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Giuseppe Salvaggiulo
Pompei, offerta francese 200 milioni per salvarla
8 Luglio 2011
Beni culturali
Si muove l’Unesco e l’imprenditoria francese, ma il nostro Ministero non ha ancora un piano credibile, mentre incombono i costruttori napoletani. Da La Stampa, 8 luglio 2011 (m.p.g.)

I francesi salveranno Pompei? Di sicuro vogliono farlo. E sono già pronti a staccare assegni milionari. Ma devono fare i conti con la burocrazia e i ritardi dei nostri apparati pubblici, oltre che con una possibile diffidenza «diplomatica» per la colonizzazione di un simbolo italiano.

La vicenda è in pieno svolgimento e prende le mosse dal crollo della Scuola dei gladiatori il 6 novembre 2010, definito da Giorgio Napolitano «una vergogna per l’Italia» e raccontato impietosamente da tutti i giornali e le tv del mondo. Tra dicembre e gennaio l’Unesco (che nel 1997 dichiarò Pompei patrimonio dell’umanità) invia una missione speciale. In primavera, gli inviati dell’Unesco scrivono una relazione con diversi appunti critici (in particolare sul commissariamento in ambito Protezione civile, chiuso l’anno scorso).

A giugno, quando si teme che l’Unesco inserisca Pompei nella «danger list» dei «siti in pericolo», accade qualcosa. Un gruppo di importanti industriali francesi si rivolge all’Unesco, offrendo massiccia disponibilità economica per il sito archeologico. L’organizzazione internazionale, che non ha compiti diretti di gestione, offre il suo prestigio internazionale come «facilitatore». Contatta il ministero per i Beni culturali e organizza un incontro a Parigi tra gli imprenditori e gli emissari di Giancarlo Galan.

Ci sono almeno due riunioni riservate tra la metà e la fine di giugno. La cordata francese spiega le sue buone intenzioni. Ad ascoltarle Massimo De Caro, braccio destro di Galan, e un dirigente della struttura ministeriale di valorizzazione del patrimonio culturale diretta da Mario Resca.

Manca però un rappresentante della sovrintendenza o del ministero in grado di spiegare ai francesi quali sono le esigenze di tutela da soddisfare. Insomma i francesi hanno già in mano il carnet degli assegni, ma vorrebbero sapere che cosa intende fare l’Italia dei loro quattrini.

Non solo. Forte di una lunga esperienza sul campo con studiosi «pompeiani» di valore, l’Unesco fornisce suggerimenti. La storia di Pompei è lastricata di finanziamenti annegati in progetti insensati. Dunque, più che una generosa donazione una tantum tra un’emergenza e un’altra, serve un impegno finanziario di lungo periodo. Per dire: attualmente nell’area archeologica di 65 ettari (di cui 45 scavati con 15 mila edifici e solo 15 ettari visitabili) lavora un solo archeologo, mentre l’ultimo mosaicista andato in pensione nel 2001 non è mai stato rimpiazzato.

Serve un progetto a lunga scadenza con scadenze precise, per ipotizzare un contributo di dieci-venti milioni di euro l’anno per diecivent’anni. Nelle riunioni di giugno, i francesi chiedono garanzie. Il ministero non è in grado di presentare una «lista della spesa». Dunque si prende atto dei buoni propositi e ci si aggiorna, in attesa di un progetto del ministero. Anche perché una questione con riverberi mediatici di portata internazionale richiede una valutazione ulteriore. Si pensa infatti di interpellare anche il ministero degli Esteri. Insomma, accettare i soldi francesi per salvare Pompei richiede un ok del governo. Nel frattempo, l’Unesco concede altri due anni di tempo congelando la «danger list». E il report conclusivo della missione di gennaio, contrariamente a quanto previsto, viene inviato al ministero per i Beni culturali ma non reso pubblico.

Resta un ultimo capitolo. Gli industriali campani vogliono accodarsi ai francesi. Ma mentre i transalpini sono disposti a pagare i restauri di domus e mosaici, gli imprenditori napoletani sono interessati ad attività collaterali: biglietteria, servizi turistici, opere edilizie. Business. Il che fa temere a Italia Nostra che all’ombra del mecenatismo francese si nasconda l’ennesima speculazione italiana. Anche perché la legge salva-Pompei prevede deroghe ai piani urbanistici anche per interventi slegati dalla tutela. E quindi alberghi, sale ricevimenti, outlet...

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