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Vittorio Emiliani
Quale economia per difendere il paesaggio delle pianure ex agricole?
12 Febbraio 2006
Il paesaggio e noi
Forse siamo ancora in tempo a governare le trasformazioni delle zone agricole di pianura. Questo intervento, scritto per eddyburg.it (12 febbraio 2006), vuole aprire un dibattito

È in corso una vertenza piuttosto aspra nella zona fra Voghera e Alessandria per la salvezza dello zuccherificio di Casei Gerola (Pv) posto praticamente all'incrocio fra le autostrade MI-GE e TO-PC. Nel corso di un servizio tv (Tg3 mi pare) ho sentito affermare che lo zuccherificio di Casei è uno dei migliori e dei più produttivi e che la barbabietola della zona è fra le più qualitative d'Italia. E non ho ragioni per dubitarne. Da anni però la nostra produzione di zucchero da barbabietola viene ritenuta eccessivamente elevata dall'UE. Inoltre, tutta la produzione europea del ramo saccarifero è altamente protetta. Credo (a spanne) che lo zucchero bianco europeo regga il mercato rispetto allo zucchero da canna dei Paesi del Terzo Mondo solo in quanto risulti fortemente tutelat dai dazi, e però l'ombrello della protezione UE è già enorme, e pesantissimo da tenere aperto per i prodotti agricoli generici. Inoltre, se non allarghiamo i nostri ingressi per alcune produzioni di massa dei Paesi sottosviluppati, questi rimarranno tali ancora per secoli. Con enormi sofferenze per loro e con grandi rischi per tutti. Ciò vuol dire che la nostra agricoltura di pianura la quale, a differenza di quella collinare e montana, non può vantare, praticamente, prodotti tipici o tipizzabili (vino, olio, formaggi, salumi, conserve,ecc.), dovrà subire una riconversione molto incisiva? Sono soltanto un cronista, ma credo proprio di sì.

Essa, nonostante le tecnologie immesse e una irrigazione costosissima (per l'ambiente anzitutto), rende ormai così poco che numerosi imprenditori agricoli della Bassa padana sono andati, non a caso, a fare profitti a Timisoara, in Romania. E' dunque finita l'epica stagione delle bonifiche, in atto dall'Evo dei Benedettini, accelerata grandemente con la legge Baccarini di fine '800 e sviluppate sia in epoca giolittiana che fascista che postbellica. Con grandissimi sconquassi (grazie ai continui pompaggi d' acqua) nei livelli e nell'assetto dei terreni, con autentici sprofondamenti, per esempio nel Bolognese. Quale sarà allora il futuro della agricoltura di pianura, in specie nella Valle del Po? Paradossalmente (ma non tanto), è ipotizzabile che, in parte, vi tornino il bosco, anticamente presente, e l'acqua prosciugata dalle bonifiche di fine '800, primi '900. Oppure essa va, in buona misura, utilizzata per produrre materia prima energetica: biomasse, barbabietola per etanolo, semi oleosi per il biodiesel. Dal "Sole 24 Ore" vedo che questi programmi vanno avanti, in Europa più che da noi, ma persino da noi.

"Debuttano i carburanti biologici. Da luglio dei distributori benzine con miscele di colza e girasole" (titolo di sabato 11 febbraio, a pagina 17, Agroindustria, dove c'è anche un foto-servizio sulla protesta per Casei Gerola). Bisogna pur rifare i conti in questa agro-industria sin qui tanto protetta verso (contro?) il resto più povero del mondo. Rifare i conti e pensare a qualcosa di diverso. Altrimenti, a forza di buoni sonni, ci pensano gli altri...Già nella lucida introduzione a quello straordinario monumento all'Italia unita che fu l'Inchiesta Agraria, Stefano Jacini scriveva che l'Italia avrebbe dovuto dedicarsi alle produzioni per le quali era vocata ed importare invece quelle (a partire dal grano) per le quali erano più vocati altri Paesi come la Russia, pagando con le esportazioni quegli acquisti. Si era nel 1882, e quel grande agricoltore, cattolico-liberale, antiveggente, vedeva giusto non tanto per i suoi quanto per i nostri tempi (all'Inchiesta Agraria dedicò uno dei suoi libri più acuti Alberto Caracciolo). O, da semplice cronista di cose ambientali e agricole, prendo un abbaglio? A me pare un bel tema sul quale chinarsi a riflettere criticamente, e propositivamente.

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