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Giuseppe Strappa
Quei bizzarri quartieri degli anni '60
6 Marzo 2007
Roma
Quando l'architettura è un esercizio di stile che tradisce la prima funzione: quella dell'abitare. Dal Corriere della Sera, ed. Roma, 5 marzo 2007 (m.p.g.)

Dal Casilino alla Serpentara, case dalle forme gratuite non a misura d'uomo.

Viste dall'aereo le case dell'Iacp al Casilino sembrano formare un'allegra, disordinata raggiera, come bastoncini dello shangai gettati casualmente al suolo. Da terra, invece, appaiono come casermoni che convergono verso il nulla, governati da direzioni astratte. I progettisti ne spiegarono le ragioni con argomenti bizzarri: l'analogia con la forma del Colosseo, l'affinità con i tessuti urbani antichi. Spiegazioni che oggi, percorrendo questi spazi che sembrano vivere in una dimensione irreale, fanno sorridere.

In realtà, per comprenderne il senso, occorre collocare il Casilino (e molti quartieri Iacp contemporanei) all'interno della crisi profonda che percorre l'architettura degli anni '60. Un decennio in cui tutto sembra precipitare, che si apre con le Olimpiadi di Roma e si chiude con la strage di piazza Fontana. E in mezzo i primi simboli della società dei consumi (gli elettrodomestici, le utilitarie), la corsa allo spazio, la rapina del territorio, la ribellione studentesca, il Vietnam.

È il periodo in cui appaiono, con drammatica evidenza, le prime crepe dell'ideologia del moderno mentre gli strumenti dell'architetto, i suoi linguaggi, il suo stesso ruolo, mostrano tutta la propria inadeguatezza di fronte ad un mondo in vorticosa trasformazione.

Scompaiono, intanto, i maestri: Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe.

Un libro di Marcello Pazzaglini («Architettura italiana degli anni '60 e seconda avanguardia», Mancosu editore) presentato nei giorni scorsi alla Casa dell'Architettura, fornisce l'occasione per riflettere su questo intricato, e poco indagato nodo di questioni.

Dalle architetture disegnate come ordigni meccanici di Sacripanti alle labirintiche strutture del gruppo Grau, viene descritta l'ansia di cambiamento che si manifestava, in quegli anni, attraverso intuizioni improvvise e spesso utopiche che sembravano tradurre la ricerca dell'arte informale in tormentate geometrie e inquieti spazi architettonici. Una lacerante rottura tra forma e contenuto che non fu certo solo italiana e che, consolidatasi nel tempo, ha prodotto opere di grande successo come il museo Guggenheim costruito da Gehry a Bilbao, edificio-scultura estremo dove la pelle è indipendente dallo spazio interno.

Forse l'abbaglio di quegli anni è stato tentare di estendere criteri estetici impiegati per teatri, padiglioni, monumenti al tema dell'edilizia pubblica.

Pazzaglini, va detto, non è uno storico ma un architetto militante che ha partecipato in modo appassionato alle vicende di quegli anni. È giusto, dunque, che veda il mondo dal proprio punto di vista.

E, tuttavia, alcuni esempi indicati quale positiva ricaduta di quel clima culturale, (la raggiera del Casilino, le «vele» di Secondigliano) ci fanno domandare se non sia arrivato il momento di guardare a molti interventi d'edilizia pubblica con occhi nuovi, se la loro fortuna critica non rispecchi un equivoco di fondo che rischia di creare nuove catastrofi.

Perché le stesse ragioni che hanno prodotto il disegno del Casilino hanno generato, anche nei decenni successivi, una danza sfrenata di linee spezzate, sinusoidali, circolari come a Vigne Nuove, Spinaceto, Tor de' Cenci, Serpentara, Tiburtino Sud. Figure astratte, d'inverificabile coerenza, calate sul territorio come meteore che mostrano, a viverci dentro, tutti i limiti degli intensivi più banali. E che fanno rimpiangere la familiarità corale dell'edilizia popolare degli anni '50, come le case Ina al Tuscolano.

Questi fallimenti andrebbero riconosciuti senza il pregiudizio delle firme illustri che li nobilitano. E dovrebbero far riflettere su quale significato profondo possieda il modo in cui gli abitanti immaginano la forma del loro spazio domestico, sull'arroganza con cui sono stati costretti a vivere entro forme gratuite, che sembrano annunciare novità inesistenti, dove ogni individuo è straniero. In nome di un'originalità di facciata che andrebbe, invece, cercata pazientemente nell'origine delle cose: partendo di nuovo, come agli albori dell'architettura moderna, dai problemi concreti dell'abitare, mettendo l'uomo e i suoi bisogni al centro del progetto.

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