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Mario Pirani
Quando la Repubblica tutelava il paesaggio
22 Gennaio 2007
Toscana
Una sintesi dell’ampio dibattito su una questione ancora aperta. Da la Repubblica del 22 gennaio 2007

Pochi sanno che il direttore del Centro del Patrimonio mondiale dell’Unesco, incaricato di iscrivere nella lista dei siti protetti le località più straordinarie e uniche di ogni continente, è un italiano, l’architetto Francesco Bandarin. L’ho incontrato recentemente a Parigi e mi ha espresso le preoccupazioni della organizzazione per quanto sta avvenendo in Val d’Orcia, prescelta, appunto, nel 2004 dall’Unesco come uno dei luoghi più emblematici per trasmettere e conservare l’immagine della Toscana (è proprio di qui la celebre foto di Robert Capa della strada che sale a zig zag, costeggiata da cipressi, icona internazionale della campagna senese). I nostri lettori sono stati messi al corrente dagli articoli di Alberto Asor Rosa, di Giovanni Valentini e di altri dello scempio edilizio inferto, reclamizzando addirittura l’avvenuto patrocinio, all’antico borgo fortificato di Monticchiello con la lottizzazione di 20.000 metri cubi a villette a due piani, autorizzata dal comune di Pienza. Neanche l’intervento in extremis del ministro per i Beni culturali è valso a bloccare l’operazione speculativa e Rutelli ha solo potuto promettere qualche palliativo per «mitigare» la visibilità dell’offesa. Ma il capitolo delle incursioni non si è fermato qui. Si è aperto subito dopo quello della cava di Malintoppo, da cui dal 1920, quando la sensibilità ambientale era di là da venire, si estrae l’argilla per la fabbricazione del cotto toscano, prodotto da una vicina fornace. Scava che ti scava, una parte della collina, quella che guarda verso Montalcino e San Quirico, è ormai ridotta ad un grande buco grigio. Nel frattempo la vecchia cooperativa ha venduto a un gruppo industriale del settore che ha fortemente incrementato la produzione con conseguente intensificazione delle escavazioni e, secondo l’Agenzia dell’Ambiente, delle emissioni inquinanti.

Contemporaneamente la nuova impresa ha acquistato 18 ettari di terreni adiacenti a un prezzo triplo di quello di mercato, così da impedire la prelazione dei contadini confinanti. Questi terreni, sui quali ricade il vincolo protettivo dell’Unesco, superano il crinale della collina e si aprono verso Pienza. Sono destinati in un prossimo futuro ad "ospitare" una nuova cava al posto della vecchia in esaurimento, deturpando anche da questo lato il paesaggio. Il comune di San Quirico appare intenzionato a dare parere favorevole, superando le obiezioni fin qui espresse dalla Regione. Di fronte alle prime proteste il sindaco si è inalberato e in una recentissima intervista dichiara che «sta valutando le vie legali per la diffamazione». Par di capire che la sua reazione nasca dal fatto che la nuova cava, dal punto di vista del perimetro, non dovrebbe essere più ampia della vecchia. Che male c’è ad autorizzare un trasloco? Ed aggiunge, con una «spiegazione» che più rivelatrice non si può: «È giunto il momento di preoccuparsi non solo delle tematiche ambientali ma delle persone che abitano, lavorano e sentono proprio questo territorio... reso Patrimonio dell’umanità grazie al loro duro lavoro».

Quasi si trattasse di difendere un centro siderurgico e non un paesaggio unico al mondo, "patrimonio", appunto, di tutti e non solo di chi localmente lo amministra. Ora è in corso il complicato iter tra Regione, Provincia ed altri enti, in base a una farraginosa procedura che vede il sovrapporsi di diversi Piani di intervento (dal Pit – Piano d’indirizzo territoriale – al Praer – Piano attività estrattive e di recupero per finire con la Vpr, Variante al Piano regolatore). Alla fine, però, sarà il Comune, come per Monticchiello, ad avere l’ultima parola, in base alla Legge 1/2005 della Regione Toscana che subdelega ai Comuni il potere di autorizzazione paesaggistica nelle zone vincolate, riservando alla Regione un ruolo puramente programmatorio e d’indirizzo. È il frutto di una teorizzazione estremizzata del governo "partecipato" del territorio e di una visione angelicata delle "virtù" dell’ente locale. Si sottovaluta, per contro, che questa delega verso il basso – apparentemente più democratica – è destinata ad alimentare un devastante conflitto d’interessi poiché i Comuni, in nome di una malintesa idea di "sviluppo", sono a volte più sensibili all’introito dei cospicui cespiti delle concessioni edilizie che al fascino del paesaggio. Del resto si tratta del punto di arrivo della dissennata riforma del Titolo V della Costituzione: ormai non è più «la Repubblica (che) difende il paesaggio», poiché questo grande valore di principio è stato spezzettato in quote condominiali locali.

Un altro atto che segna l’abdicazione suicida di una classe dirigente.

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