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Roberto Romano
Quei re Mida che trasformano la disoccupazione in crescita
20 Febbraio 2015
Articoli del 2015
La cura dell'austerity, delle privatizzazioni e della spremitura dei lavoratori ha portato l'Italia al disastro, ma i comandanti di Washington Bruxelles, Francoforte e Roma i loro guru incitano: andate avanti così, anzi frustate di piu i sudditi.

Il manifesto, 20 febbraio 2015

Le isti­tu­zioni inter­na­zio­nali (Ocse, Fmi, Com­mis­sione euro­pea) sono col­pite da un virus peri­co­loso. Le rile­va­zioni sta­ti­sti­che su cre­scita, occu­pa­zione e mer­cato del lavoro sono dram­ma­ti­che, ma ven­gono pre­sen­tate, con gli stessi dati, come fos­sero l’oro di re Mida. Lo sce­na­rio è quello di sem­pre: ridu­zione del valore dell’euro e del prezzo del petro­lio, Quan­ti­ta­tive easing della Bce e riforme del mer­cato del lavoro favo­ri­scono la cre­scita. Restando alle pre­vi­sioni per l’Italia, il respon­sa­bile Ocse Gur­ria si è spinto a soste­nere che il Jobs Act può essere il motore del cam­bia­mento, men­tre i dati su cre­scita e occu­pa­zione di Ocse e Istat sono peg­giori delle pre­vi­sioni della Com­mis­sione euro­pea e della Legge di Sta­bi­lità di Padoan e Renzi. Serve un psi­co­logo, non un economista.

Lo sce­na­rio di cre­scita deli­neato è pes­simo. Non solo il 2014 è andato peg­gio delle stime ini­ziali, ma le pre­vi­sioni per il 2015 sono ancor più basse di quelle della Com­mis­sione euro­pea. L’Ocse pre­vede una cre­scita dello 0,4%, con­tro uno sce­na­rio “posi­tivo” di governo e Com­mis­sione euro­pea dello 0,6%. La sta­ti­stica con­se­gna un qua­dro dram­ma­tico del Paese, ciò nono­stante Gur­ria sostiene che il governo Renzi «ha scelto chia­ra­mente un team effi­cace… nel 2014 si sono fatti grandi passi in avanti sulle riforme» (Gur­ria, Ocse). Non solo. Le pre­vi­sioni potreb­bero andare meglio appena le libe­ra­liz­za­zioni e pri­va­tiz­za­zioni e, ovvia­mente, il Jobs Act, entre­ranno a regime. Com­ples­si­va­mente una cre­scita aggiun­tiva di 3,2 punti di Pil: 2,6 dalle libe­ra­liz­za­zioni e 0,6 punti dal Jobs Act.

Con­tem­po­ra­nea­mente l’Istat pre­senta i dati su disa­gio sociale e lavoro: il 23,4% delle fami­glie ita­liane vive in una situa­zione di disa­gio eco­no­mico, per un totale di 14,6 milioni di indi­vi­dui, men­tre il 12,4% dei nuclei si trova in grave dif­fi­coltà. Il lavoro? In Ita­lia lavo­rano meno di 6 per­sone su 10, cioè peg­gio di Gre­cia, Croa­zia e Spa­gna, con 2,5 mln di gio­vani che non lavo­rano e non stu­diano. Come per il tasso di occu­pa­zione, solo la Gre­cia ha fatto peg­gio dell’Italia.

Nono­stante il Jobs Act, l’Ocse sostiene la neces­sità di ulte­riori riforme del mer­cato del lavoro (la schia­vitù?). Serve vera­mente uno psi­co­logo da quelle parti.

Pren­dendo i dati dell’Ocse rela­tivi alla legi­sla­zione a pro­te­zione del lavoro (Epl), sco­priamo che dal 1990 al 2013 tutti i paesi hanno con­tratto le tutele a favore del lavoro. La Ger­ma­nia com­prime le tutele da 2,9 del 1990 a 2,0 del 2013, men­tre l’Italia passa da 3,8 del 1990 a 2,3 del 2013. Sostan­zial­mente l’Italia non regi­stra mag­giore o minori livelli di tutela del lavoro rispetto ad altri paesi. Solo la Fran­cia raf­forza la sua posi­zione pas­sando da 2,7 del 1990 a 3 del 2013. Inol­tre, que­sto indi­ca­tore è al netto del Jobs Act.

Una stima di que­sto indice dopo l’introduzione del Jobs Act farebbe pre­ci­pi­tare l’Italia al livello dei paesi emer­genti, con tutte le impli­ca­zioni di poli­tica indu­striale. Un altro e non banale aspetto è legato alla velo­cità dell’Italia nel ridurre le tutele del lavoro. Al netto della Fran­cia che ha alzato il livello delle pro­prie tutele tra il 1990 e il 2013 dell’11,1% (varia­zione 1990–2013), tutti i paesi con­si­de­rati hanno ridotto il pro­prio indice, ma l’Italia ha regi­strato un tasso di ridu­zione del 39,5%. Solo Spa­gna e Gre­cia hanno fatto peg­gio.

Ma il dibat­tito gior­na­li­stico e poli­tico non ama con­fron­tarsi su que­sti dati nasconde que­ste infor­ma­zioni. C’è qual­cosa che inquina la discus­sione poli­tica ed economica.

Spesso si discute a spro­po­sito della pro­dut­ti­vità del lavoro, ma quanti sanno che la pro­dut­ti­vità del capi­tale ita­liano tra il 1992 e il 2012 (Istat, dicem­bre 2013) è una fra­zione della pro­dut­ti­vità del lavoro? Qual­cuno deve pur rac­con­tare che nel periodo con­si­de­rato la pro­dut­ti­vità del capi­tale è stata nega­tiva dello 0,7 men­tre quella del lavoro è stata posi­tiva dello 0,8. Il pro­blema non è se siamo usciti dalla crisi tec­nica, arre­sto dell’arretramento del Pil, piut­to­sto se l’Italia è uscita dalla crisi di struttura.

L’Istat ricorda che la minore cre­scita del 2014 è inte­ra­mente attri­bui­bile alla dimi­nu­zione del valore aggiunto di agri­col­tura e indu­stria, solo in parte com­pen­sato da quello dei ser­vizi. Ma que­sto tipo di con­si­de­ra­zioni non pos­sono rac­con­tare cosa si cela die­tro la crisi ita­liana. Riforme o non riforme, l’Italia tra il 1996 e il 2014 è cre­scita meno della media euro­pea di ben 19 punti di Pil, con una ulte­riore aggra­vante: inve­stiva in media più degli altri paesi e, crisi dopo crisi, aumen­tava il gap annuale di minore cre­scita del Pil rispetto alla media euro­pea. Siamo pas­sati da meno 0,5 punti del 2000 a meno 1,8 punti del 2014. Se poi pen­siamo alla con­tra­zione della pro­du­zione di beni stru­men­tali, la peg­giore tra i paesi euro­pei, pos­siamo com­pren­dere come l’Italia abbia com­pro­messo quel vasto patri­mo­nio di cono­scenze che poteva con­tri­buire all’uscita della crisi di strut­tura. Forse siamo usciti dalla reces­sione, ma aspet­tiamo ben altri segnali. Rela­ti­va­mente alla crisi di strut­tura dob­biamo lavo­rare ancora molto.

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