palese, avallata però dai sondaggi. Discorso analogo vale per Viale Mazzini.

Si dirà che Mediaset sta anche peggio. Verissimo. Uno dei più acuti osservatori del settore, Marco Mele, sul Sole 24 Ore, ha scritto di recente: «I debiti (della Rai) sono pari a circa 300 milioni: per ora non sono preoccupanti (Mediaset è vicina ai 3 miliardi), ma rischiano di crescere se la pubblicità continuerà a calare e gli ascolti a frammentarsi con il digitale. La tv è un’industria di contenuti e la Rai, assente dalla paytv, ha crescenti difficoltà a competere».

Mario Monti ha prefigurato un vertice a due dai poteri, di fatto, commissariali: e allora almeno uno dei due doveva essere un vero manager della multimedialità, un conoscitore profondo del mondo radio-televisivo. Tanto più che rimane del tutto irrisolto il problema delle “garanzie”: qua le organismo garantirà infatti alla maniera inglese, francese o tedesca la reale autonomia dall’esecutivo e dai partiti del nuovo CdA e soprattutto del duo di comando?

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