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Ignazio Delogu
Quell’idea di giustizia che fondò l’Italia
20 Luglio 2010
Recensioni e segnalazioni
Un libro dello storico Lucio Villari. Letture utili per comprendere l’Italia di oggi, a partire dalla sua storia. L’Unità, 20 luglio 2010

Se il titolo, Bella e perduta, dell’ultimo saggio dello storico Lucio Villari (Editori Laterza, Euro 18), è accattivante - parla direttamente al cuore e alla ragione - il contenuto, oltre che di palpitante attualità, è di straordinario interesse. Non si tratta di una nuova storia del Risorgimento, ma di un viaggio nella sua «intrastoria», in quelle pieghe riposte e spesso, più che segrete, ignorate, nelle quali la politica come attività pubblica si coniuga col privato, fatto di lettere, pagine di diario, comunicazioni destinate a rimanere riservate.

Il primo merito del saggio è, non di aver sottratto al privato materiali di singolare interesse pubblico, ma di aver contribuito, attraverso la loro interpretazione /contestualizzazione, a collocare l’evento più importante per i destini dei popoli della Penisola, e non solo, nella corretta prospettiva storica.

Del Risorgimento sono state fornite ricostruzioni e interpretazioni niente affatto univoche, che non è il caso di riproporre in un articolo. I materiali assemblati da Villari contribuiscono a chiarirne alcuni aspetti rimasti troppo spesso in ombra. Spicca il ruolo del liberale Cavour,ma ad esso si intrecciano oltre quelli (noti) di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo, di Gioberti, quelli di altri meno noti o meno fatti oggetto di attenzione, consiglieri privati, rappresentanti di interessi molteplici, personalità complesse, collocati in posti di alta responsabilità e spesso decisivi. Come quel Liborio Romano, Ministro dell’Interno dell’ultimo re Borbone il quale, consegnando Napoli e il napoletano a Garibaldi, evitò un possibile scontro fra le truppe di Vittorio Emanuele e quelle borboniche e però, anche del Dittatore e dei suoi Mille.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda i rapporti per così dire, interni, fra i promotori dell’unificazione a cominciare dal «forcaiolo» Vittorio Emanuele I, e dal contraddittorio e ondivago Carlo Alberto, «aperturista» più che liberale, fino al più franco e determinato Vittorio Emanuele, protagonista dell’ultima guerra d’Indipendenza conclusasi nel 1859, poco più di un anno prima del fatidico 1861, che lo vide ascendere al trono non come V.E. I, re d’Italia,ma come II re di quel Regno Sardo destinato da quel momento a essere ridotto a oggetto di «storia locale».

Se vista dal lato giusto, cioè da quello dei patrioti unitaristi o federalisti che fossero, la conclusione del processo avviato con la concessione dello Statuto del 1848, è stato più che un’epopea, una esaltante, oltre che sanguinosa avventura; dal lato opposto, quello piemontese e sabaudo, fu per un verso un’astuta e ben condotta operazione diplomatica, per un altro, una campagna militare e di conquista, all’ombra dei «plebisciti».

A raccontare la prima, furono alcuni dei partecipanti. Oltre il Generale Garibaldi con le sue memorie, e quelle dei suoi più vicini collaboratori, due si distinsero per freschezza, ricchezza, entusiasmo: G. C. Abba, col suo Da Quarto al Volturno, e Ippolito Nievo, con le sue Confessioni di un italiano, poi « di un ottuagenario».

Opere entrambe di grande importanza, ancorché di diverso valore letterario. Più cronachistico il primo, indispensabile per la ricostruzione della spedizione dei Mille, romanzo autentico, il secondo, a metà strada fra il romanzo storico e la narrazione ricca di suggestioni liriche ed elegiache. Ma quella «meravigliosa avventura», che ebbe come protagonista una gioventù entusiasta ed «eroica», non è che una faccia della medaglia risorgimentale. L’altra è quella meno nota e ostentata dei politici, e dei militari, dei diplomatici e, per ciò stesso, non più giovani e, in molti casi, disincantati e qualche volta cinici. Villari enfatizza giustamente il «caso unico nella storia dell’Europa liberale», di un’unità nazionale «realizzata in Parlamento». E aggiunge: «In assoluto, l’idea di giustizia è stata la forza morale sommessa e il tormento intellettuale del Risorgimento...La componente religiosa del liberalismo...Fino a quando la borghesia liberale difese questa idea dai condizionamenti classisti dovuti agli interessi economici che rappresentava».

Ciò avvenne a unificazione compiuta quando quegli «interessi classisti» prevalsero. Si trattò di un tradimento, che purtroppo coinvolse anche le elites più illuminate. Se ciò accadde è perché non c’era nel paese nessuna forza in grado di impedirlo. La causa fu la mancata «nazionalizzazione» delle masse contadine della Penisola nella sua interezza. Al posto della quale si aprì quell’epopea del «posto fisso», che vide arruolarsi nella burocrazia centralista e anche nelle Forze armate, gli elementi «letterati» della piccola e media borghesia, in prevalenza del Mezzogiorno e delle Isole, alla ricerca di qualcosa che li risarcisse, anche a costo della perdita di identità, della frustrazione e del crescente disagio economico derivante dalla concentrazione al Centro e al Nord della spesa pubblica e della conseguente offerta di lavoro.

La burocrazia, sempre più inflazionata di meridionali, fu il luogo nel quale si consumò il tacito patto del conformismo e del trasformismo gattopardesco, gestito dai «poteri forti» che, se da un lato assicurava allo Stato una massa di dipendenti ossequiente ma anche dispensatrice di favori, dall’altra assegnava una quota del reddito nazionale a quei figli dei ceti medi della Bassa Italia, altrimenti privi di mezzi di sussistenza conseguenza di un’iniqua politica fiscale e dei dazi, aggravata dalla crisi dell’agricoltura dovuta alla fillossera che colpì la produzione vitivinicola.

Nel frattempo maturava la consapevolezza dell’esistenza di una «quistione meridionale», come «questione nazionale», che rendesse giustizia alle popolazioni del Mezzogiorno e delle Isole. Era un modo per presentare il conto agli autori di una «unificazione ineguale». Lo Stato unitario si guardò bene dal pagarlo. Al contrario, presentò il suo: Massaua, Somalia, Libia e, infine, la Grande Guerra. Superfluo aggiungere che a pagare quel conto furono soprattutto le masse contadine meridionali e delle Isole, finalmente «nazionalizzate», arruolate nelle Brigate regionali delle quali la Brigata Sassari fu il tragico emblema. Per saperne di più leggere Gramsci e l’Emilio Lussu di Un anno sull’Altipiano.

L’Italia era fatta. Restavano «da fare» gli italiani. Pur attraverso tante prove sanguinose e una dittatura che condusse il Paese oltre l’orlo dell’abisso, l’unità ha resistito. Ma oggi lo Stato repubblicano rischia lo sgretolamento sotto la pressione di egoismi, scandali, insufficienza della classe dirigente, delle mafie, ‘ndranghete e camorre che controllano spazi crescenti non più solo del Sud. La ‘ndrangheta è entrata in Parlamento.

Cos’è rimasto di «quell’idea di giustizia» che era stata «la forza morale sommessa e il tormento intellettuale » del Risorgimento...«della «componente religiosa del liberalismo»? Non è forse venuto il momento di una riscossa proprio del Mezzogiorno, che si proponga di superare quella «unificazione ineguale », attraverso la costruzione di una Repubblica federale egualitaria e solidale, quale quella auspicata da Carlo Rosselli, prima del suo assassinio per ordine di Mussolini, nell’ottobre del 1937? Sono queste alcune riflessioni suscitate dalla lettura del saggio di Villari, che si riconferma non solo come uno degli storici più acuti e sagaci di questi tormentati decenni, ma anche come uno scrittore appassionato e di non comune spessore letterario. A cominciare dalla scelta del titolo, Bella e perduta, che più che esprimere nostalgia di un passato luminoso, sembra adombrare l’accorato timore di un oscuro futuro.

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